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lunedì 25 settembre 2017

L'elzeviro del filosofo impertinente


Anche i programmi televisivi possono contribuire ad accrescere il senso civico degli individui. Le rivoluzioni sociali talvolta transitano prima dai salotti catodici, e subito dopo si concretizzano in manifestazioni e cortei per ottenere il pieno riconoscimento dei propri diritti. Il talk show di Maria De Filippi Uomini e donne ha contribuito non poco a sdoganare il tema dell'omosessualità in una fascia oraria seguitissima dai giovani, ma soprattutto dai meno giovani. L'inserimento del trono gay all'interno del programma ha fatto comprendere al pubblico l'assoluta normalità dell'amore tra persone dello stesso sesso. In amore le dinamiche affettive non conoscono differenze legate all'orientamento sentimentale e sessuale delle persone coinvolte. Etero e gay amano allo stesso modo. Nel 1977 Roland Barthes, filosofo francese, ha affermato che: "ll sentimento amoroso è un sentimento unisex, come i jeans e i capelli, adesso. Ai miei occhi è molto importante (...) Penso che si ritroverà esattamente la stessa tonalità nell’uomo che ama una donna, nella donna che ama un uomo, nell’uomo che ama un uomo e nella donna che ama una donna". Maria De Filippi ha ben compreso questo principio, e difatti ha deciso di combattere il pregiudizio omofobico in TV scardinando i soliti luoghi comuni. L'omofobia si combatte anche in televisione azzerando i soliti cliché legati al mondo lgbt. Come ha dichiarato la stessa conduttrice: "Io non ho fatto il trono gay per una comunità gay risolta nella vita che non ha bisogno della De Filippi che la rappresenti, ma per tanti ragazzini che chiedevano aiuto a 'C’è posta' per dichiararsi in casa o perché discriminati a scuola. Dalla televisione conosci e impari. Io vivo in una realtà ovattata, in una città come Roma, ho tanti strumenti e fortune. In altri paesini sperduti d’Italia è più difficile spiegare e capire le cose". Ovviamente la televisione non è l'unico luogo per parlare di omofobia ma sono ben accette tutte le modalità pensate per educare un pubblico numeroso e di stampo tradizionalista. Se sai di condurre uno spettacolo seguito da milioni di persone puoi assumerti anche la responsabilità di cambiare la prospettiva di certa gente e combattere i loro stupidi pregiudizi. Una responsabilità che Maria De Filippi, a differenza di altri colleghi e colleghe, si è assunta già da diversi anni e in altri suoi programmi (pensiamo ad alcune puntate di C'è posta per te e le coreografie di Amici). Pertanto anche se non appartengo al pubblico che segue Uomini e donne mi sento di elogiare la sensibilità umana di Maria De Filippi.

Cristian Porcino

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sabato 2 settembre 2017

L'elzeviro del filosofo impertinente


Bisogna sempre discernere l'opera dal suo creatore, e non lasciarsi mai trarre in inganno dalla creatura. Mi è capitato di entusiasmarmi per un testo che trasudava da ogni pagina sensibilità e impegno civile, ma conoscendo meglio l'autore mi sono accorto che non possedeva affatto tali doti umane. Era solo civetteria divertita, un tonitruante artificio messo in atto per emozionare il lettore. Come dicevo prima ho conosciuto l'autore e l'ho trovato volgarmente tronfio, vanitoso e superficiale. Il suo libro mi aveva trasmesso un messaggio che non corrispondeva in alcun modo alla persona che lo aveva scritto! Come si può essere al contempo Dr. Jekyll e Mr. Hyde? Io sono ciò che scrivo, e chi mi conosce sa che non sono poi così diverso dal contenuto racchiuso nei miei libri, e più in generale nei miei scritti. Mah! Si vede che appartengo ad una razza in estinzione. Esistono, purtroppo, carogne travestite da attivisti pro umanità che si danno da fare per lisciarsi il pelo davanti allo specchio. Vanesi anche durante l'atto creativo. Dunque non cadiamo nelle trappole sapientemente costruite per abbindolarci con racconti di facciata. Dopotutto, aveva ragione Amleto quando si chiedeva: "Essere o non essere, questo è il problema". Essere, infatti, è il vero problema dell'umanità! Alla prossima cari.

Cristian Porcino

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martedì 1 agosto 2017

L'elzevirino del filosofo impertinente


L'Anima Mundi regna incontrastata e sovrana nelle remote segrete del nostro essere. Vive dispersa in cunicoli reconditi il cui accesso è vietato anche ad un attento speleologo. L'Anima mundi è sempre là; un po' troppo spostata in avanti e un po' troppo spostata indietro. L'Anima Mundi regna nei luoghi del non essere, oltre i vincoli del tempo e dello spazio. Forse basterebbe tacere qualche istante per ritornare ad ascoltare la saggezza infinita del cosmo, e in quell'istante di transizione percepire la voce vitale dell'Anima del mondo.

