sabato 24 ottobre 2026

Tra ideali e persecuzioni: il peso del silenzio di Ernesto "Che" Guevara

 


Quando frequentavo l'università, il mio professore di filosofia morale mi chiamava "Che Guevara". Ogni volta che mi incontrava nei corridoi, mi salutava sorridendo: "Che Guevara, quale problema abbiamo oggi?". Per lui ero un combattivo, una persona che non si limitava a rivendicare i propri diritti, ma che spendeva le sue energie prima di tutto per quelli degli altri. All'epoca condividevo quegli ideali senza sfumature e convivevo volentieri con il peso di quell'accostamento, nutrendo un'ammirazione profonda per una figura che vedevo come un simbolo universale di riscatto e giustizia.

Con il tempo, tuttavia, lo studio e la consapevolezza mi hanno posto davanti a una realtà storica scomoda e dolorosa: il Che non ha mai mosso un dito per le persone omosessuali.

Già nei suoi diari giovanili e nelle testimonianze del periodo di formazione, traspare la matrice culturale del suo tempo: uno sguardo condizionato dal machismo dell'epoca, in cui la virilità era elevata a valore rivoluzionario e l'ossessione per la disciplina morale finiva per rubricare l'omosessualità come una debolezza o una deviazione borghese. Non si tratta di isolare un singolo aneddoto o un'annotazione di viaggio, quanto di cogliere l'origine di un atteggiamento culturale che, pochi anni dopo a Cuba, si sarebbe istituzionalizzato nelle politiche repressive del regime. Con l'avvento della rivoluzione, mentre Fidel Castro spingeva la comunità LGBTQ+ ai margini della società, relegandola nei ghetti e nei campi di lavoro forzato (i famigerati UMAP), non c'è traccia di un solo intervento, di una sola parola o di una presa di posizione da parte di Ernesto Guevara a nostra difesa. Il suo è stato un atteggiamento silente, un'indifferenza complice nei confronti di una persecuzione di Stato.

Se si leggono le pagine di Reinaldo Arenas e le sue testimonianze sul clima di odio e sofferenza che si respirava a Cuba in quegli anni, si comprende tutto il peso di quella repressione — un peso talmente schiacciante che lo stesso Fidel Castro, a distanza di decenni (nel 2010), arrivò a chiedere pubblicamente scusa assumendosi la piena responsabilità di quanto accaduto: «Ci sono stati momenti di grande ingiustizia... Se qualcuno è responsabile, sono io. Non darò la colpa a nessuno». Ma dal "Che" non è mai arrivato un atto critico, un dubbio, un momento in cui abbia alzato la voce per difendere chi veniva discriminato. È certo che è morto troppo presto — caduto in Bolivia nel 1967, ad appena trentanove anni — e non sapremo mai se la maturità gli avrebbe portato un ripensamento o un barlume di autocritica. Tuttavia, la storia si misura sui fatti compiuti e sui silenzi reali, non sulle intenzioni mai nate.

Si dirà, certo, che già nel 1965 Guevara era lontano da Cuba, impegnato nelle guerriglie in Africa prima e in Bolivia poi. Ma essere assente sul piano geografico non significa essere esente dal ruolo politico, etico e carismatico che ricopriva. Chi ha contribuito a fondare una rivoluzione e a plasmarne l'immaginario collettivo risponde anche dell'impronta culturale che lascia.

Ecco perché oggi, quando al Pride vedo manifestanti indossare la maglietta del Che, mi chiedo se sappiano davvero che Guevara non ci ha mica tolto dai campi di lavoro forzato cubani. Anzi, è stato inavvertitamente e suo malgrado l'ideologo di quell'ideale machista del maschio latinoamericano che Castro tentò in ogni modo di incarnare.

Spesso si sente dire che giudicare il passato con le categorie attuali sia una forzatura, ma l'errore sta nel confondere la nascita delle parole con la nascita dei fenomeni. Termini come omofobia, bullismo o femminicidio sono concetti recenti, coniati per agevolare la nostra comprensione del reale, ma i comportamenti che descrivono esistevano già. Non nominare un'ingiustizia non significa che essa non stesse accadendo. Il mio obiettivo non è celebrare un processo retroattivo a un personaggio vissuto in un'epoca diversa dalla nostra e imbevuto della mentalità del suo tempo, ma chiamare le cose con il loro nome.

