lunedì 2 novembre 2026

​«Un gatto che non crepa»: la vita, la morte e l'eredità di Pier Paolo Pasolini

 


A 51 anni dal suo barbaro omicidio all'Idroscalo di Ostia, il pensiero di  Pier Paolo Pasolini continua a camminare tra noi, inciso sui muri dei rioni popolari  come questo a Salerno. 
È la figura di quel gatto nero a riportare subito alla memoria i suoi versi  autobiografici più cupi e profetici, tratti da Una disperata vitalità (1964):
«Sono come un gatto bruciato vivo, / pestato dal copertone di un autotreno, / impiccato da ragazzi a un fico, ma ancora almeno con sei / delle sue sette vite [...] un gatto che non crepa».
Ritrovare quel felino dai tratti totemici ed essenziali proprio sotto i versi a lui  dedicati trasforma questo vicolo in un memoriale urbano. È il ritratto di un  intellettuale che ha pagato a caro prezzo la sua lucidità, ma la cui voce rimane  indigesta, selvatica e  immortale nell'umile luce della strada.  
©️ Cristian A. Porcino Ferrara 

domenica 1 novembre 2026

Il Vesuvio nel cuore, il mare negli occhi: la mia visita alla tomba di Luciano De Crescenzo

 



Lo scorso agosto, in un sabato pomeriggio afoso di quelli in cui l’aria sembra quasi fermarsi, ci siamo ritrovati a Furore. Per chi legge i miei scritti o conosce il mio percorso, non è un mistero il profondo legame che mi unisce a Luciano De Crescenzo. Andare lì era un atto dovuto: un omaggio a un maestro, a un punto di riferimento che ha tracciato il mio primo sentiero verso la filosofia, portandomi a intraprendere anche professionalmente l'insegnamento di questa disciplina.

I ricordi, in certi luoghi, tornano a galla con una nitidezza quasi disarmante. Mi è tornato in mente quando, ancora ragazzo, presi carta e penna per scrivergli. Gli confidai un desiderio semplice e profondo: avrei voluto un nonno come lui con cui poter parlare di filosofia. Mio nonno, purtroppo, era segnato dalla malattia e quel dialogo non era possibile. Ho già raccontato questo episodio in un mio libro: non mi aspettavo nulla, eppure, dopo qualche tempo, arrivò un plico inaspettato.

Dentro c’era una sua lettera straordinaria, in cui mi diceva che la mia confessione lo aveva commosso al punto da volerla custodire nel portafoglio. Insieme alla lettera, una copia del suo libro Il Dubbio, con una dedica che porto ancora nel cuore: “A mio nipote Cristian, tuo nonno Luciano De Crescenzo”. In quel gesto c’era già tutta la sua lezione, quella che ho fatto mia: l’idea di una filosofia che non si arrocca nelle torri d’avorio, ma che si fa carne, ascolto, parola fruibile per tutti.

Scendendo tra i viali del piccolo cimitero di Furore, un luogo che custodisce la sepoltura affacciata su una vista mozzafiato della Costiera Amalfitana, l’impatto con la sua cappella è stato rivelatore. Proprio all’ingresso, ad accogliere chiunque arrivi, una scritta sintetizza una vita intera: "Il Vesuvio nel cuore e il mare negli occhi".

Così come è vissuto, così Luciano ha scelto di rimanere nel ricordo. Niente lapidi lugubri o austerità solenne: la sua tomba sembra a tutti gli effetti un piccolo salottino, un ambiente chiaro e intimo che invita alla sosta e alla conversazione. Al centro spiccano un tavolino rotondo con le sedie in ferro bianco, circondato da piante in vaso, piastrelle decorate e un presepe artigianale adagiato a parete, insieme ai suoi libri. Tutto rifiuta l'oscurità della morte per celebrare la vita, l'armonia e la conviviale bellezza dell'incontro.

All’interno della cappella, un cartello recita "No Photo". E così, nel rispetto di quel monito e della volontà della famiglia, scelgo di non mostrare alcuna immagine della tomba: la vera presenza di Luciano non si cattura con un obiettivo, ma con la memoria.

