("Infanzia e stereotipi di genere in TV" di Anna Antoniazzi e Irene Biemmi, Carocci Editore, pp. 134, € 13.00)
Proprio di questo si occupano le autrici in questo saggio interessantissimo, che mette al centro i modelli di femminilità e mascolinità appresi dai più piccoli attraverso la pubblicità e i mass media — un discorso cruciale sul quale mi sono confrontato anch'io nel mio Obliquo Presente. Una pedagogia del dissenso nel tempo dell'odio.
Fin da bambini, noi nati negli anni '80 non abbiamo avuto alcun riferimento a cui appigliarci: l'eteronormatività era l'unico modello proposto, un modello rigido che cancellava ogni divergenza e ci condannava all'invisibilità. Gli stereotipi, se assimilati e rafforzati fin dalla più tenera età, possono dare vita a comportamenti da adulti che compromettono la propria e l'altrui felicità. Come scrive Gino Cecchettin nella prefazione al testo: «Ogni volta che minimizziamo, che sorridiamo davanti a una battuta sessista, che consideriamo 'normale' un modello relazionale sbilanciato stiamo contribuendo a rafforzare un'idea di mondo».
Ed è proprio da qui che dobbiamo partire per decostruire un certo linguaggio che si fa strada nella comunicazione massmediale. In questo percorso, il saggio di Antoniazzi e Biemmi rappresenta uno strumento prezioso per chiunque si occupi di educazione e formazione. Un libro necessario e assolutamente consigliato.
©️ Cristian A. Porcino Ferrara
