Oggi visita guidata presso la biblioteca comunale di Misterbianco "Concetto Marchesi". La visita si è svolta con grande entusiasmo da parte dei nostri allievi e allieve che si sono confrontati con il mondo letterario. Ho provato un'emozione indescrivibile quando tra gli scaffali della biblioteca i miei allievi hanno individuato il mio libro pubblicato nel 2008. Non sapevo nulla e la cosa mi ha riempito di orgoglio. La biblioteca è stata per anni la mia seconda casa e trasmettere questa passione alle mie classi non ha prezzo. Un libro ti lascia sempre qualcosa dentro e ti aiuta nella comprensione del mondo e di noi stessi. Ogni libro, anche il peggiore, ti fa crescere e ti permette di maturare una coscienza critica. Parafrasando Woody Allen si legge per legittima difesa. Un grazie particolare a tutto lo staff della biblioteca e ai miei meravigliosi colleghi.
In qualità di critico letterario mi occupo principalmente di recensire libri. Per l’invio di copie promozionali si prega di contattarmi tramite e-mail. Non si accettano file in formato Pdf, Epub, ecc., ma solamente copie cartacee. Si comunica che le recensioni pubblicate in questo blog sono a titolo gratuito. Non percepisco alcun tipo di pagamento da parte di editori o autori.
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mercoledì 13 aprile 2022
Visita in biblioteca
martedì 18 maggio 2021
Ciao Francuzzo
“Le nostre anime
Cercano altri corpi
In altri mondi
Dove non c'è dolore
Ma solamente
Pace
E amore
Amore”.
Ciao Francuzzo
©️ Cristian Porcino
giovedì 7 dicembre 2017
“La testa nel secchio. Tenco, Paoli, Lauzi, Ciampi, Dalla” di Gian Franco Reverberi

(“La testa nel secchio. Tenco, Paoli, Lauzi, Ciampi, Dalla” di Gian Franco Reverberi, Iacobelli, pp. 189, € 14,00).
Gian Franco Reverberi, nome storico della musica italiana, scrive un’autobiografia in cui ripercorre la nascita del nostro cantautorato. Nel libro leggiamo dell’amicizia di Reverberi con Gino Paoli, della timidezza di Tenco, l’ironia pungente di Lauzi, l’intelligenza di Faber e la scoperta di un genio assoluto come Lucio Dalla. Su Dalla inizialmente nessuno voleva puntare perché secondo un direttore vendite era “brutto per piacere alle ragazzine” e con una voce da “vecchietto del west”. Come scrive nella prefazione Maurizio Becker: “Reverberi non indulge mai al mero sentimentalismo, al sentimento scivoloso della rievocazione nostalgica né tantomeno alla tentazione dell’autocelebrazione, preferendo iniettare nelle sue pagine salutari dosi di ironia, donando alla narrazione una leggerezza e una gradevolezza molto rare in questo tipo di autobiografie”.
In definitiva un libro da non perdere assolutamente.
.
Cristian Porcino
® Riproduzione riservata
lunedì 18 settembre 2017
La Messa Arcaica di Franco Battiato al Teatro Greco Romano di Catania

Qualche anno fa, mentre passeggiavo per le strade di New York, vidi esposto in un negozio di dischi la Messa Arcaica di Battiato. Il cd del compositore etneo era proprio accanto all'ultimo lavoro di Jordi Savall. Acquistai immediatamente la messa Arcaica per ascoltarla in un contesto urbano che apparentemente strideva con l'opera di Franco. Per immergermi ancor più nel mood dell'opera mi recai in un luogo altrettanto speciale. Indossai le cuffie e misi il cd nel riproduttore portatile e visitai la cattedrale di Saint John the Divine. Fu un'esperienza meravigliosa. Ieri sera al concerto di Franco Battiato ho provato quasi la stessa emozione. Per l'occasione il cantautore siciliano si è esibito accompagnato dal Coro e dall'orchestra del Teatro Massimo Vincenzo Bellini. Chi si trovava in quel luogo ha avvertito un flusso di energia sacra dipanarsi fra le mura del Teatro Greco Romano di Catania.

La messa Arcaica diffondeva nell'aria le sacre sinfonie del tempo. Uno scenario storico per un appuntamento memorabile. Prima dell'inizio della seconda parte è intervenuto Juri Camisasca che ha cantato, fra l'altro, Il Carmelo di Echt dedicato alla filosofa e santa cattolica Edith Stein morta nel campo di concentramento di Auschwitz. Nella seconda parte Battiato ha proposto alcune canzoni del suo repertorio mistico come L'ombra della luce, Lode all'inviolato, E ti vengo a cercare etc., per poi concludere la serata con l'attesissima La cura.

Uno spettacolo che ha rigenerato tanto lo spirito quanto il corpo dei presenti. L'evento chiude l'ottima stagione estiva allestita dal Teatro Massimo Bellini al Teatro Greco Romano. Infine Battiato si è congedato dal pubblico con un caloroso bacio inviato dal palco ai suoi numerosi ammiratori. "Pregare non è facile... e, come diceva il grande mistico, Abd Al Ǭadir, 'Di una preghiera arriva solo quello che si comprende' " (F.B).
Cristian Porcino
® Riproduzione riservata
venerdì 9 giugno 2017
Carmen Consoli in concerto al Teatro Greco Romano di Catania
Il Teatro Greco Romano di Catania ha ospitato ieri sera il primo dei tre concerti (8-9-10 giugno) della nuova tournée estiva di Carmen Consoli Eco di sirene. La cantantessa sale sul palco vestita di bianco e inizia a cantare A finestra, un brano in dialetto catanese contenuto in Elettra (2009) chiaro omaggio a Rosa Balistreri. Dal medesimo album esegue i brani: Mio zio e Mandaci una cartolina dedicata alla scomparsa del padre. Durante il live Carmen Consoli alterna momenti con solo chitarra e voce, ad altri con i solisti del Teatro Massimo Bellini. Un momento di rara intensità è stato proprio l'omaggio a Joni Mitchell, una delle artiste più importanti nel panorama musicale internazionale. Sono trascorsi vent'anni dall'album d'esordio di Carmen, e da quel giorno il suo pubblico ha imparato a conoscere e a rispettare oltre la sua musica anche la sua riservatezza. Carmen Consoli è una delle poche cantautrici ad aver svecchiato il sound italiano con un modo di cantare personalissimo. Il suo debutto rock si è trasformato con gli anni in una ricerca raffinata di suoni e arrangiamenti di qualità. Non dimentichiamo l'album Eva contro Eva del 2006 in cui la cantautrice inglobava sonorità etniche (Madre terra). Consoli è una musicista impegnata nel sociale, e infatti con le sue canzoni ha denunciato diverse piaghe sociali: femminicidio, omofobia, stupri etc.
Chi ha l'abitudine di tornare ai concerti di Carmen avrà sicuramente notato la palpabile emozione della cantantessa. Tale emozione mi ha riportato alla memoria i primi concerti di Consoli e la visibile felicità di cantare per la sua "raggiante Catania" (In Bianco e nero). Ricordo il primo concerto di Carmen a cui ho assistito, e si teneva al porto di Catania insieme ai Negrita, Niccolò Fabi, Casino Royale per la manifestazione Estate catanese ideata da Franco Battiato. Era il 23 luglio del 1997 e a quei tempi non esistevano ancora smartphone e iPad per immortalare tali momenti. Questi ricordi vivono semplicemente custoditi nella memoria.
Ieri sera Carmen Consoli ha ricordato ironicamente il momento dell'esclusione sanremese con il pezzo Confusa e felice diventato poi un vero brano cult. Dalla raccolta Per niente stanca ha eseguito AAA cercasi , canzone che denuncia un degrado morale sempre più dilagante. Infine, non potevano mancare i classici come Venere, Parole di burro, L'ultimo bacio fino a L'abitudine di tornare del suo ottavo e per adesso ultimo album in studio (2015).