Questa sensazione di presenza viva ci ha accompagnati anche poco dopo. Usciti dal cimitero, ci siamo fermati per caso in un bar della zona, "Da Ruggero", per cercare un po' di ristoro. All'inizio l'accoglienza è stata segnata da un velo di comprensibile perplessità: si intuiva chiaramente che non eravamo del posto e la barista faticava a credere a un'intenzione così insolita, vedendo due ragazzi chiedere informazioni e indicazioni sul cimitero di Furore. Tuttavia, quel primo pensiero diffidente è svanito subito dopo il nostro racconto, sciogliendosi nel calore dell'ascolto. Posando poi lo sguardo sul bancone, ci siamo ritrovati davanti a un'immagine speciale: una foto in bianco e nero di De Crescenzo che lo ritrae sorridente, con una dedica autografa inconfondibile tracciata sul bordo: “Da Ruggero il caffè è tutta un’altra cosa. Luciano De Crescenzo”. Chiacchierando con chi lavorava lì, ci hanno raccontato di quanto lui amasse quel posto e di come si sentisse a casa tra quella gente. Tutto, in quel pomeriggio, sembrava riannodarsi intorno a lui e alla sua straordinaria umanità.

Visitare la tomba di chi è stato un mentore fondamentale assume un significato nuovo, specialmente in queste giornate dedicate alla commemorazione dei defunti. E lì, a custodire quello spazio, sul tavolino è posizionato il celebre tuffatore di Paestum, incorniciato dalla firma di Luciano De Crescenzo: quell'effige diventa il simbolo perfetto e il richiamo più alto a quel passaggio da una dimensione all'altra. È l'occasione per ricordare la sua lezione più grande: che finché c'è spazio per un ricordo, per un dubbio condiviso o per una tazzina di caffè in compagnia, la linea che separa chi non c'è più da chi resta continua a essere sottile e piena di luce.

© Cristian A. Porcino Ferrara

giovedì 29 ottobre 2026

Scheletri, martiri e finto macabro: la grande ipocrisia su Halloween

 


Tra qualche giorno sarà il 31 ottobre e, puntualissima come sempre, tornerà la solita valanga di indignazione da parte di chi bolla Halloween come "un'americanata, macabra e diabolica".
Guardate un attimo la vignetta qui sotto (firmata da Obywatel Janek per Commenti Clericabili). Ironizza con efficacia straordinaria proprio su questo, invitando a scegliere il "costume da santo per Halloween" e mettendo in fila la nostra iconografia cristiana tradizionalmente più cruenta: San Bartolomeo scuoiato con la propria pelle in mano, San Sebastiano trasformato in un puntaspilli di frecce, San Protaso decapitato, San Pietro crocifisso a testa in giù.
Fermiamoci un secondo a fare tre riflessioni:

1️⃣ La farsa della "festa americana": Halloween non nasce a New York, ma nell'Europa celtica (Samhain). Come ricorda lo storico Alessandro Barbero (nel libro "Dietro le quinte della storia" con Piero Angela), l'Europa dal Cinquecento in poi era già ricca di feste popolari in cui ci si mascherava da animali, demoni e figure allegoriche. Gli americani l'hanno rielaborata e commercializzata, ma le radici — e la necessità ancestrale di esorcizzare il buio e la paura della morte — sono tutte europee. Ignorarlo significa semplicemente ignorare la storia. 2️⃣ Il "macabro" nell'iconografia e nella devozione:
Ci si scaglia contro Halloween perché "spaventoso". Ma basta entrare in una qualsiasi chiesa storica per rendersi conto che la devozione cattolica è intrisa dell'esibizione esplicita della sofferenza e della decadenza corporea: statue di martiri sanguinanti, teche con corpi mummificati, scheletri vestiti da vescovi, teschi e reliquie di ogni tipo baciate e venerate da secoli. O forse vogliamo ricordare che persino il celebre "Sinodo del cadavere" — in cui il corpo riesumato e in decomposizione di papa Formoso fu vestito con abiti pontifici, messo su un trono e sottoposto a processo — avvenne per mano della Chiesa cattolica nel 897, e non di presunti occultisti? 3️⃣ Una questione di... "concorrenza sleale"?
Ed è qui che casca l'asino. Risulta quasi assurdo che chi per secoli ha basato gran parte del proprio potere e della propria persuasione sulla gestione del "ministero della morte" — spaventando le persone con il clima orrifico di sangue, martiri e fiamme dell'inferno — oggi si metta a litigare con chi è affascinato da Halloween. Non sarà mica una banale questione di marketing? Il timore che qualcuno stia soffiando il monopolio dello scheletro e dell'aldilà a chi ne ha detenuto l'esclusiva per millenni? Halloween non fa altro che rispolverare tradizioni che appartenevano già al nostro continente, usando l'ironia per alleggerire la paura dell'oscurità. Che ognuno festeggi ciò che vuole, ma denigrare le usanze altrui accusandole di "macabro", senza accorgersi che nella propria casa la morte e il sangue sono esposti sul trono principale, è il classico caso del bue che dà del cornuto all'asino. Buon Halloween a chi lo festeggia!
©️ Cristian A. Porcino Ferrara