Cristian Porcino

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mercoledì 26 luglio 2017

L'elzeviro del filosofo impertinente


Sono trascorsi 20 anni dalla morte di Lady D. Un lasso di tempo che ha permesso alla principessa del Galles di diventare un mito, e di cristallizzare la sua figura nell'immaginario collettivo. Diana Spencer era una donna libera che rifiutava ogni forma di pregiudizio. Era, in un certo senso, una vera outsider che ha tentato di cambiare il volto della monarchia inglese. Devo ammettere che il Regno Unito ha sempre esercitato un fascino potente sulla mia vita. Chi non ha vissuto gli anni'80 e '90 non può immaginare il carisma di Diana, e dunque non può comprenderla fino in fondo. Quando si muore nel fiore degli anni si rischia di divenire presto un santino da venerare. Diana era destinata a diventare regina d'Inghilterra in quanto consorte del primogenito di Elisabetta II, Carlo, ma il suo dramma personale non lo rese possibile. Il suo matrimonio tormentato con l'erede al trono iniziato nel 1981 si concluse ufficialmente nel 1996, e di conseguenza questo inevitabile passaggio sancì la fine del suo rapporto con la casa reale. La sua tragica morte nel Pont de l'Alma di Parigi spense per sempre il sorriso sul suo volto. Nel 1998 andai per la prima volta in Inghilterra. Per me che adoravo quel paese era un sogno che si concretizzava. Avevo girato il mondo in lungo e in largo ma il Regno Unito non lo avevo ancora visitato. Dopo aver reso omaggio a Canterbury e a Geoffrey Chaucer arrivai a Londra. Londra era il centro dei miei studi e delle mie attenzioni. Sono uno shakespeariano convinto e non potevo non visitare il Globe Theatre. Da questa città sono passati anche i miei miti musicali: I Beatles, Elton John, David Bowie, George Michael e Freddie Mercury. Lady Diana era morta soltanto un anno prima e nei nostri occhi era ancora presente la commozione suscitata dal suo funerale. Mi recai anche nel Northamptonshire per visitare il suo luogo di sepoltura, Althorp House, dimora della famiglia Spencer. Diana non aveva paura d'amare, e di esternare il suo amore incondizionato per i suoi due figli. Non nascondeva le sue fragilità e i suoi malesseri esistenziali. Era la principessa del popolo e non voleva ingannarlo. Aveva compreso che attorno alla sua figura ruotava l'attenzione dei media, e proprio per questo decise di adoperarsi per delle importanti cause umanitarie. Andò in Angola per sensibilizzare l'opinione pubblica sulle mine antiuomo disseminate nei campi. Sposò la lotta all'AIDS e fu anche Madrina delle arti e patrocinò diverse cause ed eventi per raccogliere importanti donazioni in favore dei soggetti più deboli. Da poco aveva ritrovato una stabilità affettiva con Dody Al-Fayed, morto anche lui nello stesso incidente del 31 agosto del 1997 in un tunnel di Parigi. Visitai il grande magazzino Harrods e rimasi sorpreso nel vedere che il padre di Dodi, Mohammed Al-Fayed, all'epoca proprietario del negozio aveva allestito al suo interno un altare commemorativo con la foto di Diana e il figlio. Nel '98, prima di rientrare in Italia, visitai nuovamente la mia amata Parigi, ma questa volta volevo recarmi al Pont de l'Alma. Devo dire che osservando attentamente il luogo della sua morte mi sfiorarono diverse perplessità sulle dinamiche dell'incidente. Non sono un complottista ma non credo alla versione ufficiale. Ricordo la quantità immane di messaggi dedicati a Diana lasciati ai piedi della torcia che sovrasta il tunnel. La sua giovane vita si era spenta come una candela al vento, proprio come la canzone che Sir Elton John aveva cantato al suo funerale. Non voleva diventare un'icona, ma la sua morte l'ha consegnata per sempre alla leggenda. Diana era una donna sensibile in cerca di pace e spiritualità, ma era anche una madre affettuosa che seppe trasmettere ai suoi figli, William e Harry, il valore della normalità. Il loro essere principi non doveva in alcun modo distoglierli dalla consapevolezza di essere vicini al popolo e alle loro problematiche. Lei diceva: "Voglio che i miei ragazzi imparino a comprendere le emozioni delle persone, le loro insicurezze e preoccupazioni, le loro speranze e i loro sogni". A vent'anni dalla sua scomparsa mi piace ricordarla con il suo bellissimo sorriso, con i suoi limiti e i suoi pregi perché Diana era una persona reale, e non un personaggio inventato. Ha speso ogni energia per rendere la monarchia un'istituzione al passo coi tempi. In qualche modo riuscì a rendere più umana la famiglia Windsor. Se la casa reale appare molto meno ingessata lo si deve proprio alla timida maestra diventata in breve tempo la beniamina del popolo. Ma Diana capì anche che la solidarietà è un valore aggiunto da sperimentare quotidianamente nelle nostre vite.
"Fai un atto di bontà, casuale, senza aspettativa di ricompensa, e stai sicuro che un giorno qualcun altro potrebbe fare lo stesso per te" (Lady D).

Cristian Porcino

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mercoledì 12 luglio 2017

L'elzeviro del filosofo impertinente


Il 27 giugno scorso è scomparso Paolo Limiti. I teenager non lo conoscono, non seguivano certamente i suoi programmi TV, ma scommetto che canticchiano senza saperlo una delle tante canzoni scritte da Paolo. Ovviamente mi riferisco a La voce del silenzio interpretata da recente anche da Andrea Bocelli, Laura Pausini e Francesco Renga. Come dimenticare quell'incipit formidabile che fa: "Volevo stare un po’ da solo per pensare tu lo sai, e ho sentito nel silenzio una voce dentro me e tornan vive troppe cose che credevo morte ormai ….vorrei una voce".
Ho conosciuto di persona Paolo Limiti il 29 novembre del 2003 durante lo show targato Rai Torno sabato...e tre. Ricordo la sua giovialità prima della diretta. Lo chiamavano da ogni parte e lui replicava con gentilezza a tutti. Sembrava timido e riservato ma non appena si accendevano le telecamere era in grado di entrare immediatamente in sintonia con il pubblico. Era proprio nato per fare televisione. Limiti si sedette nella fila davanti alla mia per una buona mezz'ora e poi lasciò il suo posto per andarsene via o aspettare la fine dello show altrove. Paolo si intrattenne a scherzare con noi della stampa con grande cordialità e curiosità. Ho iniziato a seguire Limiti grazie a mia madre che non si perdeva i suoi programmi televisivi in cui si ripercorreva la storia della musica e del cinema. Rimanevo affascinato da quest'uomo che conosceva ogni aneddoto e curiosità sulla lavorazione di un film o i retroscena di una canzone. Quando iniziava un racconto ti teneva inchiodato alla sedia, e il suo entusiasmo finiva per contagiare anche te. Non era pedante e ti rendeva partecipe dell'evento narrato. All'università mi chiamavano Paolo Limiti perché come lui ero appassionato di cinema e di musica. Mi piaceva documentarmi e raccontare agli amici le storie che si nascondevano dietro alcuni successi. Il vero sapere si condivide e non si rinchiude in una piccola cassaforte. In fondo questo faceva Limiti con i suoi spettacoli; condivideva con il suo pubblico ciò che lo entusiasmava di più. Certo, i colleghi universitari mi chiamavano 'Paolo Limiti' con un tono ironico. Il Paolo nazionale rappresentava per loro il passato, e di conseguenza io ero percepito come un intellettuale d'altra epoca interessato a cose un po' démodé. In altre parole mi vedevano come un marziano sbarcato sulla terra. La cosa però non mi offendeva, anzi. Molte erano le affinità che mi legavano a Limiti. Come Paolo anch'io rimasi da bambino affascinato dal cinema americano, soprattutto quello di un tempo. Con i miei coetanei non potevo certo parlare di Joan Crawford, Bette Davis, Montgomery Clift, Clark Gable e altri miti del cinema. Nei suoi programmi, invece, lui dava spazio alle star di Hollywood che avevano reso grande la settima arte. Come spiegare ai più la sensazione che si prova quando ti trovi in un teatro di Broadway, e le luci si spengono e parte la musica? Oppure con quali parole definire la gioia di ascoltare la voce straordinaria di Barbra Streisand? Paolo lo sapeva e si nutriva di queste emozioni. Quante puntate dedicate alla magia di Broadway e ai musical più longevi di tutti i tempi. Ma Paolo Limiti non era solo storia e quindi ricordi, bensì si interessava alla contemporaneità tenendo ben presente che nulla può essere compreso se non si conosce il nostro passato. Più volte è stato offeso ed etichettato come un nostalgico, uno che viveva cristallizzato nel passato ma non era affatto così. Aveva mille interessi e mille talenti. Paroliere, conduttore, inventore di format televisivi e anche animalista convinto. Paolo Limiti era un vero amico degli animali e non perdeva occasione per discuterne. Nei suoi programmi inseriva rubriche quotidiane in cui affrontare le problematiche dei maltrattamenti agli animali. Paolo si prodigava attivamente per aiutare i nostri amici a quattro zampe a trovare una nuova famiglia. Aveva classe anche quando s'indignava. Ricordo che quando si arrabbiava con i criminali che maltrattavano i cani lui diceva: "Vi auguro ogni bene"! Era chiaro che il senso della frase augurata era l'opposto, ma detta in tal modo risultava ancora più efficace. Con la morte di Paolo Limiti finisce una televisione elegante, garbata, istruttiva e genuina. Desidero, infine, ricordare una massima che Paolo ripeteva spesso nei suoi show e che ho sempre apprezzato: "Ricordati di essere gentile quando sali le scale perché prima o poi dovrai scenderle anche tu".
Un caro saluto a Paolo Limiti "Uno dei pochi che conosceva quello di cui parlava" (Gene Gnocchi).

