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domenica 21 agosto 2022

Calum Scott e la lotta contro l’omofobia

 


Adoro Calum Scott e lo dichiaro fin da subito.

Molti in Italia non conoscono nemmeno il suo nome ma in tutta Europa e in Usa ha un seguito da far paura. Classe 1988, nato a Kingston Upon Hull (UK), due album all’attivo (Only human e Bridges) e una carriera lanciatissima nel mondo discografico. 

Mi sono accostato alla sua musica quasi per caso e da quel momento non posso più farne a meno. La sua bellezza così candida e sexy e la sua voce straordinaria avviluppano i miei sensi e riempiono di significato questa mia atipica estate.

Calum nei suoi pezzi ha affrontato il dolore e il travaglio dell’accettazione quando si ha un orientamento sentimentale non eterosessuale. Lo ha fatto con canzoni importanti e dichiarazioni pubbliche.

La prima cosa che mi ha colpito della sua musica è stata proprio la sua voce. Il suo timbro vocale riesce a sciogliere i nodi che si aggrovigliano intorno alla mia anima. Non sapevo nulla della sua storia personale ma il suo affanno interiore mi arrivava dritto al cuore. Ci sono cose che non si possono spiegare con assoluta facilità proprio perché riguardano le emozioni e le sensazioni più intime di un individuo. Io avverto il suo dolore perché l’ho provato anch’io. Grazie ad una grammatica universale dei sentimenti due individui con la stessa sensibilità possono comprendersi immediatamente in ogni parte del pianeta. Quando da giovani sperimentiamo la sofferenza sviluppiamo dentro di noi degli anticorpi in grado di aiutarci nella quotidianità. Le avversità ci hanno aiutato a ri-nascere più volte proprio come sosteneva Maria Zambrano.

Calum nella canzone Boys In The Street (cover di un brano di Greg Holden) racconta il  disagio di un giovane omosessuale nel vivere pienamente e in pubblico i propri sentimenti. Il timore di essere giudicati dalla famiglia frena ogni slancio di affetto rivolto alla persona amata. Nella canzone in questione il padre afferma: 

“Sei l'ultima cosa che volevo, l'ultima cosa di cui ho bisogno
Come risponderò quando i miei amici mi diranno
Mio figlio stava baciando i ragazzi per strada
Mio figlio stava baciando i ragazzi per strada?
”.


Il tema della vergogna ritorna prepotentemente. 

Questo tema accomuna indistintamente donne e persone omosessuali. 

Per secoli siamo stati assoggettati a regole patriarcali e machiste che ci hanno confinato in un ruolo subalterno. Siamo vittime di una maschilità tossica che ci vuole ancora oggi omologati al modello precostituito. Questi maschi alfa hanno cercato di silenziare con ogni mezzo la nostra voce. Noi eravamo afoni! Qualcuno doveva parlare al posto nostro e ovviamente toccava sempre ai maschi eterosessuali perché noi non ne avevamo il diritto.  

Ma ritornando al brano Boys In The Street mi sovviene una riflessione di Jean Paul Sartre. Noi proviamo vergogna non quando siamo da soli ma soltanto quando qualcuno ci osserva e ci scopre. In tal modo ci esponiamo allo sguardo giudicante degli altri. Questo ci spinge a vederci con gli occhi inquisitori degli altri umani. Proprio per questo non bisogna vivere nella menzogna perché chi occulta una parte di sé potrà essere in ogni momento ricattato. 

Il brano di Holden nella versione di Scott risulta più intenso e toccante dell’originale. 

Proseguendo con il testo della canzone ascoltiamo il racconto del padre che ammette di esser stato vittima di una cultura eteronormativa e proprio per questo non riusciva a capire il figlio. Ecco le parole: 

“Mio padre sta morendo
E finalmente si è reso conto che non sto mentendo
Ci sediamo in silenzio, ma stiamo sorridendo
Perché per una volta, non stiamo combattendo
Diceva: "Non c'era modo di sapere perché tutto ciò che mi veniva insegnato era che gli
uomini amano solo le donne, ma ora non ne sono più sicuro
Figlio mio, continua a baciare i ragazzi in strada

Figlio mio, continua a baciare i ragazzi in strada
E quando non ci sarò più, continua a baciare i ragazzi in strada
”.

Spesso i nostri pregiudizi sono proprio il frutto di ciò che abbiamo appreso da piccoli. Sta a noi ricercare sempre la verità per non lasciarci trasportare dalla stupidità e dall’ignoranza.