sabato 24 ottobre 2026

Tra ideali e persecuzioni: il peso del silenzio di Ernesto "Che" Guevara

 


Quando frequentavo l'università, il mio professore di filosofia morale mi chiamava "Che Guevara". Ogni volta che mi incontrava nei corridoi, mi salutava sorridendo: "Che Guevara, quale problema abbiamo oggi?". Per lui ero un combattivo, una persona che non si limitava a rivendicare i propri diritti, ma che spendeva le sue energie prima di tutto per quelli degli altri. All'epoca condividevo quegli ideali senza sfumature e convivevo volentieri con il peso di quell'accostamento, nutrendo un'ammirazione profonda per una figura che vedevo come un simbolo universale di riscatto e giustizia.

Con il tempo, tuttavia, lo studio e la consapevolezza mi hanno posto davanti a una realtà storica scomoda e dolorosa: il Che non ha mai mosso un dito per le persone omosessuali.

Già nei suoi diari giovanili e nelle testimonianze del periodo di formazione, traspare la matrice culturale del suo tempo: uno sguardo condizionato dal machismo dell'epoca, in cui la virilità era elevata a valore rivoluzionario e l'ossessione per la disciplina morale finiva per rubricare l'omosessualità come una debolezza o una deviazione borghese. Non si tratta di isolare un singolo aneddoto o un'annotazione di viaggio, quanto di cogliere l'origine di un atteggiamento culturale che, pochi anni dopo a Cuba, si sarebbe istituzionalizzato nelle politiche repressive del regime. Con l'avvento della rivoluzione, mentre Fidel Castro spingeva la comunità LGBTQ+ ai margini della società, relegandola nei ghetti e nei campi di lavoro forzato (i famigerati UMAP), non c'è traccia di un solo intervento, di una sola parola o di una presa di posizione da parte di Ernesto Guevara a nostra difesa. Il suo è stato un atteggiamento silente, un'indifferenza complice nei confronti di una persecuzione di Stato.

Se si leggono le pagine di Reinaldo Arenas e le sue testimonianze sul clima di odio e sofferenza che si respirava a Cuba in quegli anni, si comprende tutto il peso di quella repressione — un peso talmente schiacciante che lo stesso Fidel Castro, a distanza di decenni (nel 2010), arrivò a chiedere pubblicamente scusa assumendosi la piena responsabilità di quanto accaduto: «Ci sono stati momenti di grande ingiustizia... Se qualcuno è responsabile, sono io. Non darò la colpa a nessuno». Ma dal "Che" non è mai arrivato un atto critico, un dubbio, un momento in cui abbia alzato la voce per difendere chi veniva discriminato. È certo che è morto troppo presto — caduto in Bolivia nel 1967, ad appena trentanove anni — e non sapremo mai se la maturità gli avrebbe portato un ripensamento o un barlume di autocritica. Tuttavia, la storia si misura sui fatti compiuti e sui silenzi reali, non sulle intenzioni mai nate.

Si dirà, certo, che già nel 1965 Guevara era lontano da Cuba, impegnato nelle guerriglie in Africa prima e in Bolivia poi. Ma essere assente sul piano geografico non significa essere esente dal ruolo politico, etico e carismatico che ricopriva. Chi ha contribuito a fondare una rivoluzione e a plasmarne l'immaginario collettivo risponde anche dell'impronta culturale che lascia.

