Si fa un gran parlare di
merito, trasparenza e valutazione nell’Alta Formazione Artistica e
Musicale. Tuttavia, quando si osservano da vicino i meccanismi con
cui certe commissioni gestiscono i reclami e la valutazione dei
titoli, ci si rende conto che Manlio Sgalambro aveva ragione: la
burocrazia non è un mezzo per gestire la cultura, è la forma di
pensiero con cui l'istituzione prova a sopravvivere alla propria
irrilevanza.
L'episodio che mi vede direttamente coinvolto è emblematico e
riguarda le recenti procedure selettive per l'attribuzione di
incarichi di docenza presso l'Accademia di Belle Arti di Catania
(nello specifico, i settori ABPC 67 - Sceneggiatura e ABTEC 42
- Estetica delle interfacce).
Il paradosso della
valutazione "a distanza"
A seguito di formali istanze
di riesame in autotutela verso le graduatorie provvisorie, le
commissioni giudicatrici si sono pronunciate con appositi verbali
(Prot. 3723 e 3724 dell'8 settembre 2026). Tra le motivazioni
adottate per confermare il mancato riconoscimento di punteggio a
saggi editi e dotati di codice ISBN, si legge che le opere presentate
si focalizzerebbero su tematiche "estranee o solo
marginalmente correlate" rispetto al profilo del bando.
Ed è qui che scatta il
cortocircuito, comico e tragico al tempo stesso. Siamo di fronte alla
pura rappresentazione del "vorrei ma non leggo". Come si
fa a decretare la "non pertinenza" o la "marginalità"
dei contenuti di un volume se alla commissione non sono mai stati
forniti (né dalla stessa mai richiesti) l'indice dei capitoli, un
estratto del testo o la consultazione dell'opera?
In assenza della lettura del
libro e persino dell'indice, l'analisi del valore scientifico o
dell'attinenza disciplinare si arresta inevitabilmente al titolo. Si
assiste così al paradosso per cui un organo accademico giudica la
pertinenza di un saggio complesso basandosi esclusivamente sulla
"copertina" o sulla dicitura bibliografica. Un esercizio di
chiaroveggenza più che di valutazione scientifica.
Tra intrattenimento e
rigore teorico: il cortocircuito delle "pertinenze"
Ma la comicità involontaria
della burocrazia concorsuale raggiunge il suo culmine nei criteri di
valutazione delle affinità disciplinari.
Sia chiaro: apprezzo e stimo profondamente l'intelligenza e il talento artistico
di Ficarra e Picone, la cui comicità ha meritato diritto di
cittadinanza negli studi sulla cultura pop e sullo spettacolo. Il
punto non riguarda il valore degli artisti, ma la singolare
proporzione critica usata dalla Commissione.
Ci si ritrova infatti di fronte al paradosso per cui analisi dedicate alla comicità popolare vengono promosse a pieni voti come di fondamentale e diretta pertinenza per l'insegnamento universitario di Sceneggiatura o Estetica, mentre studi saggistici di respiro teorico, filosofico e pedagogico vengono svalutati e bollati come "estranei". Sottotraccia riemerge così quella storica, snobistica "puzza sotto il naso" con cui certo mondo universitario guarda ai colleghi della scuola secondaria: i nostri studi, ai loro occhi, non sono mai ritenuti all'altezza dei loro libelli, trattati come i figli d'un dio minore di quella stessa filiera accademica che poi accoglie i ragazzi e le ragazze che noi contribuiamo a formare sul campo. Ritenere che l'analisi dell'intrattenimento televisivo e cinematografico possa scavalcare ed escludere d'emblée la riflessione strutturale e critica sul presente rivela un'idea di cultura decisamente bizzarra: quella in cui la burocrazia usa il diletto come alibi per sbarrare la strada al pensiero complesso.
Discrezionalità tecnica o
inerzia istruttoria?
Nelle motivazioni con cui
sono stati rigettati i reclami (non solo del sottoscritto, ma della
totalità dei candidati), le commissioni hanno richiamato la propria
"piena discrezionalità tecnica e autonomia".
Se la discrezionalità è un
principio legittimo, essa non dovrebbe però trasformarsi nell'alibi
per un'assenza totale di istruttoria. La saggistica vive di
intersezioni, di cortocircuiti teorici, di contaminazioni di
linguaggi e strutture narrative che non possono essere decifrati a
vista dal titolo di copertina. Giudicare "marginalmente
correlato" un testo senza averne mai visionato la struttura
solleva un interrogativo metodologico enorme: siamo di fronte a un
reale giudizio di merito o alla semplice necessità di blindare le
graduatorie pregresse per non dover riaprire i conteggi?
Una questione di metodo
Il tema non riguarda la
singola graduatoria — le cui dinamiche burocratiche seguono logiche
spesso autoreferenziali — ma il messaggio culturale e pedagogico
che viene veicolato.
Se le istituzioni preposte
alla formazione artistica e universitaria accettano che la
valutazione di un'opera si riduca a una presunzione sul titolo, si
smarrisce il senso stesso della ricerca. Fare luce su questi metodi
non è un atto di polemica personale, ma un dovere di testimonianza e
di critica: il merito e la cultura si valutano con il rigore della
lettura, non con la fretta di un timbro burocratico.
©
Cristian A. Porcino Ferrara