Nel 2018 Calum Scott ha rivelato l’esperienza traumatica del suo coming out. Da ragazzo confidò il suo orientamento sentimentale al suo migliore amico e questo ragazzino tradì la fiducia di Calum e lo raccontò in giro. Iniziò così per Scott un periodo duro a causa della discriminazione messa in atto dai suoi compagni di scuola. 

Da questa esperienza nacque la canzone dal titolo No Matter What.

La parte iniziale della canzone recita così: 

“Quando ero un ragazzino avevo paura di crescere
Non lo capivo ma ero terrorizzato dall’amore
Mi sentivo come se dovessi scegliere ma era fuori dal mio controllo
Avevo bisogno di essere salvato, stavo impazzendo da solo
Ci ho messo anni per dirlo a mia madre, mi aspettavo il peggio
Ho raccolto tutto il coraggio del mondo

Lei disse: “Ti amo in ogni caso
voglio solo che tu sia felice e che sia sempre te stesso”
Mi ha abbracciato
Ha detto “Non provare ad essere qualcosa che non sei
perché io ti amo in ogni caso”
Lei mi ama, in ogni caso
”.

Queste parole sono un tuffo al cuore e sfido chiunque a non immedesimarsi in questi versi. Chi ha sperimentato l’ansia e la paura di rivelare ai genitori la propria omosessualità comprende perfettamente tale stato d’animo. È stupido dirlo ma è una sensazione che bisogna provare in prima persona perché è difficile da immaginare. Spesso ci lasciamo condizionare dalla paura e costruiamo mostri immaginari. Ignoriamo che nella maggior parte dei casi chi ci sta vicino ha già intuito tutto da molto tempo. I genitori ci amano senza un motivo. Sanno tutto di noi ancor prima di ascoltarci. Il cuore di una madre sa decifrare anche i nostri silenzi. La canzone prosegue così: 

“Sono diventato un po’ più grande buttando via il mio tempo
Cavalcando sul marciapiede, ogni giorno di sole era grigio
Mi fidavo dei miei amici, poi tutto il mio mondo è crollato giù
Vorrei non aver mai detto nulla perché per loro ora sono un estraneo
Sono corso a casa, ho visto mia madre: ce l’avevo scritto in faccia
Mi sentivo come se avessi un cuore di vetro che stava per rompersi
”.

Quando siamo più giovani desideriamo ardentemente condividere le nostre sensazioni con i nostri coetanei. Fidarci è il primo atto di responsabilità che mettiamo in pratica. Non tutti sono degni della nostra fiducia ma non per questo dobbiamo rassegnarci. A tal proposito Ernest Hemingway diceva che: “Il modo migliore per scoprire se ci si può fidare di qualcuno è di dargli fiducia”. Le delusioni maturate ci rendono più prudenti e purtroppo più diffidenti verso il prossimo. Calum non si è lasciato incattivire e condizionare dall’esperienza passata, ma ha investito tutte le sue energie per non essere come chi lo aveva fatto soffrire.

Calum Scott è un esempio positivo perché ha trasformato tutto il suo dolore in arte, e le sue canzoni sono colme di speranza e di amore. Ha ritrovato la sua serenità interiore e grazie alla sua musica riesce ad essere d’aiuto a moltissime persone che per vari motivi vivono ancora rinchiuse in delle prigioni mentali e desiderano solamente essere liberate. Posso infine affermare, senza paura di essere smentito, che Calum Scott è un figo pazzesco e la sua musica un rimedio alle brutture della vita.  