Dopo il concerto mi sono recato dietro le quinte e ho incontrato Carmen Consoli per donarle una copia del mio libro I cantautori e la filosofia in cui cito una sua canzone. Con la sua proverbiale gentilezza e umiltà ha dimostrato ancora una volta di essere una vera artista senza smanie da diva.
In definitiva un concerto emozionante che inaugura la stagione di spettacoli del Teatro Greco Romano in concomitanza con gli eventi curati dal Teatro Massimo Bellini. Un'occasione per godere della magia di un luogo storico di rara bellezza restituito al pubblico.
Cristian Porcino
® Riproduzione riservata
Chi ha l'abitudine di tornare ai concerti di Carmen avrà sicuramente notato la palpabile emozione della cantantessa. Tale emozione mi ha riportato alla memoria i primi concerti di Consoli e la visibile felicità di cantare per la sua "raggiante Catania" (In Bianco e nero). Ricordo il primo concerto di Carmen a cui ho assistito, e si teneva al porto di Catania insieme ai Negrita, Niccolò Fabi, Casino Royale per la manifestazione Estate catanese ideata da Franco Battiato. Era il 23 luglio del 1997 e a quei tempi non esistevano ancora smartphone e iPad per immortalare tali momenti. Questi ricordi vivono semplicemente custoditi nella memoria.
Ieri sera Carmen Consoli ha ricordato ironicamente il momento dell'esclusione sanremese con il pezzo Confusa e felice diventato poi un vero brano cult. Dalla raccolta Per niente stanca ha eseguito AAA cercasi , canzone che denuncia un degrado morale sempre più dilagante. Infine, non potevano mancare i classici come Venere, Parole di burro, L'ultimo bacio fino a L'abitudine di tornare del suo ottavo e per adesso ultimo album in studio (2015).

Dopo il concerto mi sono recato dietro le quinte e ho incontrato Carmen Consoli per donarle una copia del mio libro I cantautori e la filosofia in cui cito una sua canzone. Con la sua proverbiale gentilezza e umiltà ha dimostrato ancora una volta di essere una vera artista senza smanie da diva.
In definitiva un concerto emozionante che inaugura la stagione di spettacoli del Teatro Greco Romano in concomitanza con gli eventi curati dal Teatro Massimo Bellini. Un'occasione per godere della magia di un luogo storico di rara bellezza restituito al pubblico.
Cristian Porcino
® Riproduzione riservata
martedì 16 dicembre 2014
Riflettori su Renato Zero
"Chiedi di lui" - viaggio nell'universo musicale di Renato Zero - è un piccolo miracolo e un grande libro. Piccolo perché non è facile ottenere lusinghieri risultati di vendite per due autori poco conosciuti e non supportati da adeguato battage pubblicitario. Ma è accaduto. E, a distanza di quasi un anno, l'opera continua a destare interesse e curiosità. Grande perché "Chiedi di lui" affascina per la scrittura vivace, la completezza delle informazioni, l'originalità della narrazione. Il testo è suddiviso in tre parti: nella prima, affidata a Daniela Tuscano, si percorre la prima fase della carriera di Zero; Cristian Porcino si dedica ai suoi anni più recenti; nella terza si trova una nutrita raccolta di testimonianze di "sorcini" di ogni età e non manca nemmeno una inedita galleria fotografica.
Attraverso i brani del cantautore scorrono, come in un film, oltre quarant'anni di vita italiana (e non solo), quarant'anni in cui è cambiato tutto, stravolte convinzioni, ribaltato valori, sovvertito - e ricomposto - rapporti interpersonali. E molto di più.

- E oggi, che cosa resta di tutte quelle strade, di quei tentativi, di quell'allegria, anche? Quanto è davvero mutato e quante sfide restano ancora aperte?
DANIELA: «Esistono periodi storici irripetibili e l'ultimo scorcio del '70 fu uno di questi. Anni tragici per molti, anni tossici, malati, del declino dell'innocenza (e l'assassinio di Pasolini segna, in tal senso, uno spartiacque); e, nel frattempo, di grande sperimentalismo, nell'arte e soprattutto nel costume. Quindi anni anche colorati, provocatori. Un abbozzo di rivoluzione. Dove un personaggio come Renato Zero s'impose come sfavillante meteora. Declinò in un lessico italiano le suggestioni di Marc Bolan, David Bowie, Mick Jagger ecc. Non se ne accorsero in tanti».
- Eppure, voi raccontate che molti insospettabili intellettuali seguono, o hanno seguito Renato Zero. Anche amanti della musica "seria". Come si spiega?
CRISTIAN: «Nel melodramma delle opere liriche dei nostri più grandi compositori è racchiusa una tragicità del tutto connaturale alla vita. In questo Zero si avvicina a quel mondo e ben lo rappresenta. Nella sua intera produzione sono presenti elementi scenografici (e non solo) del mondo del teatro, incluso quello lirico. Il grande Luciano Pavarotti stimava Zero e anche Katia Ricciarelli; perfino il maestro Riccardo Muti ha espresso grande interesse e ammirazione nei confronti delle canzoni del cantautore romano. Il musicista Daniel Barenboim ha detto in un’intervista: “Purtroppo negli ultimi tempi troppe persone vivono senza mai nessun contatto con essa. La musica è finita in una torre d'avorio, puro piacere estetico per pochi eletti. Invece dovrebbe essere prima di tutto educazione alla vita. Se impari a "pensare la musica" capisci tutto: che il tempo può essere oggettivo e soggettivo, la relazione tra passione e disciplina, la necessità di aprirsi agli altri... Se suoni il violino e non ascolti allo stesso tempo il clarinetto non si può far musica”. Per parafrasare il titolo di un libro di Barenboim, “La musica è un tutto”!»
- Non va comunque dimenticato che Zero non è stato solo melodia, ma anche ritmo e rock - aggiunge Daniela. - Io lo conobbi così e per me quell'immediatezza secca ed esplicita è un tesoro da ritrovare assolutamente.
- Mi sorprende l'aggettivo "esplicito" per Renato Zero. Io avrei usato "elusivo/allusivo", ma confesso di non averlo conosciuto agli inizi. Invece, leggendo il libro...
DANIELA: «...ci si rende conto che era proprio così. Si potrebbe aggiungere "spontaneo" che, del resto, non significa improvvisato. Renato era un talento naturale, diciamo pure selvaggio, non un'operazione studiata a tavolino né il frutto di un'elaborazione intellettuale. A differenza di altri cantautori il suo messaggio - non solo le canzoni, ma l'aspetto, il personaggio, la sua stessa vita - giungeva diretto, senza intermediari. Era unico, perfino solo. Ma in ciò risiedeva la sua forza. Oggi taluni scrivono di percezioni, di fraintendimenti, quasi il Nostro intendesse comunicare qualcosa di diverso da ciò che in realtà era. Si propongono interpretazioni capziose di certi suoi brani, si tende a rendere episodico quanto invece costituiva il nerbo della sua intera poetica, si accantonano testimonianze per sottolinearne solo altre. No, se Renato si fosse limitato a dipingere, in maniera magari impeccabile ma distaccata - o, peggio, metaforica -, un mondo che non gli apparteneva non sarebbe entrato nel cuore di tanta gente. Del resto lui stesso non mancava mai di sottolinearlo, ben consapevole che in quello, non nell'essere un semplice esecutore o "traduttore" d'emozioni altrui, risiedeva la sua originalità».
- Naturalmente - incalza Cristian - l'ascoltatore recepisce messaggi che poi rimodula e adatta alla propria vita in base alle esigenze personali. Non si può continuare sulla falsariga d'un repertorio già sentito. Vivere significa anche cambiare idea.