Cristian Porcino

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giovedì 6 luglio 2017

L'elzeviro del filosofo impertinente


In vista di un imminente trasloco ho riportato alla luce frammenti di un passato distante anni luce dalla mia memoria e personalità. Rovistando fra scatole e scatoloni ho fatto un viaggio nei ricordi. Sicuramente alcuni vissuti con coscienza e altri un po' meno. Che strana sensazione rivedere i quaderni delle elementari, i primi sussidiari, i ritagli di giornale, le riviste, i giocattoli dell'infanzia etc. Più cestinavo e più mi accorgevo che in quei contenitori non c'era più il mio presente e nemmeno il mio futuro. Io come essere umano sono cristallizzato in una dimensione temporale che possiamo chiamare adesso, ma in verità abito un nonluogo! Io sono un progetto in fieri. Una idea partorita da qualche mente sognante che non ha fatto ancora pace con la realtà. Sono stato una determinata persona, e il tempo mi ha portato inevitabilmente altrove. Rivedere quegli appunti e andare immediatamente con la memoria a quell'istante in cui scrissi tutto mi ha riportato a vedere le cose con un certo distacco. In quelle scatole ho rivisto le mille prospettive che potevo attuare. Ho provato un certo sollievo nel buttare diverse porzioni della mia vita. Ho percepito le aspettative e i sogni infranti appuntati con uno spillo sul bavero dell'anima. Crescere significa anche fare i conti con una verità tangibile. Ora comprendo la sensazione di liberarsi di quella zavorra che ti tiene ancorato al passato, e ti fa pensare a tutto ciò che poteva essere e non è mai stato. Ho vissuto forse mille vite senza essermene accorto. Chi era quel bambino che annotava le sue impressioni in quel diario? E quel ragazzo che scriveva con convinzione i propri pensieri? Chi lo sa! Di certo non io, o almeno non più.
«Scrivevo silenzi, notti, notavo l’inesprimibile, fissavo vertigini» (Arthur Rimbaud).
In un vecchio giornale ho trovato una riflessione della scrittrice Susanna Tamaro che fa al caso nostro: «Il grande dono che ci è stato dato è il libero arbitrio, cioè il poter scegliere. Scegliere vuol dire semplicemente avere due strade davanti e decidere di imboccarne una anziché l'altra. Scegliere non vuol dire anche rinunciare. Non so cosa c'era nell'altra strada, né mai lo saprò perché l'ho lasciate alle spalle e non posso più tornare indietro». È vero, non possiamo più tornare indietro, ma non possiamo nemmeno affermare che avevamo ampia facoltà di scegliere. La scelta è una iattura non un dono. Non esistono mai scelte giuste o sbagliate. Quando le hai compiute rifletti a posteriori sui benefici ricevuti o meno. Siamo liberi di scegliere tra due alternative ma nessuna di queste è realmente scevra da inganni. Ci illudiamo di scegliere, ma se a tavola hai pasta o pesce dovrai inevitabilmente optare per una delle due senza troppi ma e senza se. Io devo essere in grado di fare una vera scelta e non essere obbligato ad un bivio bloccato. Io non ho mai avuto facoltà di scegliere perché mi sono ritrovato a barcamenarmi fra l'apparire e scalfire la mia essenza, oppure autoingannarmi pensando di essere davvero libero. Come sosteneva John Stuart Mill: «La libertà di ogni individuo deve avere questo preciso limite: egli non deve essere di disturbo agli altri». Io, infatti, non ho mai disturbato gli altri ma tale principio non è stato certamente ricambiato, anzi. Ho sperimentato sulla mia pelle quanto diceva Sartre: «L’enfer, c’est les autres». All'esistenza dell'inferno post mortem non credo, ma alla gente che ti rende infernale la vita purtroppo sì! Chissà perché queste nullità che abbiamo avuto il dispiacere di conoscere emanano ancora un lezzo nauseabondo, proprio come le fogne di Calcutta, ed è proprio per questo che dobbiamo allontanarle. Questi umanotteri depensanti impestano l'aria con la loro malvagità morale e la loro puzza contagiosa, ma non dobbiamo farci contaminare da questa decomposizione interiore. Pertanto ritorno alle mie scatole, e nel frattempo solletico la mia riflessione con una canzone di Brunori Sas.
«La verità è che ti fa paura/ L'idea di scomparire/ L'idea che tutto quello a cui ti aggrappi
Prima o poi dovrà finire/ La verità è che non vuoi cambiare/ Che non sai rinunciare a quelle quattro, cinque cose a cui non credi neanche più
».

