martedì 8 settembre 2026

L’arte di giudicare un libro dalla copertina: il paradosso delle selezioni AFAM

 


Si fa un gran parlare di merito, trasparenza e valutazione nell’Alta Formazione Artistica e Musicale. Tuttavia, quando si osservano da vicino i meccanismi con cui certe commissioni gestiscono i reclami e la valutazione dei titoli, ci si rende conto che Manlio Sgalambro aveva ragione: la burocrazia non è un mezzo per gestire la cultura, è la forma di pensiero con cui l'istituzione prova a sopravvivere alla propria irrilevanza.

L'episodio che mi vede direttamente coinvolto è emblematico e riguarda le recenti procedure selettive per l'attribuzione di incarichi di docenza presso l'Accademia di Belle Arti di Catania (nello specifico, i settori ABPC 67 - Sceneggiatura e ABTEC 42 - Estetica delle interfacce).

Il paradosso della valutazione "a distanza"

A seguito di formali istanze di riesame in autotutela verso le graduatorie provvisorie, le commissioni giudicatrici si sono pronunciate con appositi verbali (Prot. 3723 e 3724 dell'8 settembre 2026). Tra le motivazioni adottate per confermare il mancato riconoscimento di punteggio a saggi editi e dotati di codice ISBN, si legge che le opere presentate si focalizzerebbero su tematiche "estranee o solo marginalmente correlate" rispetto al profilo del bando.

Ed è qui che scatta il cortocircuito, comico e tragico al tempo stesso. Siamo di fronte alla pura rappresentazione del "vorrei ma non leggo". Come si fa a decretare la "non pertinenza" o la "marginalità" dei contenuti di un volume se alla commissione non sono mai stati forniti (né dalla stessa mai richiesti) l'indice dei capitoli, un estratto del testo o la consultazione dell'opera?

In assenza della lettura del libro e persino dell'indice, l'analisi del valore scientifico o dell'attinenza disciplinare si arresta inevitabilmente al titolo. Si assiste così al paradosso per cui un organo accademico giudica la pertinenza di un saggio complesso basandosi esclusivamente sulla "copertina" o sulla dicitura bibliografica. Un esercizio di chiaroveggenza più che di valutazione scientifica.

Tra intrattenimento e rigore teorico: il cortocircuito delle "pertinenze"

Ma la comicità involontaria della burocrazia concorsuale raggiunge il suo culmine nei criteri di valutazione delle affinità disciplinari.

Sia chiaro: apprezzo e stimo profondamente l'intelligenza e il talento artistico di Ficarra e Picone, la cui comicità ha meritato diritto di cittadinanza negli studi sulla cultura pop e sullo spettacolo. Il punto non riguarda il valore degli artisti, ma la singolare proporzione critica usata dalla Commissione.

Ci si ritrova infatti di fronte al paradosso per cui analisi dedicate alla comicità popolare vengono promosse a pieni voti come di fondamentale e diretta pertinenza per l'insegnamento universitario di Sceneggiatura o Estetica, mentre studi saggistici di respiro teorico, filosofico e pedagogico vengono svalutati e bollati come "estranei". Sottotraccia riemerge così quella storica, snobistica "puzza sotto il naso" con cui certo mondo universitario guarda ai colleghi della scuola secondaria: i nostri studi, ai loro occhi, non sono mai ritenuti all'altezza dei loro libelli, trattati come i figli d'un dio minore di quella stessa filiera accademica che poi accoglie i ragazzi e le ragazze che noi contribuiamo a formare sul campo. Ritenere che l'analisi dell'intrattenimento televisivo e cinematografico possa scavalcare ed escludere d'emblée la riflessione strutturale e critica sul presente rivela un'idea di cultura decisamente bizzarra: quella in cui la burocrazia usa il diletto come alibi per sbarrare la strada al pensiero complesso.

Discrezionalità tecnica o inerzia istruttoria?

Nelle motivazioni con cui sono stati rigettati i reclami (non solo del sottoscritto, ma della totalità dei candidati), le commissioni hanno richiamato la propria "piena discrezionalità tecnica e autonomia".

Se la discrezionalità è un principio legittimo, essa non dovrebbe però trasformarsi nell'alibi per un'assenza totale di istruttoria. La saggistica vive di intersezioni, di cortocircuiti teorici, di contaminazioni di linguaggi e strutture narrative che non possono essere decifrati a vista dal titolo di copertina. Giudicare "marginalmente correlato" un testo senza averne mai visionato la struttura solleva un interrogativo metodologico enorme: siamo di fronte a un reale giudizio di merito o alla semplice necessità di blindare le graduatorie pregresse per non dover riaprire i conteggi?