- Cristian, per ragioni anagrafiche ti sei avvicinato a Zero dalla seconda parte della sua carriera. Che cos'hai trovato di stimolante in lui negli ultimi tempi?
CRISTIAN: «Vivevo quel determinato periodo storico e non potevo entusiasmarmi a qualcosa che non conoscevo. Su di me la sua musica ha esercitato una certa influenza soprattutto con i suoi album del passato. Grazie a questi ultimi ho compreso lo Zero che ascoltavo in quel preciso momento. In ogni periodo artistico esiste una certa continuità e dovevo risalire alla fonte di questa sorgente creativa. Ovviamente lo credevo sincero nei suoi messaggi altrimenti non mi sarei mai lasciato trasportare da qualcuno che millantava esperienze ed emozioni mai provate. Ogni artista quando ascolta la propria anima elabora contenuti onirici e immaginifici che provengono da una dimensione esistenziale non definibile. In quel momento il suo Io interiore è nudo e non può fingere. Poi ovviamente torna in sé e magari fatica a comprendere ciò che ha scritto in quel preciso istante. Il processo creativo di un artista è qualcosa che ci avvicina alla nostra origine primigenia, quando eravamo tutt’altro da ciò che siamo oggi».
- Un discorso di coerenza?
CRISTIAN: «La coerenza è d’obbligo per un essere umano adulto, e a maggior ragione per un artista. Solo l’artista, però, è in grado di sapere se ha rispettato la sua voce interiore. Naturalmente, come ho detto, si può cambiare opinione. L’unica cosa che può stonare in tutto il contesto è negare o prendere di fatto le distanze da un passato storico che, nel bene o nel male, ci ha fatto diventare ciò che siamo. Diceva Lao Tzu: “La correzione si converte in falsità”. Diciamo che un artista deve utilizzare più riflessione critica verso se stesso anziché autocelebrazione».
- Avete menzionato Pasolini. E nel libro descrivete Zero come un "pasoliniano inconsapevole"...
DANIELA: «Pasolini è uno dei massimi poeti del Novecento, Renato Zero un cantante pop. Si potrebbe finire qui. Ma c'è quell'aggettivo, inconsapevole, appunto. È sempre il discorso della spontaneità: Zero nella primissima parte della sua vicenda artistica e umana somigliava a un protagonista dei romanzi romani del poeta. In seguito no, negli ultimi anni ne ha anche preso le distanze. Senza volerlo ha però dato voce e a suo modo amplificato, a livello di fruizione popolare, quei marginali tratteggiati da Pier Paolo. La tanto bistrattata "canzonetta", in fondo, serve anche a questo. Ho saputo di gente che si è avvicinata a Pasolini dopo aver ascoltato alcuni vecchi brani di Zero».
CRISTIAN: «Non credo che nei primi anni della sua vita artistica Zero si sia soffermato più di tanto a studiare dettagliatamente l’opera di Pier Paolo. Era totalmente preso dalla sua carriera e dall’inseguire quella voglia di riscatto che albergava in lui. A Pasolini lo legava un certo modo di vivere la periferia e l’esistenza dei più ultimi, ma i due hanno effettuato un percorso esistenziale e artistico ben diverso. Quello di Pasolini estremo e fatale, quello di Zero audace in un primo momento e più rasserenante nella seconda parte della sua carriera».
- Daniela, la tua narrazione si ferma al 1991 anche se apri significativi spiragli sulle decadi successive. Qual è il periodo secondo te più fecondo del Renato maturo?
DANIELA: «L'ho scritto: la seconda metà degli anni Ottanta, cioè quel lasso di tempo oscuro - dal punto di vista delle vendite - non ancora sufficientemente valorizzato e l'intero decennio dei Novanta. Veramente, adesso considero quelle sonorità un po' datate ma all'epoca le trovai interessanti, forse un tantino manieristiche, ma Renato è anche bel canto, più vicino a Claudio Villa che a Modugno. Fra gli album del periodo Duemila ho apprezzato in particolare "Cattura" e le prove dal vivo».

- A breve si inaugurerà "Zero", una mostra multimediale sull'arte di Renato...
DANIELA: «Ovviamente non ne so molto, anzi, come tutti, quasi nulla! Renato, così italiano, ancora una volta sembra ripercorrere le strade dei colleghi d'oltremanica, Beatles e David Bowie. Sarà l'occasione per avvicinare alla poetica di Zero un pubblico più ampio e vario rispetto ai fans abituali? È presto per dirlo. Alcuni suoi pezzi compaiono in alcune antologie scolastiche. Forse ancora poche. Non è necessario un riconoscimento dall'Accademia dei Lincei per i cantautori, come pure qualcuno pretende. I cantautori non sono poeti. Ma un loro spazio nell'immaginario e, perché no, nella creazione d'un nuovo linguaggio popolare probabilmente lo meritano».
CRISTIAN: «Concordo con Daniela. Si sa molto poco di questo evento, e quindi non posso esprimermi in tal senso. Nondimeno una carriera non è fatta esclusivamente di momenti visibili da accumulare ed esporre in vetrina. Il visibile non corrisponde certamente al vissuto dell’artista e a quello dei suoi ammiratori. Si corre il pericolo di focalizzarsi e cristallizzarsi in una dimensione nostalgica che produce solamente una vuota deferenza al passato che si è vissuto con estrema intensità. Mi rammarica tuttavia che prima dell’uscita del libro e inizialmente, quando nel 2008 pubblicai il testo “I cantautori e la filosofia da Battiato a Zero”, nessuno scorgeva nella sua opera appigli culturali. Adesso, invece, è iniziata una caccia al tesoro, con tanto di concorsi letterari creati per decifrare questo artista un tempo fin troppo snobbato e adesso giustamente osannato. Mi fa piacere per lui, ma occorre ricordare che in tempi non sospetti ci eravamo già interessati all’aspetto culturale della sua arte e, ahimé, non siamo stati presi granché in considerazione. Meglio tardi che mai!»
Emilio Bacchetta (Color Porpora, dicembre 2014)
Attraverso i brani del cantautore scorrono, come in un film, oltre quarant'anni di vita italiana (e non solo), quarant'anni in cui è cambiato tutto, stravolte convinzioni, ribaltato valori, sovvertito - e ricomposto - rapporti interpersonali. E molto di più.