Cristian Porcino

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giovedì 29 giugno 2017

L'elzeviro del filosofo impertinente


Giugno è il mese in cui si ricordano i moti di Stonewall e si susseguono nel mondo civilizzato le manifestazioni in sostegno del movimento Lgbt. Purtroppo in questo mese si verificano puntualmente anche episodi più o meno velati di razzismo. Personalmente mi sono occupato di tale piaga sociale nel mio ultimo libro Canzoni contro l'omofobia e la violenza sulle donne, e nonostante le numerose e importanti battaglie civili le cose sembrano, ahimè, non essere mutate. Ogni anno durante il periodo degli esami di maturità si riscontrano diversi episodi di omofobia in diverse parti d'Italia. Negli ultimi anni alcuni maturandi si sono imbattuti in commissari alquanto reticenti ad accettare e discutere tesine sulla storia dell'omosessualità e non solo. Alcuni di questi commissari si sono rifiutati perfino di ammettere opere letterarie o testi di canzoni che tratta(va)no l'argomento. Non parlo certamente di opere erotiche o di propaganda, ma di vera letteratura. Eppure le opere letterarie non hanno una sessualità e non possono essere discriminate. Tali docenti umanamente impreparati non riescono ancora oggi a comprendere l'essenza del loro lavoro e dell'intero sistema scolastico. L'omofobia interiorizzata non è meno grave di quella visibile.
La scuola è la sede adatta per affrontare questi argomenti, e gli insegnanti non possono rinunciare alla loro funzione di educatori. L'omosessualità, così come l'eterosessualità, non ha nulla di segreto o di scandaloso, e dunque non capisco tale ritrosia nel trattarla senza pregiudizi e fobie. Troppi anni di preconcetti, stereotipi e modelli catodici fuorvianti hanno forse accresciuto in questi docenti un senso di inadeguatezza e timore nell'affrontarla con la dovuta serietà. Ma nulla può giustificare tali paure prive di qualsiasi fondamento. Gli studenti devono sentirsi liberi di affrontare gli argomenti che toccano da vicino le loro giovani esistenze. Se la scuola non si adeguerà a tali istanze formative dovrà fare i conti con le informazioni distorte acquisite dai discenti attraverso chat e siti internet non qualificati. Diceva Don Milani “Quando avete buttato nel mondo d’oggi un ragazzo senza istruzione avete buttato in cielo un passerotto senza ali”. Per esperienza personale posso aggiungere che all'università sperimentai anch'io una certa resistenza a trattare l'argomento omosessualità con professori allineati alle posizioni del Vaticano II (non mi riferisco certamente al concilio ecumenico ma alla visione "papacentrica" di Giovanni Paolo II). Rammento l'approfondimento del corso di filosofia morale dal titolo "Uomo e donna in famiglia" con un excursus storico tra le varie encicliche dei papi! Oppure ricordo un feroce confronto con la docente di letteratura italiana che non voleva riconoscere la straordinaria importanza dell'opera letteraria di Aldo Busi.
Per comprendere meglio il senso di certe preclusioni mentali ho intervistato alcune persone in merito al significato del termine pregiudizio. Eccovi, dunque, alcune opinioni raccolte. Simona, studentessa di psicologia, mi ha risposto: "Il pregiudizio è un meccanismo di difesa che attiviamo nel momento in cui la diversità dell'altro ci spaventa". Alina, invece, definisce il pregiudizio come "un'opinione certa ma errata su qualcuno. Per tirare avanti spesso avvertiamo il bisogno di sicurezza e consideriamo le nostre opinioni, la nostra morale come le migliori in assoluto. Così tutto quello che si discosta dal nostro punto di vista lo rigettiamo per non farci condizionare". Il signor Giovanni, benzinaio da quindici anni, afferma: "Il pregiudizio è un modo negativo per avvicinarmi al mio prossimo". Flaminia gestisce una panetteria in una zona periferica di Catania e mi dice: "Io credo che le persone gay sono esattamente come me. Non bisogna giudicare nessuno in base ai propri gusti sessuali, nazionalità o etnia. Quello che conta sono le azioni che facciamo e di certo non dipendono dalle persone che amiamo o con cui facciamo sesso".
La signora Mara è appena uscita dalla messa del mattino e alla mia domanda risponde con fare scortese facendosi un segno della croce. Evidentemente l'esempio inclusivo di Papa Francesco non ha minimamente toccato la sua fede e il suo cuore.
Le opinioni da me raccolte evidenziano che a parole manifestiamo di essere emancipati e civili, ma nei fatti persiste ancora uno zoccolo duro d'ignoranza che non ci permette di compiere un salto di qualità notevole.
Forse aveva ragione Albert Einstein quando diceva: "È più facile spezzare un atomo che un pregiudizio". Pertanto mi auguro l'avvento di una società culturalmente evoluta in grado di oltrepassare gli steccati ideologici e annientare i pregiudizi e i soliti stereotipi. Dopotutto "Non bisogna farsi mai ricattare dalla stupidità altrui" (Umberto Eco).

Cristian Porcino

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giovedì 22 giugno 2017

L'elzeviro del filosofo impertinente


Recentemente mi sono imbattuto in alcune pubblicità alquanto inquietanti. In certi noti settimanali si sponsorizza la vendita di una bambola che riproduce realisticamente le fattezze di un neonato. Per ovvi motivi non posso citare l’azienda né riprodurre l'immagine dell’oggetto in questione, ma sono lontani parenti di Cicciobello e probabilmente più eleganti. Forse questi macabri bambolotti alti circa 50 cm riusciranno a placare il desiderio di maternità e paternità insito negli umani? Cullando fra le mie braccia un pupazzo senz'anima mi potrò definire padre? Qual è allora il senso di questa stramba operazione di marketing? A quanto pare l'artista che ha realizzato tale 'creatura' intende donare ai genitori mancati la gioia di tenere fra le braccia un piccolo corpicino con lo sguardo imbambolato. Ovviamente la pubblicità ci tiene a sottolineare che il prodotto non è un giocattolo, bensì un oggetto da collezione unico, quasi raro. Non è un prodotto per bambini, ma per adulti desiderosi di figliolanza. Per carità, il bambolotto è un prodotto raffinato e ben fatto ma rimane pur sempre un oggetto inanimato. Esistono anche bambole "speciali" che ti stringono il dito. Queste sensazioni però mi inquietano. L'essere umano solletica la propria immaginazione con prodotti di qualità che riproducono qualcosa o qualcuno che esiste già in realtà. In altre parole si concedono istanti di felicità con surrogati di realtà. Diceva David Hull: "L'ipocrisia è il lubrificante della società". Questi pupazzi bambini, questi feticci del desiderio umano non potranno mai supplire quel vuoto che si crea in noi. Ben scriveva Pier Paolo Pasolini nel libro Lettere Luterane: "Il fondo del mio insegnamento consisterà nel convincerti a non temere la sacralità e i sentimenti, di cui il laicismo consumistico ha privato gli uomini trasformandoli in bruti e stupidi automi adoratori di feticci". Noi umani temiamo i sentimenti ma siamo preda del sentimentalismo. Non siamo buoni, ma buonisti. Adoriamo gli oggetti che riproducono qualcosa, vedi alcune pratiche cattoliche dove si venerano statue raffiguranti santi e madonne. I feticci sono utili per comunità umane non evolute, quasi primitive ma non certamente per persone dotate di raziocinio. Se la vita non vi ha resi genitori non lo diventerete di certo acquistando dei bambolotti!
In Jane Eyre Charlotte Brontë scrive: "Mi portavo sempre nel letto la bambola; gli esseri umani hanno bisogno di amare qualcosa e, in mancanza di un oggetto più degno di tenerezza, mi studiavo di provare piacere amando e vezzeggiando un piccolo idolo sbiadito, malridotto come uno spaventapasseri". Dunque smettiamola di confondere l'apparenza con la realtà, e dedichiamo il nostro tempo ad emozioni e sentimenti reali. Nel mondo esistono tanti bambini in carne e ossa che aspettano un nostro abbraccio vero e sincero. Per una volta smettiamo di vivere sentimenti posticci, e ripiombiamo nella monotona ma concreta quotidianità.