Cristian A. Porcino Ferrara 

©️ riproduzione riservata


mercoledì 12 luglio 2017

L'elzeviro del filosofo impertinente


Il 27 giugno scorso è scomparso Paolo Limiti. I teenager non lo conoscono, non seguivano certamente i suoi programmi TV, ma scommetto che canticchiano senza saperlo una delle tante canzoni scritte da Paolo. Ovviamente mi riferisco a La voce del silenzio interpretata da recente anche da Andrea Bocelli, Laura Pausini e Francesco Renga. Come dimenticare quell'incipit formidabile che fa: "Volevo stare un po’ da solo per pensare tu lo sai, e ho sentito nel silenzio una voce dentro me e tornan vive troppe cose che credevo morte ormai ….vorrei una voce".
Ho conosciuto di persona Paolo Limiti il 29 novembre del 2003 durante lo show targato Rai Torno sabato...e tre. Ricordo la sua giovialità prima della diretta. Lo chiamavano da ogni parte e lui replicava con gentilezza a tutti. Sembrava timido e riservato ma non appena si accendevano le telecamere era in grado di entrare immediatamente in sintonia con il pubblico. Era proprio nato per fare televisione. Limiti si sedette nella fila davanti alla mia per una buona mezz'ora e poi lasciò il suo posto per andarsene via o aspettare la fine dello show altrove. Paolo si intrattenne a scherzare con noi della stampa con grande cordialità e curiosità. Ho iniziato a seguire Limiti grazie a mia madre che non si perdeva i suoi programmi televisivi in cui si ripercorreva la storia della musica e del cinema. Rimanevo affascinato da quest'uomo che conosceva ogni aneddoto e curiosità sulla lavorazione di un film o i retroscena di una canzone. Quando iniziava un racconto ti teneva inchiodato alla sedia, e il suo entusiasmo finiva per contagiare anche te. Non era pedante e ti rendeva partecipe dell'evento narrato. All'università mi chiamavano Paolo Limiti perché come lui ero appassionato di cinema e di musica. Mi piaceva documentarmi e raccontare agli amici le storie che si nascondevano dietro alcuni successi. Il vero sapere si condivide e non si rinchiude in una piccola cassaforte. In fondo questo faceva Limiti con i suoi spettacoli; condivideva con il suo pubblico ciò che lo entusiasmava di più. Certo, i colleghi universitari mi chiamavano 'Paolo Limiti' con un tono ironico. Il Paolo nazionale rappresentava per loro il passato, e di conseguenza io ero percepito come un intellettuale d'altra epoca interessato a cose un po' démodé. In altre parole mi vedevano come un marziano sbarcato sulla terra. La cosa però non mi offendeva, anzi. Molte erano le affinità che mi legavano a Limiti. Come Paolo anch'io rimasi da bambino affascinato dal cinema americano, soprattutto quello di un tempo. Con i miei coetanei non potevo certo parlare di Joan Crawford, Bette Davis, Montgomery Clift, Clark Gable e altri miti del cinema. Nei suoi programmi, invece, lui dava spazio alle star di Hollywood che avevano reso grande la settima arte. Come spiegare ai più la sensazione che si prova quando ti trovi in un teatro di Broadway, e le luci si spengono e parte la musica? Oppure con quali parole definire la gioia di ascoltare la voce straordinaria di Barbra Streisand? Paolo lo sapeva e si nutriva di queste emozioni. Quante puntate dedicate alla magia di Broadway e ai musical più longevi di tutti i tempi. Ma Paolo Limiti non era solo storia e quindi ricordi, bensì si interessava alla contemporaneità tenendo ben presente che nulla può essere compreso se non si conosce il nostro passato. Più volte è stato offeso ed etichettato come un nostalgico, uno che viveva cristallizzato nel passato ma non era affatto così. Aveva mille interessi e mille talenti. Paroliere, conduttore, inventore di format televisivi e anche animalista convinto. Paolo Limiti era un vero amico degli animali e non perdeva occasione per discuterne. Nei suoi programmi inseriva rubriche quotidiane in cui affrontare le problematiche dei maltrattamenti agli animali. Paolo si prodigava attivamente per aiutare i nostri amici a quattro zampe a trovare una nuova famiglia. Aveva classe anche quando s'indignava. Ricordo che quando si arrabbiava con i criminali che maltrattavano i cani lui diceva: "Vi auguro ogni bene"! Era chiaro che il senso della frase augurata era l'opposto, ma detta in tal modo risultava ancora più efficace. Con la morte di Paolo Limiti finisce una televisione elegante, garbata, istruttiva e genuina. Desidero, infine, ricordare una massima che Paolo ripeteva spesso nei suoi show e che ho sempre apprezzato: "Ricordati di essere gentile quando sali le scale perché prima o poi dovrai scenderle anche tu".
Un caro saluto a Paolo Limiti "Uno dei pochi che conosceva quello di cui parlava" (Gene Gnocchi).