- E oggi, che cosa resta di tutte quelle strade, di quei tentativi, di quell'allegria, anche? Quanto è davvero mutato e quante sfide restano ancora aperte?
DANIELA: «Esistono periodi storici irripetibili e l'ultimo scorcio del '70 fu uno di questi. Anni tragici per molti, anni tossici, malati, del declino dell'innocenza (e l'assassinio di Pasolini segna, in tal senso, uno spartiacque); e, nel frattempo, di grande sperimentalismo, nell'arte e soprattutto nel costume. Quindi anni anche colorati, provocatori. Un abbozzo di rivoluzione. Dove un personaggio come Renato Zero s'impose come sfavillante meteora. Declinò in un lessico italiano le suggestioni di Marc Bolan, David Bowie, Mick Jagger ecc. Non se ne accorsero in tanti».
- Eppure, voi raccontate che molti insospettabili intellettuali seguono, o hanno seguito Renato Zero. Anche amanti della musica "seria". Come si spiega?
CRISTIAN: «Nel melodramma delle opere liriche dei nostri più grandi compositori è racchiusa una tragicità del tutto connaturale alla vita. In questo Zero si avvicina a quel mondo e ben lo rappresenta. Nella sua intera produzione sono presenti elementi scenografici (e non solo) del mondo del teatro, incluso quello lirico. Il grande Luciano Pavarotti stimava Zero e anche Katia Ricciarelli; perfino il maestro Riccardo Muti ha espresso grande interesse e ammirazione nei confronti delle canzoni del cantautore romano. Il musicista Daniel Barenboim ha detto in un’intervista: “Purtroppo negli ultimi tempi troppe persone vivono senza mai nessun contatto con essa. La musica è finita in una torre d'avorio, puro piacere estetico per pochi eletti. Invece dovrebbe essere prima di tutto educazione alla vita. Se impari a "pensare la musica" capisci tutto: che il tempo può essere oggettivo e soggettivo, la relazione tra passione e disciplina, la necessità di aprirsi agli altri... Se suoni il violino e non ascolti allo stesso tempo il clarinetto non si può far musica”. Per parafrasare il titolo di un libro di Barenboim, “La musica è un tutto”!»
- Non va comunque dimenticato che Zero non è stato solo melodia, ma anche ritmo e rock - aggiunge Daniela. - Io lo conobbi così e per me quell'immediatezza secca ed esplicita è un tesoro da ritrovare assolutamente.
- Mi sorprende l'aggettivo "esplicito" per Renato Zero. Io avrei usato "elusivo/allusivo", ma confesso di non averlo conosciuto agli inizi. Invece, leggendo il libro...
DANIELA: «...ci si rende conto che era proprio così. Si potrebbe aggiungere "spontaneo" che, del resto, non significa improvvisato. Renato era un talento naturale, diciamo pure selvaggio, non un'operazione studiata a tavolino né il frutto di un'elaborazione intellettuale. A differenza di altri cantautori il suo messaggio - non solo le canzoni, ma l'aspetto, il personaggio, la sua stessa vita - giungeva diretto, senza intermediari. Era unico, perfino solo. Ma in ciò risiedeva la sua forza. Oggi taluni scrivono di percezioni, di fraintendimenti, quasi il Nostro intendesse comunicare qualcosa di diverso da ciò che in realtà era. Si propongono interpretazioni capziose di certi suoi brani, si tende a rendere episodico quanto invece costituiva il nerbo della sua intera poetica, si accantonano testimonianze per sottolinearne solo altre. No, se Renato si fosse limitato a dipingere, in maniera magari impeccabile ma distaccata - o, peggio, metaforica -, un mondo che non gli apparteneva non sarebbe entrato nel cuore di tanta gente. Del resto lui stesso non mancava mai di sottolinearlo, ben consapevole che in quello, non nell'essere un semplice esecutore o "traduttore" d'emozioni altrui, risiedeva la sua originalità».
- Naturalmente - incalza Cristian - l'ascoltatore recepisce messaggi che poi rimodula e adatta alla propria vita in base alle esigenze personali. Non si può continuare sulla falsariga d'un repertorio già sentito. Vivere significa anche cambiare idea.

- Cristian, per ragioni anagrafiche ti sei avvicinato a Zero dalla seconda parte della sua carriera. Che cos'hai trovato di stimolante in lui negli ultimi tempi?
CRISTIAN: «Vivevo quel determinato periodo storico e non potevo entusiasmarmi a qualcosa che non conoscevo. Su di me la sua musica ha esercitato una certa influenza soprattutto con i suoi album del passato. Grazie a questi ultimi ho compreso lo Zero che ascoltavo in quel preciso momento. In ogni periodo artistico esiste una certa continuità e dovevo risalire alla fonte di questa sorgente creativa. Ovviamente lo credevo sincero nei suoi messaggi altrimenti non mi sarei mai lasciato trasportare da qualcuno che millantava esperienze ed emozioni mai provate. Ogni artista quando ascolta la propria anima elabora contenuti onirici e immaginifici che provengono da una dimensione esistenziale non definibile. In quel momento il suo Io interiore è nudo e non può fingere. Poi ovviamente torna in sé e magari fatica a comprendere ciò che ha scritto in quel preciso istante. Il processo creativo di un artista è qualcosa che ci avvicina alla nostra origine primigenia, quando eravamo tutt’altro da ciò che siamo oggi».
- Un discorso di coerenza?
CRISTIAN: «La coerenza è d’obbligo per un essere umano adulto, e a maggior ragione per un artista. Solo l’artista, però, è in grado di sapere se ha rispettato la sua voce interiore. Naturalmente, come ho detto, si può cambiare opinione. L’unica cosa che può stonare in tutto il contesto è negare o prendere di fatto le distanze da un passato storico che, nel bene o nel male, ci ha fatto diventare ciò che siamo. Diceva Lao Tzu: “La correzione si converte in falsità”. Diciamo che un artista deve utilizzare più riflessione critica verso se stesso anziché autocelebrazione».
- Avete menzionato Pasolini. E nel libro descrivete Zero come un "pasoliniano inconsapevole"...
DANIELA: «Pasolini è uno dei massimi poeti del Novecento, Renato Zero un cantante pop. Si potrebbe finire qui. Ma c'è quell'aggettivo, inconsapevole, appunto. È sempre il discorso della spontaneità: Zero nella primissima parte della sua vicenda artistica e umana somigliava a un protagonista dei romanzi romani del poeta. In seguito no, negli ultimi anni ne ha anche preso le distanze. Senza volerlo ha però dato voce e a suo modo amplificato, a livello di fruizione popolare, quei marginali tratteggiati da Pier Paolo. La tanto bistrattata "canzonetta", in fondo, serve anche a questo. Ho saputo di gente che si è avvicinata a Pasolini dopo aver ascoltato alcuni vecchi brani di Zero».
CRISTIAN: «Non credo che nei primi anni della sua vita artistica Zero si sia soffermato più di tanto a studiare dettagliatamente l’opera di Pier Paolo. Era totalmente preso dalla sua carriera e dall’inseguire quella voglia di riscatto che albergava in lui. A Pasolini lo legava un certo modo di vivere la periferia e l’esistenza dei più ultimi, ma i due hanno effettuato un percorso esistenziale e artistico ben diverso. Quello di Pasolini estremo e fatale, quello di Zero audace in un primo momento e più rasserenante nella seconda parte della sua carriera».
- Daniela, la tua narrazione si ferma al 1991 anche se apri significativi spiragli sulle decadi successive. Qual è il periodo secondo te più fecondo del Renato maturo?
DANIELA: «L'ho scritto: la seconda metà degli anni Ottanta, cioè quel lasso di tempo oscuro - dal punto di vista delle vendite - non ancora sufficientemente valorizzato e l'intero decennio dei Novanta. Veramente, adesso considero quelle sonorità un po' datate ma all'epoca le trovai interessanti, forse un tantino manieristiche, ma Renato è anche bel canto, più vicino a Claudio Villa che a Modugno. Fra gli album del periodo Duemila ho apprezzato in particolare "Cattura" e le prove dal vivo».