Ecco perché oggi, quando al Pride vedo manifestanti indossare la maglietta del Che, mi chiedo se sappiano davvero che Guevara non ci ha mica tolto dai campi di lavoro forzato cubani. Anzi, è stato inavvertitamente e suo malgrado l'ideologo di quell'ideale machista del maschio latinoamericano che Castro tentò in ogni modo di incarnare.

Spesso si sente dire che giudicare il passato con le categorie attuali sia una forzatura, ma l'errore sta nel confondere la nascita delle parole con la nascita dei fenomeni. Termini come omofobia, bullismo o femminicidio sono concetti recenti, coniati per agevolare la nostra comprensione del reale, ma i comportamenti che descrivono esistevano già. Non nominare un'ingiustizia non significa che essa non stesse accadendo. Il mio obiettivo non è celebrare un processo retroattivo a un personaggio vissuto in un'epoca diversa dalla nostra e imbevuto della mentalità del suo tempo, ma chiamare le cose con il loro nome.

Scoprire questo lato della storia mi ha lasciato sconcertato. Purtroppo, quando si toccano certi "santini laici", ci si sente quasi in dovere di tacere, come se la stima per le battaglie storiche dovesse per forza tradursi in un'assoluzione cieca e incondizionata. Io credo invece che la vera maturità stia nel saper guardare in faccia le ombre dei propri miti senza fare sconti. La mia stima per quello che Guevara ha rappresentato rimane, ma questo non mi impedisce di riconoscere e criticare il suo silenzio e i suoi pregiudizi.

Gli ideali di giustizia e liberazione del Che continuano a vivere in me, ma oggi so che poterlo criticare è un atto di libertà necessaria: come sosteneva Franco Battiato, emanciparsi dai propri modelli è il primo, inevitabile compito di chiunque voglia davvero evolversi e pensare con la propria testa.

La lezione più grande che ho tratto da questa scoperta è che la lotta per i diritti umani non può essere selettiva. Non ci sono ingiustizie di serie A e ingiustizie di serie B.

Ancora oggi mi porto dentro quella spinta combattiva che il mio professore aveva visto in me, ma con una visione più ampia e libera. So bene che la nostra battaglia è ancora in salita. Ma ricordando le parole di Simone de Beauvoir, la libertà di ciascuno vive solo nella libertà di tutti: ed è per questo che la difesa dei diritti non può mai essere selettiva, né dimenticare le ombre del passato.

© Cristian A. Porcino Ferrara


venerdì 23 ottobre 2026

Friday News Dump: l’arte di scagliar la PEC e nascondere la mano

 


Nel gergo della comunicazione e della politica lo chiamano Friday News Dump. È la raffinata arte burocratica di far sparire i problemi sotto il tappeto: la prassi consolidata di rovesciare all'esterno notizie sgradevoli, scarichi di responsabilità o dinieghi formali proprio a ridosso del fine settimana.
La liturgia è semplice, quasi infantile nella sua prevedibilità: quando la burocrazia deve liberarsi di una patata bollente, trincerarsi dietro un cavillo o spedire una risposta che non reggerebbe la luce abbagliante del lunedì, aspetta il venerdì. Che sia a ora di pranzo o nel primo pomeriggio, non importa: si sfrutta la solita finestra di disattenzione. Quando le redazioni allentano la presa, la gente stacca la spina e l'attenzione pubblica va in pausa, scatta l'invio. Si deposita l'atto nella casella PEC e si spera che le successive quarantotto ore di torpore festivo facciano il resto.
È un'illusione antica: credere che il tempo burocratico possa riassorbire la realtà dei fatti, o che la stanchezza di chi riceve la notifica coincida con la sua amnesia. Luciano De Crescenzo vi avrebbe visto una forma sofisticata di "pensiero pigro": la convinzione quasi magica che, chiudendo il pc il venerdì pomeriggio, il problema smetta di esistere anche nella testa di chi lo subisce.
Ormai per me è diventato un rito, una sorta di appuntamento col destino digitale: la PEC del venerdì, pensata con millimetrica precisione per avvelenare il fine settimana. Ma c'è un difetto strutturale in questa teologia del rinvio: la burocrazia dimentica che il lunedì arriva sempre. E chi ha il vizio del pensiero e della memoria non usa il weekend per dimenticare, ma per affilare i concetti.
Buona domenica a chi scappa via PEC sperando che il weekend cancelli la codardia. Spegnete pure i computer: lunedì riapriamo il conto.

