martedì 6 ottobre 2026

Il monopolio dell’anima (a spese di tutti)

 


Paghiamo tutti il canone RAI, a prescindere dal nostro orientamento religioso, da ciò in cui crediamo o non crediamo. Eppure, la TV pubblica continua a raccontare il bene, la spiritualità e la storia religiosa attraverso un’unica e sola lente: quella del cattolicesimo.

Ciò che rende la situazione ancora più paradossale è che questo monopolio avviene persino all'interno dello stesso cristianesimo, una realtà storicamente plurale, complessa e ricca di voci diverse che vengono regolarmente cancellate.

Da socio di minoranza, capisco fin troppo bene cosa voglia dire trovarsi schiacciati da una maggioranza che vuole fagocitare tutto e relegarti in un angolo, solo perché teme di essere messa all'ombra. È lo stesso meccanismo che vedo all'opera nel servizio pubblico: un monopolio culturale dove la "vera fede" o l'esempio morale sembrano avere cittadinanza solo sotto il Cupolone. Se si parla di solidarietà, di scelte di vita radicali o di impegno sociale, la figura di riferimento è sempre un santo, un sacerdote o una suora cattolica. Come se non esistesse altro.

Pensiamo alla storia:

  • Valdo di Lione, alla fine del XII secolo, spoglia se stesso di ogni ricchezza per predicare il Vangelo non in latino, ma in volgare. Non crea un ordine sottomesso a Roma, e per questo viene bollato come eretico. La sua storia di rottura e coraggio? Inesistente nei palinsesti.

  • E quando si parla di donne? Spazio solo a sante e religiose cattoliche. Mai un accenno a figure fondamentali come Katharina Schütz Zell, riformatrice protestante del '500, teologa, attiva nell'assistenza ai profughi e sostenitrice del matrimonio dei ministri di culto. Silenzio assoluto.

Da non credente, trovo questa narrazione penalizzante per la cultura di questo Paese. La sensazione è che la percezione collettiva sia ferma alle quattro nozioni scolastiche su Martin Lutero, come se il protestantesimo fosse un cimelio del passato.

È semplicemente assurdo perpetuare una narrazione a senso unico che ignora la realtà storica e le tante altre confessioni religiose che si sono prodigate — e continuano a farlo ogni giorno — per aiutare gli altri.

Guardiamo alla realtà di oggi: la Chiesa Valdese, ad esempio, è una presenza viva e radicata in Italia. Ogni anno devolve l'8x1000 ricevuto a progetti civili, sociali e umanitari, documentando e rendicontando pubblicamente ogni singolo centesimo speso.

Un servizio pubblico pagato da tutti non può continuare a promuovere un unico modello, dimenticando chi contribuisce concretamente al bene comune fuori dai binari della maggioranza.

Cristian A. Porcino Ferrara


lunedì 5 ottobre 2026

Giornata Mondiale degli Insegnanti: ma quali auguri?

 


Oggi ricorre la Giornata Mondiale degli Insegnanti. E io, che da quasi nove anni cerco di insegnare a stare al mondo prima ancora che sulle carte, mi chiedo: ma quali auguri?

In Italia abbiamo questa bellissima abitudine: ci piace creare i santi per potergli tirare le pietre. Per trecentosessantaquattro giorni all’anno l’insegnante è quello dei "tre mesi di vacanza", quello che secondo certi politici fa solo da parcheggio ai figli, o il responsabile di tutti i mali della nazione.

Poi, arrivati al 5 ottobre, ci mettiamo la giacca buona e facciamo le celebrazioni retoriche.
Se lavori nella scuola statale ti trattano da impiegato del catasto; se poi, come me, lavori nella formazione professionale regionale, entri direttamente nella categoria dei filosofi stoici: perché ci vuole una pazienza senecana per insegnare quando lo stipendio lo vedi dopo sette, otto mesi, o magari dopo un anno intero.

Diceva Cartesio: "Cogito ergo sum", penso dunque sono. Bellissimo. Ma per vivere non basta mica il solo pensiero: ci vuole anche un piatto a tavola e, soprattutto, una piccola "speranzella" per costruire il domani. E questa speranzella andrebbe costruita oggi, non domani.