- A breve si inaugurerà "Zero", una mostra multimediale sull'arte di Renato...
DANIELA: «Ovviamente non ne so molto, anzi, come tutti, quasi nulla! Renato, così italiano, ancora una volta sembra ripercorrere le strade dei colleghi d'oltremanica, Beatles e David Bowie. Sarà l'occasione per avvicinare alla poetica di Zero un pubblico più ampio e vario rispetto ai fans abituali? È presto per dirlo. Alcuni suoi pezzi compaiono in alcune antologie scolastiche. Forse ancora poche. Non è necessario un riconoscimento dall'Accademia dei Lincei per i cantautori, come pure qualcuno pretende. I cantautori non sono poeti. Ma un loro spazio nell'immaginario e, perché no, nella creazione d'un nuovo linguaggio popolare probabilmente lo meritano».
CRISTIAN: «Concordo con Daniela. Si sa molto poco di questo evento, e quindi non posso esprimermi in tal senso. Nondimeno una carriera non è fatta esclusivamente di momenti visibili da accumulare ed esporre in vetrina. Il visibile non corrisponde certamente al vissuto dell’artista e a quello dei suoi ammiratori. Si corre il pericolo di focalizzarsi e cristallizzarsi in una dimensione nostalgica che produce solamente una vuota deferenza al passato che si è vissuto con estrema intensità. Mi rammarica tuttavia che prima dell’uscita del libro e inizialmente, quando nel 2008 pubblicai il testo “I cantautori e la filosofia da Battiato a Zero”, nessuno scorgeva nella sua opera appigli culturali. Adesso, invece, è iniziata una caccia al tesoro, con tanto di concorsi letterari creati per decifrare questo artista un tempo fin troppo snobbato e adesso giustamente osannato. Mi fa piacere per lui, ma occorre ricordare che in tempi non sospetti ci eravamo già interessati all’aspetto culturale della sua arte e, ahimé, non siamo stati presi granché in considerazione. Meglio tardi che mai!»
Emilio Bacchetta (Color Porpora, dicembre 2014)
giovedì 24 luglio 2014
“Da zero alle stelle” di Maria Giovanna Farina
(“Da zero alle stelle” di Maria Giovanna Farina, Eden Editori, pp. 215, € 11,90).
“Da zero alle stelle” di Maria Giovanna Farina affronta l’importante legame che esiste fra musica e anima. Per farlo l’autrice si affida a quattro musicisti diversi per esperienza e sensibilità come: Renato Zero, Alberto Fortis, Mariella Nava e Cristiana Pegoraro. Grazie alle loro opere, ascoltate in diversi periodi della sua vita, Farina intuisce che i significati dell’esistenza si celano anche all’interno di canzoni popolari apparentemente snobbate per il loro carattere immediato. Scrivere di filosofia e musica contemporanea non è mai cosa facile, e lo so per esperienza diretta in quanto proprio nel 2008 ho pubblicato il libro “I cantautori e la filosofia da Battiato a Zero”. Tale accostamento fra le due discipline dell’anima fa arricciare spesso il naso ai soliti accademici. Quest’ultimi, forse, non hanno ancora compreso il vero significato della filosofia. Ma fortunatamente Farina non si lascia fuorviare dalle chiacchiere e chiama in suo aiuto il pensiero del padre della filosofia moderna, Cartesio. In virtù della sua esperienza di consulente filosofico l’autrice consegna ai lettori un percorso di vita terapeutico per imparare a modificare gli atteggiamenti errati del nostro presente. Da leggere.
Cristian Porcino
© Riproduzione riservata
lunedì 5 marzo 2012
“Dalla e Zero due miti musicali analizzati nel libro di Cristian Porcino”

di: Daniela Tuscano
Scrittore, "filosofo impertinente" - come si autodefinisce - e talento eclettico, Cristian ha dato alle stampe in questi giorni il suo primo romanzo, "Un'altra vita". Per Fabio Croce, nel 2008, ha pubblicato "I cantautori e la filosofia da Battiato a Zero". Ne approfittiamo per chiacchierare di due sue grandi passioni, Renato e Lucio Dalla.
«Quando ti sei imbattuto nell'artista Zero?»
- Nel 1991, anno della sua prima apparizione sanremese. “Spalle al muro” fu un brano che mi colpì in maniera non indifferente. Era il primo artista a portare una ventata d’ aria fresca in un clima in cui la canzonetta d’amore aveva il predominio assoluto. Una riflessione sulla senescenza che avanza fu un tocco di rara genialità. Da lì in poi iniziai ad ascoltare ogni suo album e così crebbe il mio interesse nei confronti della sua musica. Non ci sono brani che preferisco di più di lui perché adoro tutte le sue canzoni. Per citarne solamente una posso dire che sono profondamente legato a “Siamo eroi”.
«Quali temi, secondo te, ha affrontato meglio?»
- Renato ha saputo trattare nelle sue canzoni ogni genere di argomento. Oggi si fa un grande abuso della parola poeta ma Renato è il poeta dell’animo umano, un cantore neorealista della società contemporanea. Ha descritto con veridicità e talvolta con crudeltà le nostre fragilità e disillusioni. Solamente un talento unico come il suo poteva fare ciò.
«In questi giorni siamo tutti profondamente turbati per l'improvvisa scomparsa di Lucio Dalla. Sappiamo che nel tuo libro hai parlato anche di lui. Che effetto ti ha fatto la notizia della sua morte?»
- La scomparsa di Lucio mi ha profondamente colpito, era uno dei miei artisti preferiti. Io e Dalla ci siamo incontrati un paio di volte. La prima diversi anni fa, al concerto di Samuele Bersani. All’epoca ero poco più che un adolescente. Lui si sedette accanto a me e parlammo un po’. Mi chiese cosa facevo e quali erano le mie aspettative per il futuro. Gli rivelai che mi piaceva scrivere e che avevo composto dei testi per delle canzoni. Mi domandò se li avevo lì con me ma non avevo nulla, purtroppo. Per me era un mito, in casa ascoltavo (e continuo a farlo ancora oggi) i suoi straordinari dischi, eppure lui aveva un modo così spontaneo e contagioso di parlare. Diversi anni dopo lo incontrai in sala stampa per la presentazione del concerto allo stadio di Catania e gli accennai qualcosa sul mio progetto che, qualche anno dopo, sarebbe poi diventato il libro sui cantautori da te menzionato. Avevo solo pochi minuti e parlammo principalmente del suo cd “Lucio” che era appena uscito. Fu sempre cortese e gentile, disponibile come pochi. Un artista indimenticabile e geniale.
«Lucio si è sempre professato credente. Renato pure. Quali analogie e differenze trovi nella loro poetica?»
- Renato Zero e Lucio Dalla sono accomunati dall’educazione religiosa di stampo cattolico ricevuta sin dall’infanzia. Nel tempo però Lucio si è accostato al tema del divino con una certa curiosità, inquietudine e una sana irriverenza. In una canzone contenuta in “Angoli del cielo” Dalla si chiede chi muove il mondo e chi si cela dietro questo gran mistero che chiamiamo vita. La canzone “Henna” è un inno alla sapienza e all’opera di Francesco d’Assisi e il suo essere credente e praticante non lo ha mai portato a sposare in toto e pubblicamente le posizione vaticane. La sua professione di fede l’ha sempre vissuta con religioso silenzio. Per Dalla, la Chiesa è la comunità di persone che rendono quei mattoni un gruppo di persone vive. Renato invece, soprattutto negli ultimi anni, ha dimostrato un attaccamento visibile alla parte dogmatica e liturgica della Chiesa cattolica. Pensiamo all’omaggio a papa Wojtyla a cui ha dedicato il suo album “Il Dono”. In “Potrebbe essere Dio” Renato descrive un Dio totalmente coinvolto nel suo creato, mentre Dalla, pur credendo, ha sempre lasciato una porta spalancata verso l’ignoto, che non può essere risolto da nessun credo, tralasciando quindi le immagini propriamente ereditate dal retaggio clericale; pensiamo ad esempio all’angelo che piscerebbe sulla testa degli avari ed edonisti e guerrafondai: “se io fossi un angelo, non starei mai nelle processioni, nelle scatole dei presepi, starei seduto fumando una Marlboro al dolce fresco delle siepi... sarei un buon angelo, parlerei con Dio, gli ubbidirei amandolo a modo mio gli parlerei a modo mio e gli direi "Cosa vuoi tu da me tu" "I potenti che mascalzoni e tu cosa fai li perdoni" ...ma allora sbagli anche tu" ma poi non parlerei più...”.
Sia Lucio sia Renato hanno innovato il modo di scrivere canzoni e avuto un’ottima maestra di vita, la strada. Questa palestra di vita li accomuna e li rende speciali ed unici.
Pubblicata su "ZEROlandia" il 04/03/2012
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martedì 28 febbraio 2012
“Conosciamo meglio lo scrittore Cristian Porcino attraverso le domande del celebre Questionario Proust” a cura di M.A.