Cristian Porcino

® Riproduzione riservata

martedì 21 marzo 2017

L'elzeviro del filosofo impertinente /9


A tre mesi dalla sua morte prematura il mondo si prepara a celebrare i funerali di George Michael. I tabloid inglesi indicano come possibile data il 26 marzo, giorno della festa della mamma nel Regno Unito. L'esito dell'autopsia ha accertato che la morte della popstar è attribuibile a cause naturali. L'apertura del testamento ha chiarito che i maggiori beneficiari del patrimonio ereditario saranno le sorelle, mentre non c'è alcuna traccia del fidanzato Fadi Fawaz e del padre Kyriacos Panayiotou. La mancanza di quest'ultimo non mi stupisce affatto. Purtroppo George (al secolo Georgios Kyriacos Panayiotou) crebbe con un padre che non lo stimava e gli rinfacciava spesso di non avere alcun talento. Diventato adulto con una disistima così persistente riuscì a staccarsi di dosso quell'orribile etichetta, e a volare in alto grazie proprio a quel talento che il padre non voleva vedere. Qualcuno rinfacciò a Michael di non essersi battuto abbastanza per la comunità Lgbt, ma lui non era e non voleva certamente essere considerato come un attivista gay. Non era un militante politico bensì un artista. Nonostante ciò le sue canzoni hanno fatto molto di più di tante parole pronunciate da certi affabulatori di mestiere. Freedom, Outside, Please send me somehone (per citarne soltanto alcune) sono dei veri manifesti contro l'omofobia. Per non parlare poi di quel prezioso album intitolato Listen Without Prejudice. Ha sempre detestato questo interesse morboso per la sua sessualità. Non la nascondeva, bensì la custodiva dagli occhi della gente. Voleva vivere i suoi sentimenti senza destare interesse per una parte della sua vita che era solo e soltanto sua. In una società evoluta nessuno guarderebbe all'orientamento sessuale di un artista. Sfortunatamente non siamo davvero così evoluti come amiamo dipingerci, ma solamente degli squallidi voyeuristi travestiti da perbenisti. George Michael si è dichiarato 'tardi' - ammesso che esista un momento prestabilito per fare coming out- perché costretto da un episodio che sarà poi ripreso nel videoclip Outside. Sin dal suo esordio il mondo della musica lo voleva consacrare come il sex symbol più etero di sempre. La stessa Madonna disse che George era stato un vero amante focoso e sessualmente 'dotato'. George rimase segnato dalla perdita del compagno Anselmo Feleppa e da quel momento per lui fu tutto più faticoso. A lui aveva dedicato i versi toccanti di Jesus to a child contenuta in quel capolavoro di Older.
La sua incredibile voce e il deIicato fraseggio vocale ci restituiscono un artista tormentato e geniale.
La cura con cui confezionava i suoi lavori gli permetteva di centellinare le sue uscite discografiche. Non era uno di quei cantanti che per contratto sfornava un cd l'anno, anzi. Intraprese delle battaglie legali con la sua casa discografica, ed ebbe il coraggio di tirare dritto per la sua strada. Le sue canzoni hanno accompagnato la mia adolescenza e per tale motivo avranno sempre un posto speciale nel mio cuore.
Cinque anni fa era scampato alla morte e aveva scritto White light dedicata al suo ricovero in ospedale a causa di una brutta polmonite. Aveva ringraziato Dio e la preghiera dei suoi fan e aveva promesso di ritornare. Evidentemente Qualcuno aveva ben altri piani per lui.
Il suo corpo riposerà nel cimitero londinese di Highgate West, accanto alla tomba dell'amata madre Lesley Angold. Mi piace immaginarlo adesso fra le braccia di Anselmo, l'uomo che ha amato in vita: "Se l'amore l'hai conosciuto, se sai che esiste, allora l'amante che hai amato e perso verrà a farti visita nelle notti fredde. Se sei stato amato, se hai vissuto quell'estasi, l'amante che hai baciato e che ti manca ti conforterà quando non vedrai più speranza".

Cristian Porcino

® Riproduzione riservata

lunedì 14 marzo 2016

“Chiedi di lui 2.0 – Ancora un viaggio nell’universo musicale di Renato Zero” di Daniela Tuscano e Cristian A. Porcino Ferrara


«“Chiedi di lui 2.0” ha il pregio delle opere letterarie e, dopo l’ultima pagina, hai voglia di cominciare daccapo. Perché la storia non finisce. Perché è della nostra vita che si parla. Perché quella musica, siamo noi. La nostra anima, un fiume inesauribile».
Dati tecnici del libro: “Chiedi di lui 2.0 – Ancora un viaggio nell’universo musicale di Renato Zero” di Daniela Tuscano e Cristian A. Porcino Ferrara, Lulu Edition, pp. 212, € 18,00, Isbn: 978-1-326-59680-4.
Il libro è in vendita su: www.lulu.com, www.amazon.it, ww.amazon.com, etc.