Cristian Porcino

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giovedì 8 giugno 2017

L'elzeviro del filosofo impertinente


Anni fa mi occupai della sessualità dei supereroi. Il libro che conteneva tale saggio non uscì mai in Italia ma fu pubblicato da un editore americano. In alcune librerie newyorkesi circola ancora qualche copia usata del suddetto volume. In quel breve saggio ragionavo in merito alla sessualità di Superman, Batman, Spiderman etc., evidenziandone le numerose contraddizioni. Proprio in questi giorni debutta al cinema il film dedicato alla prima supereroina degna di nota: Wonder Woman. Chi è nato negli anni'80 non può non ricordare il telefilm trasmesso da italia uno con una splendida Lynda Carter nei panni di Wonder Woman. Il film uscito il 1 giugno è già record di incassi al botteghino. La pellicola è diretta da una brava regista, Patty Jenkins (Monster) e la protagonista è interpretata dall'attrice israeliana Gal Gadot (ex soldatessa). Per quanto mi riguarda non andrò a vederlo ma tale interesse generale merita una piccola riflessione. È bene ricordare che Wonder Woman è una creazione di William Moulton Marston, psicologo e fumettista. Egli aveva conosciuto le vere eroine del femminismo come Emmeline Pankhurst e Margaret Sanger e decise di ispirarsi a loro per dare vita ad un personaggio in grado di rappresentare il girl power. Fu così che nel 1941 ideò Diana, una guerriera amazzone nata nell'isola di Themyscira. Tale eroina DC Comics per un determinato periodo di tempo ricoprì un ruolo non secondario, ma negli ultimi anni quasi nessuno si rammentava più di questa interessante figura mitologica. Eppure proprio l'anno scorso l'Onu aveva scelto Wonder Woman per rappresentare i diritti delle donne. Questa scelta di nominarla ambasciatrice provocò disordini e proteste e si raccolsero più di 40 mila firme per bocciare tale idea. Una delle tante motivazioni fu proprio quella legata alla rappresentazione stereotipata della figura femminile. Non possiamo negare che le intenzioni dell'autore erano ben diverse, ma è evidente che Marston ha attribuito alla sua eroina caratteri ben precisi. La Nostra protagonista fu ritratta in abiti succinti, in linea con lo stile delle pin up degli anni' 40. A questo vorrei però obiettare che nei supereroi il fattore sessuale è da sempre presente. Guardate la tuta di Batman degli ultimi film e noterete la meticolosa attenzione con cui si mettono in mostra sia i pettorali dell'eroe sia i gioielli di famiglia di Bruce Wayne. E Superman e Captain America? Identico discorso. Per non parlare degli attori, dei veri sex symbol, chiamati ad interpretare tali personaggi. Dunque il sessismo non riguarda solo Wonder Woman alias Diana Prince, ma anche i suoi colleghi maschi. Le loro figure sono tipicamente caratterizzate e su questo non si discute. Il sesso dei supereroi affascina e mobilita l'attenzione del grande pubblico. L'industria del porno ha attinto a piene mani dai supereroi per realizzare parodie hard con attori in costume. In verità il modo di fare l'amore dei supereroi affascina e allo stesso tempo disorienta il pubblico. Esistono anche soggetti che prediligono fare sesso con il/la proprio/a partner mascherati da supereroi. Nonostante questo rimane ancora un mistero la ginnica sessuale di Clark Kent-Superman ma poco importa. I supereroi si prendono cosi come sono stati creati. Senza ma e senza se. Dopotutto chi vorrebbe mai avere una relazione con un supereroe o una supereroina? Sai che gioia dividerli con il mondo intero! Meglio una noiosissima e stabile relazione fra esseri ordinari ma reali. Non trovate? Se non mi credete ascoltate la bellissima canzone dei Coldplay e The Chainsmokers Something just like this e capirete il senso di ciò che dico.

Cristian Porcino

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giovedì 1 giugno 2017

L'elzeviro del filosofo impertinente


Iniziamo con una semplice domanda: perché i preti vanno spesso in TV a parlare di sesso?
In ogni programma dedicato all'amore o alla morale sessuale indovinate un po' chi c'è sempre a farfugliare qualcosa? Naturalmente un chierico di santa madre Chiesa! Non solo ciarlano in TV, ma scrivono perfino libri su come vivere una sana e santa sessualità. Ma vi rendete conto? Per statuto sono uomini celibi che fanno voto di castità e poi diventano, tutto ad un tratto, esperti di sessualità!? A me i conti non tornano, non so a voi. Non dimentichiamo che il giovane arcivescovo di Cracovia Karol Wojtyla scrisse nel 1960 un'opera filosofica dal titolo: Amore e responsabilità. Morale sessuale e vita interpersonale. La filosofa e amica di Wojtyla, Anna Teresa Tymieniecka disse: "Ciò che ha scritto (Wojtyla ndr) sull'amore e sul sesso dimostra la sua scarsa conoscenza del tema. Mi sembrava che fosse evidente che non sapeva di cosa stava parlando". Come può un sacerdote sapere quali dinamiche intercorrono tra due innamorati che vivono e sperimentano le gioie del sesso? E non dimentichiamo che la CEI di Ruini-Bagnasco e i papi non smettono mai di ricordarci l'importanza della famiglia e dei figli. Ma se sono così ossessionati dalla famiglia perché non ne hanno creata una tutta loro? Ufficialmente non sono padri carnali ma si fanno chiamare in tal modo per trattarci come figli ed esercitare la loro autorità. A me sembra paradossale questo atteggiamento. Qui non si tratta di essere credenti, agnostici, atei o anticlericali ma di seguire semplicemente la logica. Io non sono padre e d'ora in avanti mi dedicherò a scrivere testi, e a tenere convegni sulla paternità e la gestione dei figli. Sono sicuro che se lo facessi mi sentirei ridicolo e insignificante. Come posso parlare con cognizione di causa di un argomento che non padroneggio?! È arrivato il momento per il Vaticano di occuparsi di fede e non di morale sessuale. Papa Bergoglio è l'unico pontefice a non manifestare quell'ossessione tanto cara ai suoi predecessori per la vita sessuale dei suoi fedeli. Infatti, i più conservatori lo attaccano per questo motivo. Non gli perdonano il suo continuo concentrarsi sul Vangelo e non su argomenti che non spetta a un prete giudicare. Bergoglio ricorda incessantemente ai credenti cristiani che dichiararsi tali significa mettere davvero in pratica le parole di Gesù. Forse questi soggetti trovano imperdonabile un papa che si dedica a portare avanti l'insegnamento evangelico ed è per questo che tentano di scalfire la sua autorità senza alcun successo. Un motivo in più per stimare umanamente questo papa. Lui va avanti per la sua strada senza prestare attenzione a certi individui. Naturalmente io non lo vedo con gli occhi della fede che non ho, e dunque non lo percepisco come "il dolce Cristo in terra" (vedi Santa Caterina da Siena), ma solo come un uomo di pace (e non è mica poco!). Per caso vi siete dimenticati che con Joseph Ratzinger si finiva sempre a parlare di famiglia composta da uomo e donna, il valore dei figli e via discorrendo? Come si dice a Napoli "Dalle 'e dalle se scassano pure e' metalle". Io non dimentico che per la giornata della pace 2013 il papa emerito Benedetto XVI scrisse che le unioni gay erano un vero attentato alla pace! Due persone che si amano metterebbero a repentaglio la pace nel mondo?!!! Io rimango basito e non aggiungo nulla, ma vi consiglio vivamente di leggere le opinioni del teologo Hans Küng sul pontificato ratzingeriano. Nei vari talk show quando si parla di divorzi, anticoncezionali, unioni civili ci trovo sempre un prete, mentre se l'argomento trattato è la pedofilia, la corruzione nessuno, e sottolineo nessuno, si sogna di invitare un sacerdote in trasmissione. Ma se il loro abito li autorizza a parlare di sesso perché non di frode bancarie, ingerenza e tanti altri argomenti? Non si può essere tuttologi a convenienza. Io trovo molto più preoccupante dei chierici che blaterano di sessualità i fedeli che credono ciecamente alle loro parole. Non li sfiora mai il dubbio che quelle frasi non andrebbero prese per oro colato? Se parlano di fede sono delle vere autorità, ma quando parlano d'altro la loro opinione vale quanto la vostra. La loro competenza però non sempre è dimostrata se pensiamo al commento fuori luogo pronunciato da quel vescovo italiano all'indomani della strage di Manchester. Costui ha definito i bambini e gli adolescenti uccisi per mano dei terroristi in tal modo: "Figli miei, siete morti così, quasi senza ragioni come avevate vissuto. Pregherò per voi". Che orrore !!!!
Quando leggiamo certe invettive ricordiamoci che se la gente si allontana sempre più dalla religione è per persone così.
Ovviamente ognuno di noi è libero di scegliere autonomamente a chi e a cosa prestare attenzione. Io certamente non ho tempo da perdere con certi tuttologi dalla doppia morale che vivacchiano nei salotti televisivi.
"L'intelligenza non ha valletti, si serve da sé" (Aldo Busi).