Diceva pure Socrate che il compito del maestro è la maieutica, cioè far nascere le idee. Oggi invece sembra essere quello del capro espiatorio: qualsiasi cosa non vada, la colpa è della scuola. Siete tutti convinti che il nostro sia il lavoro più bello del mondo, eppure ci pagate come apprendisti e venite in classe a contestare le nostre decisioni.

Allora facciamo un patto di civiltà, come nell'antica Grecia: lasciamo a ciascuno la propria arte.
A voi genitori spetta l'educazione familiare, e noi non veniamo a casa vostra a dirvi come crescere i figli. A noi spetta l'arte della didattica, per la quale abbiamo studiato.

Se volete davvero festeggiarci, lasciate perdere le parole al miele: dateci rispetto. Economico, contrattuale e umano.


Cristian A. Porcino Ferrara


martedì 8 settembre 2026

L’arte di giudicare un libro dalla copertina: il paradosso delle selezioni AFAM

 


Si fa un gran parlare di merito, trasparenza e valutazione nell’Alta Formazione Artistica e Musicale. Tuttavia, quando si osservano da vicino i meccanismi con cui certe commissioni gestiscono i reclami e la valutazione dei titoli, ci si rende conto che Manlio Sgalambro aveva ragione: la burocrazia non è un mezzo per gestire la cultura, è la forma di pensiero con cui l'istituzione prova a sopravvivere alla propria irrilevanza.

L'episodio che mi vede direttamente coinvolto è emblematico e riguarda le recenti procedure selettive per l'attribuzione di incarichi di docenza presso l'Accademia di Belle Arti di Catania (nello specifico, i settori ABPC 67 - Sceneggiatura e ABTEC 42 - Estetica delle interfacce).

Il paradosso della valutazione "a distanza"

A seguito di formali istanze di riesame in autotutela verso le graduatorie provvisorie, le commissioni giudicatrici si sono pronunciate con appositi verbali (Prot. 3723 e 3724 dell'8 settembre 2026). Tra le motivazioni adottate per confermare il mancato riconoscimento di punteggio a saggi editi e dotati di codice ISBN, si legge che le opere presentate si focalizzerebbero su tematiche "estranee o solo marginalmente correlate" rispetto al profilo del bando.

Ed è qui che scatta il cortocircuito, comico e tragico al tempo stesso. Siamo di fronte alla pura rappresentazione del "vorrei ma non leggo". Come si fa a decretare la "non pertinenza" o la "marginalità" dei contenuti di un volume se alla commissione non sono mai stati forniti (né dalla stessa mai richiesti) l'indice dei capitoli, un estratto del testo o la consultazione dell'opera?

In assenza della lettura del libro e persino dell'indice, l'analisi del valore scientifico o dell'attinenza disciplinare si arresta inevitabilmente al titolo. Si assiste così al paradosso per cui un organo accademico giudica la pertinenza di un saggio complesso basandosi esclusivamente sulla "copertina" o sulla dicitura bibliografica. Un esercizio di chiaroveggenza più che di valutazione scientifica.

Tra intrattenimento e rigore teorico: il cortocircuito delle "pertinenze"

Ma la comicità involontaria della burocrazia concorsuale raggiunge il suo culmine nei criteri di valutazione delle affinità disciplinari.

Sia chiaro: apprezzo e stimo profondamente l'intelligenza e il talento artistico di Ficarra e Picone, la cui comicità ha meritato diritto di cittadinanza negli studi sulla cultura pop e sullo spettacolo. Il punto non riguarda il valore degli artisti, ma la singolare proporzione critica usata dalla Commissione.

Ci si ritrova infatti di fronte al paradosso per cui analisi dedicate alla comicità popolare vengono promosse a pieni voti come di fondamentale e diretta pertinenza per l'insegnamento universitario di Sceneggiatura o Estetica, mentre studi saggistici di respiro teorico, filosofico e pedagogico vengono svalutati e bollati come "estranei". Sottotraccia riemerge così quella storica, snobistica "puzza sotto il naso" con cui certo mondo universitario guarda ai colleghi della scuola secondaria: i nostri studi, ai loro occhi, non sono mai ritenuti all'altezza dei loro libelli, trattati come i figli d'un dio minore di quella stessa filiera accademica che poi accoglie i ragazzi e le ragazze che noi contribuiamo a formare sul campo. Ritenere che l'analisi dell'intrattenimento televisivo e cinematografico possa scavalcare ed escludere d'emblée la riflessione strutturale e critica sul presente rivela un'idea di cultura decisamente bizzarra: quella in cui la burocrazia usa il diletto come alibi per sbarrare la strada al pensiero complesso.