1) La cosa che le piace di più di se stesso?
«La lealtà intellettuale e la creatività artistica»
2) La cosa che più detesta di se stesso?
«La sincerità. Dico sempre ciò che penso. Purtroppo»
3) Il pregio che preferisce in un uomo?
«L’onestà e il coraggio di mettersi continuamente in gioco»
4) E in una donna?
« L’intelligenza»
5) Cosa ci vuole per diventarle amico?
«Anche in questo caso onestà e sincerità»
6) La volta che è stato più felice?
« Il giorno della mia laurea»
7) La volta che è stato più infelice?
«Quando ho scoperto che chi credevo amico, in realtà era solamente un opportunista e un doppiogiochista»
8) In che cosa si trasformerebbe, se avesse la bacchetta magica?
«In un personaggio delle fiabe»
9) Cosa sognava di fare da grande?
«Lo scrittore»
10) L'errore che non rifarebbe?
« Fidarsi troppo»
11) La persona che invidia di più?
« Non invidio nessuno»
12) La persona che ammira di più?
«Tenzin Gyatso»
13) La persona che sa di non essere?
«Un leccapiede e una banderuola»
14) Tre libri da portare sull'isola deserta?
«Amleto, Il ritratto di Dorian Gray, Simposio»
15) Il rosso o il nero?
«Diciamo Stendhal»
16) I personaggi storici che disprezza di più?
«Hitler, Mussolini e ogni dittatore o monarca sanguinario esistito nella storia »
17) Lo sfizio che non si è mai tolto?
«Non aver detto a diverse persone che sia loro, che le idee di cui si fingevano portavoce valevano davvero poco, forse nulla»
18) L'ultima volta che ha perso la calma?
«Ieri»
19) La volta che si è sentito fiero di essere italiano?
«Non ricordo»
20) La volta che si è vergognato di essere italiano?
«Spesso. Soprattutto dopo aver assistito all’ennesimo teatrino della politica e giustizia italiana»
21)Autori preferiti?
«Hemingway, Shakespeare, E. A.Poe, Dickens, Wilde, Maupassant, Verga, Pirandello e molti altri»
22) Attori e attrici che preferisce?
«Vincent Price e Joan Crawford»
23) Il suo peggior nemico?
«Chi predica bene e poi razzola male»
24) Il dono di natura che vorrebbe avere?
«Ballare come Michael Jackson o essere un’étoile di fama mondiale»
25) I suoi musicisti preferiti?
«Nyman, Glass, Morricone, Zimmer, Williams, Sakamoto»
26) I suoi eroi?
«Santiago de Il vecchio e il mare, Rimbaud e gli intellettuali coraggiosi»
27) E le sue eroine?
« Ipazia, Mary Shelley, Luisa May Alcott, Rosa Parks»
28) Ciò che detesta di più?
«L’ipocrisia»
29) Le colpe che le ispirano maggiore indulgenza?
«Quelle dettate dall’incoscienza»
30) Come vorrebbe morire?
«Non vorrei morire, almeno per il momento»
31) Il suo motto?
« Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te stesso »
(M.A)
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martedì 17 gennaio 2012
Recensione libro “I cantautori e la filosofia da Battiato a Zero” di Cristian Porcino

a cura di Andrea Amendolagine
Il pensiero dei grandi filosofi è ancora vivo? A rispondere a questo interessante quanto delicato dilemma ci pensa il saggio "I cantautori e la filosofia da Battiato a Zero" di Cristian Porcino.
Dottore in Filosofia laureatosi nel 2005 presso l'Università di Catania, Porcino analizza in modo semplice ma allo stesso tempo analitico il pensiero di coloro che possiamo definire "i Filosofi dell'età contemporanea": i cantautori.
E' indubbio che oggi la canzone sia l'unico strumento che possa veicolare, in modo immediato ed efficace, il pensiero e la poetica di un artista direttamente all'ascoltatore in un modo nuovo e più incisivo rispetto a come avveniva molti secoli fa.
La filosofia di oggi si avvale dei prodigiosi strumenti che la tecnologia ed il progresso scientifico ha messo al suo servizio per diffondersi a macchia d'olio, partendo da una mente pensatrice (il cantante o cantautore) per raggiungere migliaia di menti pensatrici, tanto che nella storia della musica nazionale ed internazionale il pensiero di tanti artisti è diventato la linea guida, il pilastro dell'esistenza di migiliaia di persone (Beatles o Queen, per citarne solo alcuni).
Questo saggio realizzato da Cristian Porcino, oltre ad essere un lavoro che non può assolutamente mancare a chi ama la musica italiana "di qualità", è un'opera essenziale che si rivela come la prova tangibile della sopravvivenza ma soprattutto del trionfo del pensiero dei grandi filosofi del passato all'interno delle canzoni di oggi.
Ecco dunque che Porcino dimostra la sua volontà è di spiegare una volta per tutte (utilizzando un linguaggio adatto anche ai non addetti ai lavori) il significato ed il pensiero di pezzi che hanno fatto la storia della musica italiana (da "Il cielo" di Renato Zero a "La cura" di Franco Battiato) paragonandolo e raccordandolo con grande mestria e padronanza della materia al pensiero di mostri sacri come Kant, Hegel e tanti altri.
Da Fossati a Jovanotti, da Battiato a Renato Zero, da Gino Paoli a Fabio Concato (di cui l'autore riporta alla fine del libro un interessante intervista da lui direttamente realizzata), Porcino mette in luce l'importanza e la profondità di pensiero di cui i testi delle canzoni in esame sono intrisi, e con grande sorpresa il lettore ha la possibilità di rivedere nel testo della sua canzone preferita il pensiero del filosofo che ha tanto odiato al liceo.
Una piccola ma maestosa opera che dona grande dignità alla Filosofia, dimostrando in modo chiaro e senza alcun dubbio che il pensiero dona all'uomo l'immortalità.
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domenica 13 febbraio 2011
Quattro chiacchiere con Cristian Porcino