Cristian Porcino

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giovedì 25 maggio 2017

L'elzeviro del filosofo impertinente


Si è concluso da poco il salone internazionale del libro di Torino, e nelle bacheche virtuali di molti facebookiari impazzano le foto con i loro autori preferiti. Sinceramente non ho mai compreso questa smania di vedere dal vivo l'autore che più si ammira. Non ho mai ambito a stringergli la mano, farmi un selfie e magari portarmi a casa un autografo personalizzato sulla copia del libro appena sfornato e acquistato. Per quanto mi riguarda incontro quotidianamente i miei scrittori preferiti e lo faccio tramite le pagine dei loro libri. Trascorro del tempo con Amélie Nothomb, Savater, Shakespeare, Mary Shelley, Dostoevskij, Flaubert, Verga, Pirandello, Salinger, Poe, Calvino, Eco, Platone etc., e non mi stanco mai, anzi! La lettura azzera la cronologia. Ogni appuntamento è una delizia per gli occhi e per la mente. Gli incontri non deludono mai le mie aspettative e, cosa più importante, io non deludo le loro. Uno scrittore vive tra le pagine dei suoi libri e non nei firma copie che è costretto a fare per meri accordi editoriali. Ho avuto molti incontri con i miei autori preferiti dettati dal semplice fato. Mi spiego meglio. Anni fa, mentre passeggiavo per le strade di New York, incontrai Stephen King accanto al Gotham cafè, proprio come l'omonimo locale narrato dal re del brivido in Tutto è fatidico. Lui mi guardò e mi sorrise con il suo modo così enigmatico da folletto, e quegli occhietti piccoli che si celavano dietro il vetro degli occhiali. Quel sorriso fu la testimonianza di un incontro tra spiriti affini che si percepiscono senza stupidi convenevoli. Ho intrattenuto un rapporto epistolare molto bello con Luciano De Crescenzo. Sempre a New York ho assistito alla presentazione del libro di Khaled Hosseini e pur avendo acquistato la copia del suo libro rinunciai a farmelo firmare. Ho avuto il piacere di conoscere un anno prima della sua morte, e forse nella sua ultima apparizione pubblica, il filosofo Manlio Sgalambro. Quella volta anch'io restai all'incontro post presentazione per farmi firmare la copia. Non fu però premeditato bensì un'idea di un amico comune, nonché suo editore, che volle presentarci. Luciano De Crescenzo sostiene che per uno scrittore è molto meglio non incontrare i suoi fan, poiché i lettori potrebbero rimanere delusi dall'incontro con il loro beniamino letterario. Io concordo con Luciano. I miti sono come figure sacre, e ci si imbatte in loro soltanto nei lunghi corridoi dell'immaginario. Ma quale domanda potrei mai fare a Whitman o a Wilde? Cosa chiedere a Maupassant o Rimbaud? La mia ammirazione nei loro confronti è talmente smisurata che ringrazio il cielo di non doverli incontrare per non dovermi, a mia volta, ricredere del loro genio. Spesso mi chiedono di presentare i miei libri, e in passato l'ho fatto ma adesso non più. Chi desidera conoscermi può farlo leggendo i miei testi. La mia opera è in vendita ma la mia vita e il mio privato no. Solo ciò che decido di raccontare diventa pubblico. Conoscermi non aggiunge nulla alla magia che ti regala la lettura di un libro. Un libro pessimo non si tramuta in bello solo perché l'autore è carino e magari anche simpatico con noi, e viceversa. Come diceva Marcel Proust: "Ogni lettore, quando legge, legge sé stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che è offerto al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in sé stesso". Sia ben inteso che non mi paragono minimamente a quei grandi nomi citati prima, non potrei. Dico solo che ho pubblicato anch'io qualche libro ed ho presentato diverse volte i miei volumi in giro per l'Italia, e nonostante i tanti attestati di stima ricevuti continuo a pensare che la mia presenza non ha aggiunto nulla al mio testo. La presentazione del libro celebra solo l'ego dello scrittore e non la sua opera. L'opera di uno scrittore ci dice tutto quello che c'è da sapere, e quello che non ci dice possiamo immaginarcelo da soli. Bisogna valorizzare molto di più l'assenza di uno scrittore e lasciar parlare, invece, la sua essenza racchiusa nell'opera.
"Rivelare l'arte e nascondere l'artista è il fine dell'arte" (Oscar Wilde).