Scoprire questo lato della storia mi ha lasciato sconcertato. Purtroppo, quando si toccano certi "santini laici", ci si sente quasi in dovere di tacere, come se la stima per le battaglie storiche dovesse per forza tradursi in un'assoluzione cieca e incondizionata. Io credo invece che la vera maturità stia nel saper guardare in faccia le ombre dei propri miti senza fare sconti. La mia stima per quello che Guevara ha rappresentato rimane, ma questo non mi impedisce di riconoscere e criticare il suo silenzio e i suoi pregiudizi.

Gli ideali di giustizia e liberazione del Che continuano a vivere in me, ma oggi so che poterlo criticare è un atto di libertà necessaria: come sosteneva Franco Battiato, emanciparsi dai propri modelli è il primo, inevitabile compito di chiunque voglia davvero evolversi e pensare con la propria testa.

La lezione più grande che ho tratto da questa scoperta è che la lotta per i diritti umani non può essere selettiva. Non ci sono ingiustizie di serie A e ingiustizie di serie B.

Ancora oggi mi porto dentro quella spinta combattiva che il mio professore aveva visto in me, ma con una visione più ampia e libera. So bene che la nostra battaglia è ancora in salita. Ma ricordando le parole di Simone de Beauvoir, la libertà di ciascuno vive solo nella libertà di tutti: ed è per questo che la difesa dei diritti non può mai essere selettiva, né dimenticare le ombre del passato.

© Cristian A. Porcino Ferrara


venerdì 23 ottobre 2026

Friday News Dump: l’arte di scagliar la PEC e nascondere la mano

 


Nel gergo della comunicazione e della politica lo chiamano Friday News Dump. È la raffinata arte burocratica di far sparire i problemi sotto il tappeto: la prassi consolidata di rovesciare all'esterno notizie sgradevoli, scarichi di responsabilità o dinieghi formali proprio a ridosso del fine settimana.
La liturgia è semplice, quasi infantile nella sua prevedibilità: quando la burocrazia deve liberarsi di una patata bollente, trincerarsi dietro un cavillo o spedire una risposta che non reggerebbe la luce abbagliante del lunedì, aspetta il venerdì. Che sia a ora di pranzo o nel primo pomeriggio, non importa: si sfrutta la solita finestra di disattenzione. Quando le redazioni allentano la presa, la gente stacca la spina e l'attenzione pubblica va in pausa, scatta l'invio. Si deposita l'atto nella casella PEC e si spera che le successive quarantotto ore di torpore festivo facciano il resto.
È un'illusione antica: credere che il tempo burocratico possa riassorbire la realtà dei fatti, o che la stanchezza di chi riceve la notifica coincida con la sua amnesia. Luciano De Crescenzo vi avrebbe visto una forma sofisticata di "pensiero pigro": la convinzione quasi magica che, chiudendo il pc il venerdì pomeriggio, il problema smetta di esistere anche nella testa di chi lo subisce.
Ormai per me è diventato un rito, una sorta di appuntamento col destino digitale: la PEC del venerdì, pensata con millimetrica precisione per avvelenare il fine settimana. Ma c'è un difetto strutturale in questa teologia del rinvio: la burocrazia dimentica che il lunedì arriva sempre. E chi ha il vizio del pensiero e della memoria non usa il weekend per dimenticare, ma per affilare i concetti.
Buona domenica a chi scappa via PEC sperando che il weekend cancelli la codardia. Spegnete pure i computer: lunedì riapriamo il conto.

© Cristian A. Porcino Ferrara


giovedì 22 ottobre 2026

Il sindacato che incassa la tessera e ti abbandona al tuo destino

 


Da docente, per anni mi sono illuso che condividere una visione politica, l'amore per la scuola e la laicità delle tutele bastasse per sentirsi a casa in un sindacato. La realtà della burocrazia ha spazzato via in un istante questa narrazione consolatoria.

Cosa pensare di una struttura che incassa l'iscrizione a fronte di una vertenza complessa, per poi abbandonarti al tuo destino appena sedici giorni dopo? A sentir certi dirigenti riempirsi la bocca di "tutela del lavoratore", viene quasi voglia di invocare per loro un antico frastimu sardo, adattato per l'occasione: «Chi ti possas afocare cun sa cuota mia!», capace di scoperchiare d'impatto l'ipocrisia dei proclami vuoti.