(articolo di Giulia Boni)
(Parigi) Ho incontrato lo scrittore Cristian Porcino a Parigi dove si trova per la presentazione del suo libro. L’appuntamento è in piazza dell’Opéra; accanto ad uno dei più prestigiosi teatri del mondo. Cristian arriva con mia enorme sorpresa in perfetto orario. Ci andiamo a sedere all’interno del famoso “Cafè de la Paix” che mi rimanda indietro nel passato dove autori come Proust, o personalità come Gurdjieff frequentavano il locale. Cristian Porcino è un giovane ed eclettico scrittore che pubblica libri di qualità, ma non ha il giusto riconoscimento in Italia, dove l'interesse per la lettura è alquanto scarsa. Ciò diventa più difficile se i temi che affronti richiedono una certa riflessione e il pubblico è sempre più distratto e assuefatto alle letture mordi e fuggi.
Porcino ha una cultura che va oltre la sua laurea in filosofia, è sempre alla ricerca di nuovi stimoli per creare un prodotto valido, consapevole di correre il rischio dell'impopolarità.
“Ciao Cristian, finalmente siamo riusciti ad incontrarci, grazie per la tua disponibilità; parliamo dell'ultimo libro che hai pubblicato: "Sulla pena di morte da Beccaria ad oggi", perchè un argomento così forte, anche se purtroppo nel 2011 ancora attuale?”
«Ciao Giulia ho deciso di pubblicare questo mio lavoro perché la gente non ignori che ancora oggi questa inutile pena viene inflitta in paesi civilizzati come gli Usa oppure in Cina, Iran, etc. Inoltre proprio in occasione dei 150 anni dell’unità d’Italia occorre ricordare che un italiano illuminato come Cesare Beccaria ha reso onore alla nostra cultura nel mondo. Infondo se oggi siamo un po’ più civili lo dobbiamo proprio al suo “Dei Delitti e delle pene”.»
“Hai inserito diverse citazione di Giovanni Paolo II °, quanto ha influito la sua figura nella tua crescita, dato che il suo lungo pontificato, ha percorso gli anni della tua adolescenza?”.
«Giovanni Paolo II° è stato il pontefice sotto cui sono cresciuto. Pur essendo aconfessionale non posso negare l’influenza che ha esercitato su di me un grande pensatore come lui. Molti dimenticano che Karol Wojtyla prima di diventare papa fu un ottimo filosofo nonché scrittore e poeta. La sua grande preparazione e il suo vivo interesse per la difesa dei diritti dell’uomo hanno caratterizzato il rapporto fra il mondo cattolico e quello appartenente a culture e religioni diverse. Nel mio libro infatti lo cito in quanto pensatore e non in quanto pontefice della Chiesa cattolica. Per me conta il pensiero che si ha e si esprime e non l’appartenenza ad un gruppo o associazione».
“Parliamo di "autopubblicazione", ho notato che per le tue ultime opere, sei diventato editore di te stesso. È così difficile trovare un editore che sia pronto ad investire su autori giovani, e pur riconoscendone le qualità, non si esponga solamente per pubblicare le opere di autori conosciuti o di personaggi che vediamo quotidianamente nel palinsesto televisivo?”.
«Ho deciso di ricorrere all’autopubblicazione di alcuni miei lavori, perché mi sono reso conto che i contratti offerti dagli editori prevedono percentuali sui diritti d’autore davvero irrisori. A quel punto chi guadagna dalla vendita del proprio libro non è certamente l’autore che avrà un misero 10%, da cui si dovranno detrarre le tasse; ma bensì l’editore. Pertanto ho deciso di assumermi ogni responsabilità considerato che la stragrande maggioranza degli editori hanno dimostrato di avere scarso coraggio e poca professionalità.
Inoltre trovo vergognoso che le case editrici richiedano all’autore un contributo economico sia per la stampa che per l’acquisto di copie. Questa cosa è orripilante perché offendono il lavoro di uno scrittore. Oggi come oggi non potrebbe più venir fuori un nuovo Hemingway o Wilde poiché il sistema che ruota attorno all’editoria finirebbe con il richiedere un esborso economico che un giovane autore non potrebbe e non dovrebbe mai dare. Questo naturalmente accade con l’editoria indipendente, poiché è davvero impensabile che ad esempio la Mondadori, Feltrinelli e Rizzoli ti prendano in seria considerazione. Dopotutto come insegna Checco Zalone nel suo ultimo film “Che bella giornata” senza alcuna conoscenza in alto loco non si arriva da nessuna parte; e chi vi arriva potrebbe essere un incompetente con un gran santo protettore alle spalle.
“Quindi mi stai dicendo che in Italia ti pubblicano solamente se paghi o se hai delle conoscenze importanti?”.
«Esattamente. Vedi Giulia oggi tutti scrivono un libro; dalle starlette televisive ai comici, dalla casalinga all’impiegata, basta un buon ghost writer e il lavoro è praticamente fatto. La cosa che mi fa rabbrividire è che se si legge la classifica dei libri più venduti in Italia, su 20 posizioni solamente 7 fanno questo di mestiere; per il resto sono conduttrici tv, cabarettisti e cuochi. Immagino il rammarico di Umberto Eco nel vedere il suo ottimo “Cimitero di Praga” stazionare fra ricette, barzellette e redenti sulla via di Damasco.
In Italia persistono le caste, le corporazioni. Chi domina la classifica di vendita dei libri appartiene ad una categoria ben specifica come i giornalisti e gli insegnanti universitari. La maggior parte dei giornalisti sono televisivi e quindi straconosciuti. Molti dei quali appongono solamente la propria firma ai “loro” lavori poiché stanno sempre in onda e non potrebbero materialmente scriverli. A questi bisogna aggiungere quelli appartenenti ai vari quotidiani e settimanali più importanti del paese. Poi vi è la categoria dei docenti universitari che vengono interpellati per ogni stupidaggine; come se insegnare letteratura italiana li renda automaticamente scrittori. Così tutti coloro che scrivono libri di critica letteraria o di filosofia, ma non sono organici e funzionali a nessun sistema politico, ideologico o confessionale, si trovano estromessi dal dibattito.
Quasi certamente fra qualche anno scriveranno pure i morti e gli analfabeti; anche se quest’ultimi lo fanno già. »
Fra una portata e l’altra parliamo del più e del meno. Osservo con attenzione la disponibilità di Porcino e spesso, anche se concordo con lui, rimango un po’ basita dal fatto che siamo forse circondati da personalità così false che quando ti trovi davanti una persona vera come lui si rimane spiazzati per l’immediatezza e la franchezza con cui ti espone il proprio pensiero.
“Sei tornato da poco dall'America, come hai trovato la loro situazione editoriale? Gli americani sono un popolo che legge?”