Cristian Porcino

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giovedì 18 maggio 2017

L'elzeviro del filosofo impertinente


La voce della coscienza esiste davvero oppure è soltanto un residuo mitologico? Forse la coscienza individuale è una metafora filosofica come Atlantide, il continente sommerso narrato da Platone, o invece un'altra utopia come quel detto evangelico che recita "la Verità vi renderà liberi". Ogni qual volta osservo il mondo mi chiedo: ma dove sta la nostra coscienza quando commettiamo azioni imperdonabili?
Il 23 maggio di venticinque anni fa veniva brutalmente assassinato il magistrato Giovanni Falcone. In quel vile attentato persero la vita tre uomini della sua scorta e anche Francesca Morvillo, moglie di Falcone. All'epoca dei fatti avevo 12 anni e la cosa mi colpì molto. Mi colpì perché ero siciliano come Giovanni e poi perché mio padre lo ammirava tanto e lo seguiva sempre quando appariva in TV. Quell'anno per il mio compleanno chiesi in regalo l'album di Luca Carboni che si intitolava Carboni. Nelle radio italiane impazzava il singolo Ci vuole un fisico bestiale, e come tutti gli adolescenti dell'epoca ero totalmente preso da questo tormentone. Ma all'interno del disco un'altra canzone aveva catturato subito la mia attenzione, Alzando gli occhi al cielo. Il testo dice: "Come fanno i capi della mafia a non pentirsi / come fanno certi potenti a non convertirsi / loro lo sanno quanto male fanno / loro lo sanno quanto è solo un uomo / e sanno bene quanta paura c'è dentro ad ogni cuore / e sanno bene come ci si arrende / come si arrende e come ci si stanca di sognare di cambiare il mondo / ma se per caso alzan gli occhi al cielo con un cielo come questo /come fanno a non cagarsi sotto a non sentire freddo".
L'album del cantautore bolognese uscì ben quattro mesi prima della morte di Falcone. La sua canzone aveva ampiamente anticipato un dramma devastante per l'intera nazione. Forse anche per questo le parole cantate da Carboni mi rimasero così impresse nella memoria. Come si può togliere la vita a un nostro simile e poi ritornare alla propria esistenza senza ripensamenti o rimorsi di coscienza? Quanto vale la vita di un essere umano se si può vivere con un peso così grande? E questi assassini sono mai tormentati dal rimorso, dalle immagini e dalle vite spente con così tanta facilità, oppure si sono assuefatti a tutto, anche all'odore e al colore del sangue umano?
Edgar Allan Poe scriveva: "A volte, ahimè, la coscienza degli uomini si carica di un fardello tanto orribile che riusciamo a liberarcene solo nella tomba. Così l’essenza del crimine rimane avvolta nel mistero."
Mi preme sottolineare che quando discutiamo di Giovanni Falcone non possiamo non parlare di Paolo Borsellino. I loro nomi non si dovrebbero scrivere separati ma attaccati. Infatti ritengo appropriata la scelta del conduttore Fabio Fazio di chiamare "FalconeeBorsellino" il programma TV che andrà in onda su Raiuno per ricordare le stragi di Capaci e via D'Amelio. Insieme i due magistrati hanno combattuto per sconfiggere la mafia, e a venticinque anni dalla loro morte non possiamo celebrarli separatamente. Erano amici, colleghi ma soprattutto due uomini perbene. Questi due eroi civili, questi martiri della libertà non meritano un fugace e solenne ricordo annuale bensì un costante quanto reale riconoscimento quotidiano. I più piccoli invece di ammirare i supereroi dei fumetti dovrebbero appassionarsi alla vita di Giovanni e di Paolo, ai loro ideali e ai loro sacrifici. Le grandi azioni non sono mai prive di sofferenza e rinunce personali. Solo così riusciranno a capire che per compiere un vero atto eroico non occorre volare o possedere poteri straordinari, ma credere fermamente nel coraggio racchiuso nelle persone cosiddette normali. Umani che non sono figli di un Dio come Thor o frutto di un esperimento andato a male come Hulk, ma individui che hanno deciso di lottare per sconfiggere il male. Può sembrare un'ovvietà, e forse lo è, ma i più giovani devono imparare che nella normalità di un essere umano è racchiusa la straordinaria possibilità di cambiare veramente il mondo. Il mondo non ha bisogno di supereroi ma di persone oneste.
L'esempio di Giovanni e di Paolo non è stato vano. Loro mi hanno ispirato come un faro nella notte. Ricordo che dopo la morte di Falcone mi fu regalato il suo libro Cose di cosa nostra scritto con Marcelle Padovani e pubblicato nel 1991. Leggendolo mi colpì molto questa frase: "Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno.
Caro Giovanni, Caro Paolo, con il vostro sangue innocente avete riscattato la dignità di una terra e di un popolo. Il mio popolo, il vostro popolo. Dirvi oggi grazie è ben poca cosa, ma ogni qual volta mi arrabbio con una terra matrigna come la Sicilia ripenso subito a Voi e torno a riappacificarmi con le mie origini. Perché nonostante tutto l'amore e odio che proviamo verso di lei "questa terra come la Ionia di Eraclito e Anassagora è magica, e richiama sempre coloro che gli appartengono, come se esercitasse un diritto. La legge dell'appartenenza" (Manlio Sgalambro).


Cristian Porcino

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giovedì 11 maggio 2017

L'elzeviro del filosofo impertinente


Qualcuno mi ha chiesto via mail di scrivere una riflessione sull'infelicità. Caro lettore, cara lettrice eccoti una mia breve considerazione sull'argomento.
Ognuno di noi viene al mondo senza il proprio consenso. Nasciamo e poi ci emancipiamo grazie agli insegnamenti ricevuti e alle nozioni apprese. Nessuno però ci dice che tutti noi abbiamo un progetto di vita da seguire. James Hillman, grande psicologo e filosofo, lo sapeva bene. Aveva letto Platone e ne aveva condiviso la concezione dell'anima e il valore del mito. La nostra infelicità scaturisce dal non seguire i nostri progetti. Rinunciando al compiersi del nostro destino mettiamo a repentaglio la nostra felicità. Il daimon interiore, lo spirito guida che ci accompagna durante la nostra esistenza, può solo suggerire ed inviarci dei segnali. Spetta però a noi prendere le decisioni finali e realizzarle. Ovviamente tutte le volte che rinunciamo a qualcosa per non scontentare le aspettative degli altri diventiamo la causa principale della nostra infelicità. Parafrasando Kurt Vonnegut noi veniamo al mondo con una Virtù originale, altro che peccato! Questa virtù è già in noi e dobbiamo solo prendercene cura, proprio come una ghianda in attesa del suo naturale sviluppo. Troppe sovrastrutture imposte dalla società, e i desideri che gli altri proiettano su di noi alimentano la nostra frustrazione. Crescendo bisogna capire ciò che si vuole e scindere i nostri desideri dalle aspettative dei nostri genitori. Una canzone scritta dal filosofo Manlio Sgalambro e Franco Battiato per Fiorella Mannoia dice: "Imparo dalle rose /Il movimento del dare/ Dagli insetti come difendersi e percepire / Dagli uccelli come si possa estrarre succo dalle foglie / Così parlo a te/ Che non so chi sei". I fiori esistono in modo spontaneo e in sinergia con il creato. Noi ci siamo barricati in strutture tanto fisiche quanto mentali che ci isolano dal Tutto che ci sta attorno. Siamo al contempo parte della natura eppure ci impegniamo a non frequentarla e a rifuggirla. Il filosofo americano Henry David Thoreau scappò dalla cosiddetta civiltà per vivere a contatto diretto con la natura. Immerso nei boschi si dedicava alla riflessione e alla scrittura. Grazie a questa esperienza nel 1854 pubblicò Walden, ovvero la vita nei boschi. Il senso della sua opera era proprio quello di invitare il lettore a ritrovare le proprie radici in quanto essere naturale.
Ricordo ad esempio di aver dormito disteso sul prato di Central Park (NY) e di essermi sentito, al mio risveglio, quasi rigenerato. Paradossalmente tutte le mie negatività e infelicità erano state assorbite dalla terra per restituirmi una sensazione di tranquillità e benessere. Anche gli insetti hanno molto da insegnarci con il loro modo di vivere e di agire. Abbiamo anestetizzato la nostra sana animalità per abbracciare ideali e credi che ci hanno reso più disumani e più insensibili. La canzone continua dicendo:
"L'allegria ci passa accanto / Tra assordanti rumori /Abbiamo perso tempo e lacrime
E nella vita a sorridere e sopportare / Nelle chiese a non pregare / Nelle scuole a non comprendere / E ad ascoltare altre visioni del mondo
".
Sordi ai richiami del mondo naturale non siamo in grado di capire quando la felicità transita vicino alle nostre vite. Ci disperiamo per inezie e ci disinteressiamo dei problemi che riguardano l'umanità. Il mondo ci parla costantemente ma dobbiamo essere in grado di ascoltarlo. Non è nelle preghiere imparate a memoria che troveremo pace, né tanto meno ci salveremo ricordando alcune nozioni apprese sui banchi di scuola. Dobbiamo accostarci umilmente alle varie visioni di questo mondo e scorgere il nostro progetto di vita. Dentro questo caos dobbiamo percepire la nostra essenza di luce, la nostra unicità. Ovviamente non sarà facile, ma nulla in questa vita può dirsi semplice. Hillman è stato il padre della psicologia archetipica e definiva se stesso come 'figlio dell'anima'. L'anima ci parla continuamente e si serve di immagini da decriptare. Pertanto quando ci sentiamo vuoti e senza significato ricordiamo che il nostro daimon ci invita costantemente a riappropriarci del contenuto originario. Forse la soluzione è a portata di mano.
"Non essere consapevoli vuol dire non esistere" (Marshall McLuhan).