Per giustificare il disimpegno, l'apparato è arrivato a partorire un sofisma perfetto: il sindacato deve "dissociarsi" da ciò che hai fatto prima di iscriverti. È un cortocircuito logico esilarante e tragico insieme: l'idea surreale che ci si debba tesserare preventivamente per tutelarsi dal passato, trasformando il torto che hai subito nella scusa perfetta per negarti aiuto nel presente.

Ma il meglio arriva alla fine. Di fronte al mio recesso e al silenzio tombale dei vertici via PEC, la restituzione della quota è stata subordinata a una richiesta bizzarra: la mia presenza fisica in sede, rifiutando un pulito e tracciabile bonifico. Un moderno, piccino "schiaffo di Anagni" contabile. La classica prova di forza del burocrate che vuole l'inchino nel proprio perimetro prima di restituire il maltolto.

La convergenza di valori non è una cambiale sulla tutela dei propri diritti: scoprirlo sulla propria pelle è un passaggio doloroso, ma è la premessa per ogni vera liberazione.


© Cristian A. Porcino Ferrara


mercoledì 21 ottobre 2026

Ma vi siete mai chiesti perché in tv sanno tutti come fare i docenti?

 


Ma Giuda ballerino! Sprofondo nella poltrona con il ghigno di chi ne ha le tasche e gli zebedei colmi di certe perle di siffatta fesseria.

Ma vi siete mai chiesti perché chiunque, in televisione, si senta in dovere di spiegarci come dovremmo fare i docenti?

Mi capita sempre più spesso di leggere articoli o ascoltare opinionisti, psicologi e "star" del piccolo schermo che elargiscono consigli e lezioni su come ci si debba comportare in classe, su come gestire i ragazzi e su come "fare la scuola vera".

La cosa ridicola è che la maggior parte di questi soggetti in un'aula scolastica non ci ha mai passato nemmeno un quarto d'ora dalla parte della cattedra. L'unico momento in cui varcano la soglia di un istituto è quando vengono invitati come ospiti d'onore per qualche evento. Lì arrivano da star: accolti tra gli applausi, con i ragazzi che li guardano come VIP irraggiungibili e li ascoltano con quella soggezione tipica di chi incontra un volto della TV.

Facile fare i professori così, per un'ora, con l'effetto novità e un pubblico adorante.
Un po' diverso è gestire ogni mattina un gruppo di venticinque ragazzi, ognuno con le proprie fragilità e problematiche, magari in contesti complessi e con risorse ridotte all'osso. Lì non ci sono riflettori, né scorciatoie.

Ecco, ogni volta che leggo questi soloni da salotto televisivo così pronti a bacchettare la classe docente, mi rendo conto che le loro ricette magiche sulla scuola hanno la stessa identica credibilità che ho io quando, dal divano di casa, spiego al CT della Nazionale come vincere i Mondiali.

E quindi, per dirla alla Rino Gaetano: io non vi reggo più!

Buon lavoro a chi la scuola la fa davvero, tutti i giorni. 

giovedì 8 ottobre 2026

La Teologia dell’esclusione e il miracolo delle quattro firme






CATANIA
– Ci sono momenti in cui stare in silenzio significa diventare complici di un sistema opaco. È per questo che ho deciso di raccontare pubblicamente quanto accaduto durante le selezioni per i docenti dei corsi di Istruzione e Formazione Professionale (IeFP) per l'Anno Formativo 2026/2027 a Catania, finanziati con le risorse europee del Programma PR FSE+.

La vicenda riguarda direttamente le procedure selettive gestite da un noto ente di formazione professionale di matrice cattolica attivo a Catania. Quando ci si presenta a una selezione presso un ente di questa natura, ci si aspetta di incontrare un ambiente improntato all'imparzialità, al rispetto della persona e ai valori della trasparenza. La realtà che mi sono trovato davanti ha invece stravolto ogni aspettativa di correttezza.

La mia identità, la mia storia personale e la mia attività pubblica — comprese le pubblicazioni sui temi dei diritti civili, il mio ultimo saggio Obliquo presente. Una pedagogia del dissenso nel tempo dell'odio (in cui affronto i temi del coming out e della lotta alle discriminazioni) e la rassegna stampa allegata, tra cui gli articoli su La Sicilia relativi ai progetti contro il bullismo e l'omofobia svolti nelle scuole — erano elementi ampiamente noti e documentati nella domanda e nei titoli trasmessi via PEC. Chiunque, peraltro, digitando il mio nome e cognome su un qualsiasi motore di ricerca, trova immediatamente la mia storia di attivista e autore, il mio blog e i miei profili social.