Una questione di metodo

Il tema non riguarda la singola graduatoria — le cui dinamiche burocratiche seguono logiche spesso autoreferenziali — ma il messaggio culturale e pedagogico che viene veicolato.

Se le istituzioni preposte alla formazione artistica e universitaria accettano che la valutazione di un'opera si riduca a una presunzione sul titolo, si smarrisce il senso stesso della ricerca. Fare luce su questi metodi non è un atto di polemica personale, ma un dovere di testimonianza e di critica: il merito e la cultura si valutano con il rigore della lettura, non con la fretta di un timbro burocratico.



© Cristian A. Porcino Ferrara


sabato 5 settembre 2026

"Infanzia e stereotipi di genere in TV" di Anna Antoniazzi e Irene Biemmi

 


​("Infanzia e stereotipi di genere in TV" di Anna Antoniazzi e Irene Biemmi, Carocci Editore, pp. 134, € 13.00)

​Durante una lezione di Pari opportunità nella mia classe di scuola superiore, ho somministrato alle mie allieve e ai miei allievi un foglio suddiviso in due parti con scritto da un lato "Cose da femmine" e dall'altro "Cose da maschi". Il risultato ha mostrato il rafforzamento fin dalla loro età di stereotipi di genere che li intrappolano in schemi nocivi per la loro crescita.
​Proprio di questo si occupano le autrici in questo saggio interessantissimo, che mette al centro i modelli di femminilità e mascolinità appresi dai più piccoli attraverso la pubblicità e i mass media — un discorso cruciale sul quale mi sono confrontato anch'io nel mio Obliquo Presente. Una pedagogia del dissenso nel tempo dell'odio.
​Fin da bambini, noi nati negli anni '80 non abbiamo avuto alcun riferimento a cui appigliarci: l'eteronormatività era l'unico modello proposto, un modello rigido che cancellava ogni divergenza e ci condannava all'invisibilità. Gli stereotipi, se assimilati e rafforzati fin dalla più tenera età, possono dare vita a comportamenti da adulti che compromettono la propria e l'altrui felicità. Come scrive Gino Cecchettin nella prefazione al testo: «Ogni volta che minimizziamo, che sorridiamo davanti a una battuta sessista, che consideriamo 'normale' un modello relazionale sbilanciato stiamo contribuendo a rafforzare un'idea di mondo».
​Ed è proprio da qui che dobbiamo partire per decostruire un certo linguaggio che si fa strada nella comunicazione massmediale. In questo percorso, il saggio di Antoniazzi e Biemmi rappresenta uno strumento prezioso per chiunque si occupi di educazione e formazione. Un libro necessario e assolutamente consigliato.

©️ Cristian A. Porcino Ferrara

mercoledì 2 settembre 2026

Parlare ai cuori senza frugare nelle vite: la lezione di Enzo Bianchi

 


La scomparsa di padre Enzo Bianchi rattrista anche un non credente come me, che leggeva con interesse le sue opere e, cosa ancor più importante, ne apprezzava l'appoggio incondizionato verso le persone omosessuali. Bianchi sosteneva che, nonostante il divieto tradizionale della Chiesa basato sulle Scritture, il cambiamento antropologico in atto imponga ai cattolici di riconoscere la genuinità dell'amore tra persone dello stesso sesso. Poiché la Bibbia risponde a un'epoca storica specifica mentre la società si evolve, il riconoscimento di questo amore è ormai una realtà ineludibile e uno dei temi centrali per la Chiesa.

Ricordo quando disse: «Se Cristo nel Vangelo parla del matrimonio come unione indissolubile, nulla dice in merito all'omosessualità. L'onestà, quindi, ci obbliga ad ammettere l'enigma, a lasciare il quesito senza una risposta. Su questo, io vorrei una Chiesa che, non potendo pronunciarsi, preferisca tacere».

Ecco, ci mancherà questa lucidità di un uomo spiritualmente elevato, che era in grado di parlare ai cuori delle persone senza frugare nelle mutande e nei sentimenti degli altri con i soliti toni accusatori di certi individui in tonaca. Una lucidità che Bianchi ha sostenuto anche in una bella intervista a Elvira Serra, in cui rifiutava con decisione qualsiasi aura di esemplarità o aspirazione alla santità, dichiarando di sentirsi una persona ancorata alla realtà e mostrando un atteggiamento critico verso le logiche e le contingenze storiche che spesso regolano i processi di canonizzazione della Chiesa.

Un uomo vero, fino all'ultimo. E un punto di riferimento per cui non possiamo che dire: grazie per quello che hai fatto per noi.


® Cristian A. Porcino Ferrara