giovedì 13 agosto 2015

Intorno a un libro su Renato Zero

Non sono una sorcina o fan propriamente detta, ma Renato ha attraversato momenti fondamentali della mia vita. La prima immagine che ho catturato di lui, intorno ai dieci anni, era quella d'un uomo già maturo: col dito sulla bocca, lo sguardo sornione e ironico di chi la sa lunga... Ma che sembrava soprattutto rivolto a me e mi dicesse: ti leggo. Nemmeno io riuscivo a distogliere il mio e mi accorsi che quegli occhi erano contornati da un filo di trucco e le unghie sulle dita più lunghe rispetto a quelle degli altri uomini. Non sapevo se per vezzo o per chissà cos'altro. Mio padre possedeva alcuni suoi dischi e mi raccontò che il giorno della mia nascita alla radio avevano trasmesso "Il cielo". Questo primo ricordo riaffiorò quand'ero sedicenne e cominciai ad appassionarmi a certe figure camaleontiche, vintage, glam, da Marc Bolan a Lou Reed a David Bowie, Freddie Mercury ecc. La mia amica Lorena mi fece ascoltare Ziggy Stardust e mi venne automatico associarlo a Renato! Sono quindi stata molto contenta di ritrovare tutti questi passaggi e atmosfere nel libro di Daniela e Cristian, mi sono serviti per contestualizzare meglio la sua figura dato che per ragioni anagrafiche non ho potuto viverli. Poi leggendo ho scoperto che Renato ha sofferto di quest'identificazione con l'artista inglese, ma per me non si trattava di un imitatore (anche perché, ripeto, avevo scoperto prima lui) quanto semmai della versione italiana di una corrente di pensiero e di vita. Mi appassionai tanto a quel personaggio dai pantaloni a zampa d'elefante e dai lunghi capelli neri. Io e Lorena arrivammo al punto di truccarci come lui! Anzi io invidiavo un po' la mia amica perché coi suoi tratti calabresi e scuri riusciva a somigliargli molto di più. Successivamente fui colpita da un video di Renato, giovanissimo e bello, Loredana e Mia. Mi diedero un'impressione di autenticità. Interpretavano una scenetta in cui cercavano una scrittura da parte di un impresario e Renato cercava di "prostituirsi" musicalmente pur di ottenere un ingaggio... Che poi in un gustoso passaggio del libro pare sia successa una cosa molto simile con Aragozzini! Diverso tempo dopo Renato tornò a bussare alla mia vita, in un momento di sconforto. Mi ero appena dichiarata alla mia famiglia e mio padre non accettava così facilmente la mia omosessualità. Allora ripensai a una frase de "Il cielo" che diceva "Un altro figlio nasce e non lo vuoi" e mi sentivo indesiderata, un uccello morto nel cuore. Sentivo di averlo deluso come figlia. Ma questa sensazione svanì presto sempre grazie a Renato... insomma a un'altra sua canzone, cioè "Santa Giovanna" che mi fece conoscere un'altra amica e invitava a vivere come si è... La terza invece viene analizzata nella seconda parte del libro cioè "Cercami". Avevo partecipato al Pride di Roma e come brano trainante era stato scelto "Gino e l'Alfetta" di Daniele Silvestri. Ma subito dopo parti' "Cercami" e tutti ci commuovemmo e l'ascoltammo in un silenzio quasi religioso. Quel pezzo infonde un grande ottimismo, una grande speranza nel futuro, una grande fiducia. Edificante, sì, nel senso migliore. Non conosco ancora tutti i brani e forse non è nemmeno importante, ma anche grazie alla lettura appassionante di questo saggio-romanzo ho avuto la conferma dell'immenso karma di Renato... di cui ho scoperto pure le debolezze e i limiti umani, ma mi ha convinta, a me appassionata di astrologia, a studiargli il tema natale... In futuro forse lo pubblicherò. Un abbraccio a tutti/e e grazie per avermi fatto scoprire questo bel libro.
(Aly A.)

"Chiedi di lui" di Daniela Tuscano e Cristian Porcino, pp. 178, Ed. Lulu, 2014. Il libro è in vendita su amazon

martedì 16 dicembre 2014

Riflettori su Renato Zero

"Chiedi di lui" - viaggio nell'universo musicale di Renato Zero - è un piccolo miracolo e un grande libro. Piccolo perché non è facile ottenere lusinghieri risultati di vendite per due autori poco conosciuti e non supportati da adeguato battage pubblicitario. Ma è accaduto. E, a distanza di quasi un anno, l'opera continua a destare interesse e curiosità. Grande perché "Chiedi di lui" affascina per la scrittura vivace, la completezza delle informazioni, l'originalità della narrazione. Il testo è suddiviso in tre parti: nella prima, affidata a Daniela Tuscano, si percorre la prima fase della carriera di Zero; Cristian Porcino si dedica ai suoi anni più recenti; nella terza si trova una nutrita raccolta di testimonianze di "sorcini" di ogni età e non manca nemmeno una inedita galleria fotografica.
Attraverso i brani del cantautore scorrono, come in un film, oltre quarant'anni di vita italiana (e non solo), quarant'anni in cui è cambiato tutto, stravolte convinzioni, ribaltato valori, sovvertito - e ricomposto - rapporti interpersonali. E molto di più.