Durante il colloquio, anziché valutare la mia preparazione disciplinare, i miei 29 volumi pubblicati e i miei anni di docenza, l'attenzione si è spostata su una strisciante inquisizione personale. Dalla visibilità del mio bracciale Rainbow sul polso sinistro alle domande invadenti sulle mie frequentazioni parrocchiali, formulate da un membro della commissione in abito talare, il colloquio si è trasformato in una condotta discriminatoria legata al mio orientamento affettivo e ideologico. Un’indagine sulla sfera privata e sull'identità personale che calpesta direttamente l'articolo 8 dello Statuto dei Lavoratori, il quale vieta in modo assoluto qualsiasi indagine sulle opinioni e sulla vita privata di chi cerca lavoro. A confermare il sapore surreale di questa valutazione è la motivazione scritta nella scheda individuale, dove una lunga carriera accademica, pubblicistica e didattica viene sbrigativamente liquidata definendo i miei contenuti disciplinari come «abbastanza assimilati» e il profilo complessivo semplicemente «discreto».


A questa discriminazione si aggiunge un dato fattuale altrettanto grave sul piano procedurale.

A seguito di un'istanza di accesso agli atti inviata via PEC, l'Ente mi ha trasmesso la scheda di valutazione individuale. Il documento reca chiaramente quattro firme autografe dei componenti della commissione esaminatrice. Peccato che in quella stanza, durante il mio colloquio, erano fisicamente presenti e operanti soltanto due commissari.

L'intero svolgimento della prova orale è integralmente documentato dalla registrazione audio della seduta: un elemento probatorio inconfutabile che attesta sia la tipologia di domande formulate sulla mia sfera personale, sia la presenza reale di due sole persone in aula a fronte di un documento che ne attesta quattro.

Di fronte a fatti di questa gravità non sono rimasto a guardare: ho informato l'UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali della Presidenza del Consiglio) e l'Ispettorato di riferimento, che confido stia svolgendo le opportune verifiche.

Ho ritenuto doveroso scrivere anche alla Presidenza della Conferenza Episcopale Italiana. Nella risposta ufficiale inviata dalla Segreteria del Cardinale Matteo Zuppi, viene espresso chiaramente come il Cardinale comprenda lo stato d'animo per l'accaduto e per il mancato riscontro alle richieste di chiarimento, auspicando una risoluzione della vicenda. Una sensibilità che rende ancora più assordante e amaro il silenzio mantenuto dall'Arcidiocesi di Catania, del tutto incoerente con i valori evangelici a cui la struttura dichiara di ispirarsi.

Tutti i passaggi di questa vicenda sono avvenuti via PEC e sono pertanto protocollati e inalterabili. La documentazione cartacea e gli esposti formali sono stati già notificati all'Assessorato Regionale dell'Istruzione e alla Procura Regionale della Corte dei Conti per la Sicilia, precisando contestualmente che la registrazione audio integrale della prova è in custodia e a completa disposizione delle Autorità e degli organi ispettivi per le necessarie verifiche e indagini di competenza sulle responsabilità amministrative, contabili e sull'impiego dei fondi europei.

La mia non è solo una battaglia personale per il rispetto di un diritto calpestato, ma un atto di dovere civile. Chi gestisce denari pubblici e si propone come guida educativa per i giovani non può permettersi di discriminare le persone per il loro orientamento e la loro identità, né di produrre verbali difformi dalla realtà dei fatti.

Ora non chiedo che qualcuno mi creda sulla parola. Chiedo semplicemente che i documenti vengano esaminati, che la registrazione venga ascoltata e che ciascuno risponda delle proprie responsabilità.

Ero abituato alla storia della moltiplicazione dei pani e dei pesci. Non immaginavo di assistere, nella vita reale, al miracolo della moltiplicazione dei commissari e delle firme.

La dignità non si negozia e non si silenzia.

Cristian A. Porcino Ferrara

martedì 6 ottobre 2026

Il monopolio dell’anima (a spese di tutti)

 


Paghiamo tutti il canone RAI, a prescindere dal nostro orientamento religioso, da ciò in cui crediamo o non crediamo. Eppure, la TV pubblica continua a raccontare il bene, la spiritualità e la storia religiosa attraverso un’unica e sola lente: quella del cattolicesimo.

Ciò che rende la situazione ancora più paradossale è che questo monopolio avviene persino all'interno dello stesso cristianesimo, una realtà storicamente plurale, complessa e ricca di voci diverse che vengono regolarmente cancellate.