Discrezionalità tecnica o inerzia istruttoria?

Nelle motivazioni con cui sono stati rigettati i reclami (non solo del sottoscritto, ma della totalità dei candidati), le commissioni hanno richiamato la propria "piena discrezionalità tecnica e autonomia".

Se la discrezionalità è un principio legittimo, essa non dovrebbe però trasformarsi nell'alibi per un'assenza totale di istruttoria. La saggistica vive di intersezioni, di cortocircuiti teorici, di contaminazioni di linguaggi e strutture narrative che non possono essere decifrati a vista dal titolo di copertina. Giudicare "marginalmente correlato" un testo senza averne mai visionato la struttura solleva un interrogativo metodologico enorme: siamo di fronte a un reale giudizio di merito o alla semplice necessità di blindare le graduatorie pregresse per non dover riaprire i conteggi?

Una questione di metodo

Il tema non riguarda la singola graduatoria — le cui dinamiche burocratiche seguono logiche spesso autoreferenziali — ma il messaggio culturale e pedagogico che viene veicolato.

Se le istituzioni preposte alla formazione artistica e universitaria accettano che la valutazione di un'opera si riduca a una presunzione sul titolo, si smarrisce il senso stesso della ricerca. Fare luce su questi metodi non è un atto di polemica personale, ma un dovere di testimonianza e di critica: il merito e la cultura si valutano con il rigore della lettura, non con la fretta di un timbro burocratico.



© Cristian A. Porcino Ferrara


sabato 5 settembre 2026

"Infanzia e stereotipi di genere in TV" di Anna Antoniazzi e Irene Biemmi

 


​("Infanzia e stereotipi di genere in TV" di Anna Antoniazzi e Irene Biemmi, Carocci Editore, pp. 134, € 13.00)

​Durante una lezione di Pari opportunità nella mia classe di scuola superiore, ho somministrato alle mie allieve e ai miei allievi un foglio suddiviso in due parti con scritto da un lato "Cose da femmine" e dall'altro "Cose da maschi". Il risultato ha mostrato il rafforzamento fin dalla loro età di stereotipi di genere che li intrappolano in schemi nocivi per la loro crescita.
​Proprio di questo si occupano le autrici in questo saggio interessantissimo, che mette al centro i modelli di femminilità e mascolinità appresi dai più piccoli attraverso la pubblicità e i mass media — un discorso cruciale sul quale mi sono confrontato anch'io nel mio Obliquo Presente. Una pedagogia del dissenso nel tempo dell'odio.
​Fin da bambini, noi nati negli anni '80 non abbiamo avuto alcun riferimento a cui appigliarci: l'eteronormatività era l'unico modello proposto, un modello rigido che cancellava ogni divergenza e ci condannava all'invisibilità. Gli stereotipi, se assimilati e rafforzati fin dalla più tenera età, possono dare vita a comportamenti da adulti che compromettono la propria e l'altrui felicità. Come scrive Gino Cecchettin nella prefazione al testo: «Ogni volta che minimizziamo, che sorridiamo davanti a una battuta sessista, che consideriamo 'normale' un modello relazionale sbilanciato stiamo contribuendo a rafforzare un'idea di mondo».
​Ed è proprio da qui che dobbiamo partire per decostruire un certo linguaggio che si fa strada nella comunicazione massmediale. In questo percorso, il saggio di Antoniazzi e Biemmi rappresenta uno strumento prezioso per chiunque si occupi di educazione e formazione. Un libro necessario e assolutamente consigliato.