© Cristian A. Porcino Ferrara


giovedì 22 ottobre 2026

Il sindacato che incassa la tessera e ti abbandona al tuo destino

 


Da docente, per anni mi sono illuso che condividere una visione politica, l'amore per la scuola e la laicità delle tutele bastasse per sentirsi a casa in un sindacato. La realtà della burocrazia ha spazzato via in un istante questa narrazione consolatoria.

Cosa pensare di una struttura che incassa l'iscrizione a fronte di una vertenza complessa, per poi abbandonarti al tuo destino appena sedici giorni dopo? A sentir certi dirigenti riempirsi la bocca di "tutela del lavoratore", viene quasi voglia di invocare per loro un antico frastimu sardo, adattato per l'occasione: «Chi ti possas afocare cun sa cuota mia!», capace di scoperchiare d'impatto l'ipocrisia dei proclami vuoti.

Per giustificare il disimpegno, l'apparato è arrivato a partorire un sofisma perfetto: il sindacato deve "dissociarsi" da ciò che hai fatto prima di iscriverti. È un cortocircuito logico esilarante e tragico insieme: l'idea surreale che ci si debba tesserare preventivamente per tutelarsi dal passato, trasformando il torto che hai subito nella scusa perfetta per negarti aiuto nel presente.

Ma il meglio arriva alla fine. Di fronte al mio recesso e al silenzio tombale dei vertici via PEC, la restituzione della quota è stata subordinata a una richiesta bizzarra: la mia presenza fisica in sede, rifiutando un pulito e tracciabile bonifico. Un moderno, piccino "schiaffo di Anagni" contabile. La classica prova di forza del burocrate che vuole l'inchino nel proprio perimetro prima di restituire il maltolto.

La convergenza di valori non è una cambiale sulla tutela dei propri diritti: scoprirlo sulla propria pelle è un passaggio doloroso, ma è la premessa per ogni vera liberazione.


© Cristian A. Porcino Ferrara


mercoledì 21 ottobre 2026

Ma vi siete mai chiesti perché in tv sanno tutti come fare i docenti?

 


Ma Giuda ballerino! Sprofondo nella poltrona con il ghigno di chi ne ha le tasche e gli zebedei colmi di certe perle di siffatta fesseria.

Ma vi siete mai chiesti perché chiunque, in televisione, si senta in dovere di spiegarci come dovremmo fare i docenti?

Mi capita sempre più spesso di leggere articoli o ascoltare opinionisti, psicologi e "star" del piccolo schermo che elargiscono consigli e lezioni su come ci si debba comportare in classe, su come gestire i ragazzi e su come "fare la scuola vera".

La cosa ridicola è che la maggior parte di questi soggetti in un'aula scolastica non ci ha mai passato nemmeno un quarto d'ora dalla parte della cattedra. L'unico momento in cui varcano la soglia di un istituto è quando vengono invitati come ospiti d'onore per qualche evento. Lì arrivano da star: accolti tra gli applausi, con i ragazzi che li guardano come VIP irraggiungibili e li ascoltano con quella soggezione tipica di chi incontra un volto della TV.

Facile fare i professori così, per un'ora, con l'effetto novità e un pubblico adorante.
Un po' diverso è gestire ogni mattina un gruppo di venticinque ragazzi, ognuno con le proprie fragilità e problematiche, magari in contesti complessi e con risorse ridotte all'osso. Lì non ci sono riflettori, né scorciatoie.

Ecco, ogni volta che leggo questi soloni da salotto televisivo così pronti a bacchettare la classe docente, mi rendo conto che le loro ricette magiche sulla scuola hanno la stessa identica credibilità che ho io quando, dal divano di casa, spiego al CT della Nazionale come vincere i Mondiali.

E quindi, per dirla alla Rino Gaetano: io non vi reggo più!

Buon lavoro a chi la scuola la fa davvero, tutti i giorni.