Da socio di minoranza, capisco fin troppo bene cosa voglia dire trovarsi schiacciati da una maggioranza che vuole fagocitare tutto e relegarti in un angolo, solo perché teme di essere messa all'ombra. È lo stesso meccanismo che vedo all'opera nel servizio pubblico: un monopolio culturale dove la "vera fede" o l'esempio morale sembrano avere cittadinanza solo sotto il Cupolone. Se si parla di solidarietà, di scelte di vita radicali o di impegno sociale, la figura di riferimento è sempre un santo, un sacerdote o una suora cattolica. Come se non esistesse altro.

Pensiamo alla storia:

  • Valdo di Lione, alla fine del XII secolo, spoglia se stesso di ogni ricchezza per predicare il Vangelo non in latino, ma in volgare. Non crea un ordine sottomesso a Roma, e per questo viene bollato come eretico. La sua storia di rottura e coraggio? Inesistente nei palinsesti.

  • E quando si parla di donne? Spazio solo a sante e religiose cattoliche. Mai un accenno a figure fondamentali come Katharina Schütz Zell, riformatrice protestante del '500, teologa, attiva nell'assistenza ai profughi e sostenitrice del matrimonio dei ministri di culto. Silenzio assoluto.

Da non credente, trovo questa narrazione penalizzante per la cultura di questo Paese. La sensazione è che la percezione collettiva sia ferma alle quattro nozioni scolastiche su Martin Lutero, come se il protestantesimo fosse un cimelio del passato.

È semplicemente assurdo perpetuare una narrazione a senso unico che ignora la realtà storica e le tante altre confessioni religiose che si sono prodigate — e continuano a farlo ogni giorno — per aiutare gli altri.

Guardiamo alla realtà di oggi: la Chiesa Valdese, ad esempio, è una presenza viva e radicata in Italia. Ogni anno devolve l'8x1000 ricevuto a progetti civili, sociali e umanitari, documentando e rendicontando pubblicamente ogni singolo centesimo speso.

Un servizio pubblico pagato da tutti non può continuare a promuovere un unico modello, dimenticando chi contribuisce concretamente al bene comune fuori dai binari della maggioranza.

Cristian A. Porcino Ferrara


lunedì 5 ottobre 2026

Giornata Mondiale degli Insegnanti: ma quali auguri?

 


Oggi ricorre la Giornata Mondiale degli Insegnanti. E io, che da quasi nove anni cerco di insegnare a stare al mondo prima ancora che sulle carte, mi chiedo: ma quali auguri?

In Italia abbiamo questa bellissima abitudine: ci piace creare i santi per potergli tirare le pietre. Per trecentosessantaquattro giorni all’anno l’insegnante è quello dei "tre mesi di vacanza", quello che secondo certi politici fa solo da parcheggio ai figli, o il responsabile di tutti i mali della nazione.

Poi, arrivati al 5 ottobre, ci mettiamo la giacca buona e facciamo le celebrazioni retoriche.
Se lavori nella scuola statale ti trattano da impiegato del catasto; se poi, come me, lavori nella formazione professionale regionale, entri direttamente nella categoria dei filosofi stoici: perché ci vuole una pazienza senecana per insegnare quando lo stipendio lo vedi dopo sette, otto mesi, o magari dopo un anno intero.

Diceva Cartesio: "Cogito ergo sum", penso dunque sono. Bellissimo. Ma per vivere non basta mica il solo pensiero: ci vuole anche un piatto a tavola e, soprattutto, una piccola "speranzella" per costruire il domani. E questa speranzella andrebbe costruita oggi, non domani.

Diceva pure Socrate che il compito del maestro è la maieutica, cioè far nascere le idee. Oggi invece sembra essere quello del capro espiatorio: qualsiasi cosa non vada, la colpa è della scuola. Siete tutti convinti che il nostro sia il lavoro più bello del mondo, eppure ci pagate come apprendisti e venite in classe a contestare le nostre decisioni.

Allora facciamo un patto di civiltà, come nell'antica Grecia: lasciamo a ciascuno la propria arte.
A voi genitori spetta l'educazione familiare, e noi non veniamo a casa vostra a dirvi come crescere i figli. A noi spetta l'arte della didattica, per la quale abbiamo studiato.

Se volete davvero festeggiarci, lasciate perdere le parole al miele: dateci rispetto. Economico, contrattuale e umano.


Cristian A. Porcino Ferrara