- E oggi, che cosa resta di tutte quelle strade, di quei tentativi, di quell'allegria, anche? Quanto è davvero mutato e quante sfide restano ancora aperte?

DANIELA: «Esistono periodi storici irripetibili e l'ultimo scorcio del '70 fu uno di questi. Anni tragici per molti, anni tossici, malati, del declino dell'innocenza (e l'assassinio di Pasolini segna, in tal senso, uno spartiacque); e, nel frattempo, di grande sperimentalismo, nell'arte e soprattutto nel costume. Quindi anni anche colorati, provocatori. Un abbozzo di rivoluzione. Dove un personaggio come Renato Zero s'impose come sfavillante meteora. Declinò in un lessico italiano le suggestioni di Marc Bolan, David Bowie, Mick Jagger ecc. Non se ne accorsero in tanti».

- Eppure, voi raccontate che molti insospettabili intellettuali seguono, o hanno seguito Renato Zero. Anche amanti della musica "seria". Come si spiega?

CRISTIAN: «Nel melodramma delle opere liriche dei nostri più grandi compositori è racchiusa una tragicità del tutto connaturale alla vita. In questo Zero si avvicina a quel mondo e ben lo rappresenta. Nella sua intera produzione sono presenti elementi scenografici (e non solo) del mondo del teatro, incluso quello lirico. Il grande Luciano Pavarotti stimava Zero e anche Katia Ricciarelli; perfino il maestro Riccardo Muti ha espresso grande interesse e ammirazione nei confronti delle canzoni del cantautore romano. Il musicista Daniel Barenboim ha detto in un’intervista: “Purtroppo negli ultimi tempi troppe persone vivono senza mai nessun contatto con essa. La musica è finita in una torre d'avorio, puro piacere estetico per pochi eletti. Invece dovrebbe essere prima di tutto educazione alla vita. Se impari a "pensare la musica" capisci tutto: che il tempo può essere oggettivo e soggettivo, la relazione tra passione e disciplina, la necessità di aprirsi agli altri... Se suoni il violino e non ascolti allo stesso tempo il clarinetto non si può far musica”. Per parafrasare il titolo di un libro di Barenboim, “La musica è un tutto”!»

- Non va comunque dimenticato che Zero non è stato solo melodia, ma anche ritmo e rock - aggiunge Daniela. - Io lo conobbi così e per me quell'immediatezza secca ed esplicita è un tesoro da ritrovare assolutamente.

- Mi sorprende l'aggettivo "esplicito" per Renato Zero. Io avrei usato "elusivo/allusivo", ma confesso di non averlo conosciuto agli inizi. Invece, leggendo il libro...

DANIELA: «...ci si rende conto che era proprio così. Si potrebbe aggiungere "spontaneo" che, del resto, non significa improvvisato. Renato era un talento naturale, diciamo pure selvaggio, non un'operazione studiata a tavolino né il frutto di un'elaborazione intellettuale. A differenza di altri cantautori il suo messaggio - non solo le canzoni, ma l'aspetto, il personaggio, la sua stessa vita - giungeva diretto, senza intermediari. Era unico, perfino solo. Ma in ciò risiedeva la sua forza. Oggi taluni scrivono di percezioni, di fraintendimenti, quasi il Nostro intendesse comunicare qualcosa di diverso da ciò che in realtà era. Si propongono interpretazioni capziose di certi suoi brani, si tende a rendere episodico quanto invece costituiva il nerbo della sua intera poetica, si accantonano testimonianze per sottolinearne solo altre. No, se Renato si fosse limitato a dipingere, in maniera magari impeccabile ma distaccata - o, peggio, metaforica -, un mondo che non gli apparteneva non sarebbe entrato nel cuore di tanta gente. Del resto lui stesso non mancava mai di sottolinearlo, ben consapevole che in quello, non nell'essere un semplice esecutore o "traduttore" d'emozioni altrui, risiedeva la sua originalità».

- Naturalmente - incalza Cristian - l'ascoltatore recepisce messaggi che poi rimodula e adatta alla propria vita in base alle esigenze personali. Non si può continuare sulla falsariga d'un repertorio già sentito. Vivere significa anche cambiare idea.