« Dunque in America ci vado spesso e la considero un po’ la mia seconda casa; infatti negli Usa la popolazione è abituata a leggere sin da piccola. Nelle metropolitane o negli autobus ognuno di loro ha un buon libro che li accompagna a destinazione. Se ti rechi nel negozio “Strand Books” la gente vi entra con i carrelli per acquistare libri nuovi scontati. Per noi italiani ciò è davvero impensabile. Si fanno le file per i Saldi nel settore abbigliamento ma guai per investire il proprio denaro in un oggetto “inutile” chiamato libro. Per non parlare della possibilità per un giovane autore di pubblicare e presentare il proprio lavoro attraverso varie conferenze. In America si investe oltre che culturalmente anche economicamente sui giovani; mentre in Italia i “non vecchi” sono considerati e visti solamente come dei poveri incapaci e negletti senza alcun diritto. Basta guardare l’età media di chi governa il nostro paese e confrontarlo con il presidente francese, americano, tedesco o il primo ministro inglese e spagnolo ».
“Quindi Cristian pensi che traducendo i tuoi libri e vendendoli sul mercato straniero, avresti le stesse difficoltà che affronti tutti i giorni in Italia?”.
«Assolutamente no. Credo proprio che prima o poi debba fare i conti con il semplice fatto che in Italia un vero scrittore non può vivere. Gli italiani non solo non leggono ma la loro politica disprezza la cultura. I libri costano molto cari, mentre in America no. Questo non fa che incrementare l’esistenza di social network come facebook e twitter. Esistono diverse pagine dedicate alla lettura ma nella stragrande maggioranza si parla sempre dei soliti noti. Nessuno vuole concedere spazio alla novità. A questo punto parafrasando lo scrittore Aldo Busi, lo scrittore vivente ha solo una colpa, quella di non essere ancora morto. Inoltre questo successo dei social network ci fa capire che esiste una necessità di comunicare con l’altro anche se si avverte una certa tensione nei commenti di alcuni soggetti, che si trincerano dietro uno schermo e una tastiera per aggredire e offendere; cosa che non avverrebbe mai in un dialogo faccia a faccia. In fondo anche l’offesa sta diventando una forma accettata di comunicazione!. Sai cosa mi viene in mente? La frase del film di Franco Battiato ”Perdutoamor”: “Comunicare è da insetti, esprimerci ci riguarda”. Ma ritornando alla tua domanda sì, penso che al più presto farò in modo che i miei libri possano giungere sul mercato straniero».
“Fino ad oggi hai pubblicato sette libri; oltre alle grandi tematiche ti sei occupato di due big della musica; mi riferisco a "Tributo a Michael Jackson" e “Madonna, la regina del pop". Credi che le opere biografiche siano più seguite dal pubblico?”.
«Certamente Giulia. Il pubblico che segue attivamente un cantante è sicuramente poco incline alla lettura impegnata. In molti casi il loro interesse si rivolge esclusivamente all’adulazione dell’artista e non dedicano tempo ad altri interessi, quindi se scorgono in libreria un libro dedicato al loro beniamino lo acquistano immediatamente. Se devono “sforzarsi” di leggere che questo avvenga per una buona causa come la lettura della vita e della carriera dei loro idoli. Ad essere sincero Giulia nell’ambiente dei fans io non mi trovo molto a mio agio. Talvolta mi terrorizzano con il loro modo di fare volto a vedere il marcio là dove non c’è. Stanno spesso sul piede di guerra se ciò che si scrive non corrisponde all’immagine che loro si sono costruiti in abstracto.
Dimenticano molto spesso i ruoli che in questo caso dovrebbero essere rispettati. Naturalmente non sono tutti, ma non sono pochissimi. Ho conosciuto persone davvero eccezionali fra i fan e con loro si è costruito un ottimo rapporto anche di amicizia; mentre ne ho incontrati altri che sono decisamente degni della legge Basaglia. Pensa Giulia che a causa di certe persone decervellate ho dovuto difendermi con delle querele. Vi è una persona in particolare che ha messo in atto un vero e proprio piano persecutorio nei miei confronti e prima o poi dovrò decidermi a denunciarla per stalking. Per quanto riguarda "Tributo a Michael Jackson" e “Madonna, la regina del pop" sono nati per rendere omaggio a due figure importantissime della musica mondiale».
“Incredibile Cristian, ma davvero esistono persone così aggressive? Hai fatto bene a tutelarti nelle opportune sedi giudiziarie”.
«Purtroppo si Giulia, ho dovuto farlo. »
Vorrei ricordare che tra altre pubblicazioni di Porcino vi sono anche "Diabolus" saggio sull’opera letteraria di Aldo Busi; che può ritenersi, a tutti gli effetti, un valido contributo per chi desidera accostarsi ai testi busiani che sono decisamente impegnativi.
Mentre "I cantautori e la filosofia da Battiato a Zero", è un vero gioiello, in quanto mette a nudo i testi dei cantautori italiani con un approfondimento filosofico, davvero unico nel suo genere consigliabile agli studenti e a chi conosce poco la filosofia.
Ne "La Chiesa e' nuda" Cristian ci mostra, con la correttezza che lo contraddistingue, lo stato poco felice che sta attraversando il cattolicesimo, senza puntare il dito, ma elaborando delle riflessioni su gli episodi di pedofilia emersi negli ultimi tempi.
“Ritornando al libro “sulla pena di morte…,” mi ha colpito il racconto della tua visita ad Auschwitz, devi essere rimasto profondamente colpito dalla visione di un luogo pieno di morte, da ciò che hai scritto si intuisce la forte emozione che hai vissuto.”
« Si Giulia quella visita mi ha segnato molto. La stesa cosa l’ho provata quando ho visitato i campi di concentramento di Dachau, Mauthausen e più recentemente la casa di Anna Frank ad Amsterdam o l’Holocaust Museum a Washington. Impossibile definire l’orrore che si percepisce ad Auschwitz a distanza di molti anni. Non lo si può visitare e dimenticarsi di cosa è accaduto in quel luogo. Ho provato così tante emozioni che sono difficilmente trasferibili su carta».
“L’ultima domanda Cristian, sei di nuovo al lavoro? Non vuoi dirmi dove ti condurrà, questa volta, la tua vena artistica?”.
«Si Giulia, sto lavorando insieme ad una valida autrice a un nuovo progetto, un romanzo intriso di mistero e filosofia. Un libro scritto a quattro mani che scava in profondità nei più oscuri meandri dell’ignoto. Di più non posso dirti».
Intervista a cura di: Giulia Boni
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lunedì 23 marzo 2009
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