©️ Cristian A. Porcino Ferrara

mercoledì 2 settembre 2026

Parlare ai cuori senza frugare nelle vite: la lezione di Enzo Bianchi

 


La scomparsa di padre Enzo Bianchi rattrista anche un non credente come me, che leggeva con interesse le sue opere e, cosa ancor più importante, ne apprezzava l'appoggio incondizionato verso le persone omosessuali. Bianchi sosteneva che, nonostante il divieto tradizionale della Chiesa basato sulle Scritture, il cambiamento antropologico in atto imponga ai cattolici di riconoscere la genuinità dell'amore tra persone dello stesso sesso. Poiché la Bibbia risponde a un'epoca storica specifica mentre la società si evolve, il riconoscimento di questo amore è ormai una realtà ineludibile e uno dei temi centrali per la Chiesa.

Ricordo quando disse: «Se Cristo nel Vangelo parla del matrimonio come unione indissolubile, nulla dice in merito all'omosessualità. L'onestà, quindi, ci obbliga ad ammettere l'enigma, a lasciare il quesito senza una risposta. Su questo, io vorrei una Chiesa che, non potendo pronunciarsi, preferisca tacere».

Ecco, ci mancherà questa lucidità di un uomo spiritualmente elevato, che era in grado di parlare ai cuori delle persone senza frugare nelle mutande e nei sentimenti degli altri con i soliti toni accusatori di certi individui in tonaca. Una lucidità che Bianchi ha sostenuto anche in una bella intervista a Elvira Serra, in cui rifiutava con decisione qualsiasi aura di esemplarità o aspirazione alla santità, dichiarando di sentirsi una persona ancorata alla realtà e mostrando un atteggiamento critico verso le logiche e le contingenze storiche che spesso regolano i processi di canonizzazione della Chiesa.

Un uomo vero, fino all'ultimo. E un punto di riferimento per cui non possiamo che dire: grazie per quello che hai fatto per noi.


® Cristian A. Porcino Ferrara

mercoledì 26 agosto 2026

La meraviglia di Pompei e il "mistero" degli orari

 


​Visitare Pompei è un’emozione che riconcilia con il mondo. Davanti a tanta bellezza e storia siamo rimasti incantati: il luogo in sé meriterebbe mille stelle, perché la storia non si discute, si ama.



​Il problema subentra quando dalla Storia, con la S maiuscola, si passa alla gestione dei giorni nostri. Paghiamo ben 20 euro a testa di biglietto con la promessa che il sito chiuda alle 19:00 e che l'ultimo ingresso sia alle 17:30. Poi però scopriamo, a cose fatte, che i luoghi più preziosi — la Villa dei Misteri, il Lupanare, l'Antiquarium e le domus principali — tirano giù le serrande alle 18:00. Un'ora prima!



La cosa più singolare è che abbiamo persino chiesto informazioni a un impiegato, il quale si è guardato bene dall'avvisarci dell'imminente chiusura.



Un silenzio quasi filosofico, verrebbe da dire, se non fosse che dietro questo "non detto e non scritto" si avverte una spiccata furbizia nel monetizzare a spese del visitatore.


​Senza contare poi la scarsità di indicazioni stradali anche nelle immediate vicinanze del sito, la discutibilità della mancata programmazione di aperture serali nel mese di agosto e le perplessità sulle informazioni online riguardanti la disponibilità dei biglietti per fascia oraria ("9:00 - 13:00" anziché "fascia mattutina/fascia pomeridiana").


Dettagli che sembrerebbero peccati veniali se non stessimo parlando di uno dei più importanti siti archeologici al mondo e non del parcheggio periferico di un centro commerciale.




​In conclusione: se il patrimonio archeologico merita un dieci e lode, la gestione del servizio si guadagna una piena e solenne insufficienza per mancanza di trasparenza. La bellezza ci salverà, sì, ma un po' di organizzazione in più non guasterebbe.

® Cristian A. Porcino Ferrara

lunedì 24 agosto 2026

Cosa significa educare al dissenso? La mia intervista per Magma web

 




Educare al dissenso non significa alimentare lo scontro, ma insegnare a pensare in modo critico nell'epoca dell'odio.
Nella mia intervista per Magma Web, sul filo del mio libro Obliquo Presente, abbiamo parlato di scuola, educazione sessuo-affettiva, omofobia e molto altro.
🎬 Trovi l'intervista completa e gratuita su YouTube al seguente link 👇