- Cristian, per ragioni anagrafiche ti sei avvicinato a Zero dalla seconda parte della sua carriera. Che cos'hai trovato di stimolante in lui negli ultimi tempi?

CRISTIAN: «Vivevo quel determinato periodo storico e non potevo entusiasmarmi a qualcosa che non conoscevo. Su di me la sua musica ha esercitato una certa influenza soprattutto con i suoi album del passato. Grazie a questi ultimi ho compreso lo Zero che ascoltavo in quel preciso momento. In ogni periodo artistico esiste una certa continuità e dovevo risalire alla fonte di questa sorgente creativa. Ovviamente lo credevo sincero nei suoi messaggi altrimenti non mi sarei mai lasciato trasportare da qualcuno che millantava esperienze ed emozioni mai provate. Ogni artista quando ascolta la propria anima elabora contenuti onirici e immaginifici che provengono da una dimensione esistenziale non definibile. In quel momento il suo Io interiore è nudo e non può fingere. Poi ovviamente torna in sé e magari fatica a comprendere ciò che ha scritto in quel preciso istante. Il processo creativo di un artista è qualcosa che ci avvicina alla nostra origine primigenia, quando eravamo tutt’altro da ciò che siamo oggi».

- Un discorso di coerenza?

CRISTIAN: «La coerenza è d’obbligo per un essere umano adulto, e a maggior ragione per un artista. Solo l’artista, però, è in grado di sapere se ha rispettato la sua voce interiore. Naturalmente, come ho detto, si può cambiare opinione. L’unica cosa che può stonare in tutto il contesto è negare o prendere di fatto le distanze da un passato storico che, nel bene o nel male, ci ha fatto diventare ciò che siamo. Diceva Lao Tzu: “La correzione si converte in falsità”. Diciamo che un artista deve utilizzare più riflessione critica verso se stesso anziché autocelebrazione».

- Avete menzionato Pasolini. E nel libro descrivete Zero come un "pasoliniano inconsapevole"...

DANIELA: «Pasolini è uno dei massimi poeti del Novecento, Renato Zero un cantante pop. Si potrebbe finire qui. Ma c'è quell'aggettivo, inconsapevole, appunto. È sempre il discorso della spontaneità: Zero nella primissima parte della sua vicenda artistica e umana somigliava a un protagonista dei romanzi romani del poeta. In seguito no, negli ultimi anni ne ha anche preso le distanze. Senza volerlo ha però dato voce e a suo modo amplificato, a livello di fruizione popolare, quei marginali tratteggiati da Pier Paolo. La tanto bistrattata "canzonetta", in fondo, serve anche a questo. Ho saputo di gente che si è avvicinata a Pasolini dopo aver ascoltato alcuni vecchi brani di Zero».

CRISTIAN: «Non credo che nei primi anni della sua vita artistica Zero si sia soffermato più di tanto a studiare dettagliatamente l’opera di Pier Paolo. Era totalmente preso dalla sua carriera e dall’inseguire quella voglia di riscatto che albergava in lui. A Pasolini lo legava un certo modo di vivere la periferia e l’esistenza dei più ultimi, ma i due hanno effettuato un percorso esistenziale e artistico ben diverso. Quello di Pasolini estremo e fatale, quello di Zero audace in un primo momento e più rasserenante nella seconda parte della sua carriera».

- Daniela, la tua narrazione si ferma al 1991 anche se apri significativi spiragli sulle decadi successive. Qual è il periodo secondo te più fecondo del Renato maturo?

DANIELA: «L'ho scritto: la seconda metà degli anni Ottanta, cioè quel lasso di tempo oscuro - dal punto di vista delle vendite - non ancora sufficientemente valorizzato e l'intero decennio dei Novanta. Veramente, adesso considero quelle sonorità un po' datate ma all'epoca le trovai interessanti, forse un tantino manieristiche, ma Renato è anche bel canto, più vicino a Claudio Villa che a Modugno. Fra gli album del periodo Duemila ho apprezzato in particolare "Cattura" e le prove dal vivo».

- A breve si inaugurerà "Zero", una mostra multimediale sull'arte di Renato...

DANIELA: «Ovviamente non ne so molto, anzi, come tutti, quasi nulla! Renato, così italiano, ancora una volta sembra ripercorrere le strade dei colleghi d'oltremanica, Beatles e David Bowie. Sarà l'occasione per avvicinare alla poetica di Zero un pubblico più ampio e vario rispetto ai fans abituali? È presto per dirlo. Alcuni suoi pezzi compaiono in alcune antologie scolastiche. Forse ancora poche. Non è necessario un riconoscimento dall'Accademia dei Lincei per i cantautori, come pure qualcuno pretende. I cantautori non sono poeti. Ma un loro spazio nell'immaginario e, perché no, nella creazione d'un nuovo linguaggio popolare probabilmente lo meritano».

CRISTIAN: «Concordo con Daniela. Si sa molto poco di questo evento, e quindi non posso esprimermi in tal senso. Nondimeno una carriera non è fatta esclusivamente di momenti visibili da accumulare ed esporre in vetrina. Il visibile non corrisponde certamente al vissuto dell’artista e a quello dei suoi ammiratori. Si corre il pericolo di focalizzarsi e cristallizzarsi in una dimensione nostalgica che produce solamente una vuota deferenza al passato che si è vissuto con estrema intensità. Mi rammarica tuttavia che prima dell’uscita del libro e inizialmente, quando nel 2008 pubblicai il testo “I cantautori e la filosofia da Battiato a Zero”, nessuno scorgeva nella sua opera appigli culturali. Adesso, invece, è iniziata una caccia al tesoro, con tanto di concorsi letterari creati per decifrare questo artista un tempo fin troppo snobbato e adesso giustamente osannato. Mi fa piacere per lui, ma occorre ricordare che in tempi non sospetti ci eravamo già interessati all’aspetto culturale della sua arte e, ahimé, non siamo stati presi granché in considerazione. Meglio tardi che mai!»

Emilio Bacchetta (Color Porpora, dicembre 2014)

giovedì 23 ottobre 2014

“Il Tramonto dell’Occidente” di Mario Venuti

“Il Tramonto dell’Occidente” di Mario Venuti è un vero capolavoro. Il titolo richiama la monumentale opera del filosofo Oswald Spengler "Der Untergang des Abendlandes"pubblicata nel 1918. A differenza del filosofo tedesco, Venuti in questo tour panoramico all’interno della nostra società malata ci accompagna nei luoghi dell’anima e in quelle periferie geografiche ed esistenziali che molto spesso tendono ad essere isolate e osteggiate perché sono “come dei pugnali conficcati nel ventre della città”. Un album per certi aspetti pasoliniano e quindi vero fino al midollo. L'album è superlativo, ricco di suggestioni letterarie e musicali. Un compendio di emozioni in cui raramente ci s'imbatte in Italia. Un cantautore da sempre attento alla ricerca di suoni non stereotipati, e alla stesura di testi di qualità. Quest'ultime sono caratteristiche che ritroviamo anche nei suoi album precedenti come "Grandimprese", "Magneti", "L'officina del fantastico", "L'ultimo romantico", etc. Infine " Passau a cannalora" è un piccolo gioiello incastonato in una corona composta da 11 veri successi. Un lavoro davvero superbo che vede la collaborazione di artisti del calibro di Franco Battiato, Alice, Bianconi, Kaballà, etc. Assolutamente consigliato. Cristian Porcino © Riproduzione riservata. Recensione pubblicata in anteprima su Facebook il 21/09/2014 alle ore 10:33

lunedì 28 luglio 2014

Versione eBook del romanzo "Un'altra vita" di Cristian Porcino

“Un’altra Vita” di Cristian Porcino, Nuova Edizione. Dalla prefazione di Daniela Tuscano: “Un breve e intenso itinerario alla scoperta di se', l'ingresso nell'età adulta, il coraggio della verità, la voglia di sorprendersi e di osare, un “lieto fine” aperto a un futuro incognito e fascinoso: questo e molto di più è "Un'altra vita", il romanzo di Cristian Porcino uscito oggi in una nuova edizione”. Dati tecnici del libro: “Un’altra vita” di Cristian Porcino, Lulu Edition, pp. 124, formato eBook € 5,00. In vendita su: www.lulu.com.

Nuova edizione del romanzo “Un’altra Vita” di Cristian Porcino

“Un’altra Vita” di Cristian Porcino, Nuova Edizione. Dalla prefazione di Daniela Tuscano: “Un breve e intenso itinerario alla scoperta di se', l'ingresso nell'età adulta, il coraggio della verità, la voglia di sorprendersi e di osare, un “lieto fine” aperto a un futuro incognito e fascinoso: questo e molto di più è "Un'altra vita", il romanzo di Cristian Porcino uscito oggi in una nuova edizione”. Dati tecnici del libro: “Un’altra vita” di Cristian Porcino, Lulu Edition, pp. 124, formato cartaceo € 14,00, codice Isbn: 978-1-291-96493-6. in vendita su: www.lulu.com, www.amazon.it, ww.amazon.com, etc.