Cristian Porcino

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venerdì 5 maggio 2017

L'elzeviro del filosofo impertinente


Dopo le scuse di J. K. Rowling per aver fatto morire Piton nella saga di Harry Potter il mondo della letteratura è in subbuglio. Don Abbondio scrive incazzato ad Alessandro Manzoni per averlo descritto come un vigliacco e un pusillanime. Cyrano de Bergerac cita in tribunale Edmond Rostand con la seguente motivazione: "Invece di farmi un naso enorme non potevi crearmi con un pene gigante? Lo sai il danno d'immagine che mi hai provocato?". Geppetto, invece, dichiara alla stampa: "Io creo da un ciocco di legno un burattino vivente e Collodi si prende i diritti d'autore? Ne parlerò presto da Barbara d'Urso in TV!". Mi avvisano che fioccano lamentele un po' da tutte le parti. Biancaneve è furibonda con Walt Disney per averla costretta a baciare un principe con l'alitosi, e con i fratelli Grimm per non averla resa libera dalla disgrazia di dover prendere marito. In verità tutte le principesse delle fiabe reclamano piena indipendenza dall'universo maschile. Frodo Baggins ha disertato l'ennesimo riconoscimento perché in lite con Tolkien. La sua risposta ad una giornalista della Terra di Buck è stata: "Ma ha idea di cosa vuol dire rischiare la propria pelle per un fottuto anello? Ma andate tutti a quel paese! E per tutti intendo elfi, nani, umani e l'Oscuro Sire chiuso nella reggia tetra". Si prevedono querele a gogò da parte dei protagonisti di tutte le storie del mondo. Questa società va proprio a rotoli. Chi lo avrebbe mai detto che i personaggi dei capolavori letterari si sarebbero ribellati contro i loro creatori? In tal senso volevo chiedere un'opinione su Melville a Bartleby lo scrivano ma, come al solito, mi ha risposto: "Preferirei di no!". In attesa di sapere come andrà finire rileggo con attenzione le bozze del mio prossimo romanzo per non incappare in una denuncia da parte dei miei figli formati da fogli.
E vissero tutti infelici e scontenti.


Cristian Porcino

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martedì 2 maggio 2017

L'elzeviro del filosofo impertinente


In Italia esistono poche certezze in campo musicale, e una di queste è proprio Mario Venuti. I suoi dischi non deludono mai le aspettative. L'ex fondatore dei Denovo non ama ripetersi perché sa evolversi con una tale facilità da far invidia a colleghi con più anni di carriera, ma evidentemente non con lo stesso talento.
In Motore di vita (Etichetta: Microclima/ Puntoeacapo) Venuti esalta l'energia vitale racchiusa nel corpo umano. Un'ode a quel corpo elettrico di cui parlava il grande Walt Whitman. Il movimento, le pulsioni di vita e la voglia di amare scandiscono le canzoni di questo disco. In diverse tracce il cantautore catanese racconta della potenza della musica in grado di sottolineare ogni momento della nostra vita. Lo scrittore inglese Nick Hornby sostiene che: "La musica ha un grande potere: ti riporta indietro nel momento stesso in cui ti porta avanti, così che provi, contemporaneamente, nostalgia e speranza".
Nel singolo di lancio, Caduto dalle stelle, il musicista siciliano parla del potere terapeutico della musica e di un amore in grado di illuminare la sua esistenza. Noi siamo un corpo e ci muoviamo in uno spazio vitale che ci porta ad interagire con i nostri simili. Ballando ci liberiamo da inutili sovrastrutture e avvertiamo la nostra voglia di libertà. Come recita un detto indiano "Guardare noi ballare è ascoltare i nostri cuori parlare".
Lasciati amare è una canzone che entra di diritto nella storia della musica. Inutile dire che colpisce immediatamente l'anima di chi l'ascolta. Davvero fortunata la persona a cui è dedicata questa splendida dichiarazione d'amore. Due individui che si amano danno vita ad una `dolce sinfonia´, ed è proprio questa partitura musicale a scandire i momenti vissuti insieme. Meravigliosi i versi in cui dice: "Lasciati amare come solo l'arte sa fare". Motore di vita è un disco dalle sonorità internazionali e dagli arrangiamenti freschi e coinvolgenti. La poesia di Venuti prosegue con la bellissima Se avessi altro amore in cui descrive un rapporto alle prese con le insicurezze e i fraintendimenti tipici di una relazione di coppia. In Non è peccato - originariamente scritta per Syria e da lei incisa nel 2005 - Venuti sfata i luoghi comuni legati ad antiche tradizioni e pregiudizi. In Fuori mondo shop analizza l'assuefazione del desiderio umano ai diktat del mercato e ai voleri della pubblicità. Dodici tracce che spingono l'ascoltatore ad alzare davvero il volume e a danzare con la consapevolezza di celebrare la Vita.
In definitiva un disco libero come l'estro creativo di Mario Venuti.

Cristian Porcino

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sabato 29 aprile 2017

L'elzeviro del filosofo impertinente


In Italia le cose non vanno e lo sperimentiamo quotidianamente.
Siamo come una nave che sta per affondare e non sappiamo più come fare per non imbarcare altra acqua e non accelerare il nostro inabissamento. Prima di rassegnarci al peggio vi suggerisco di contattare gli agenti dell'FBI Fox Mulder e Dana Scully. Chiamateli e sottoponete al loro raziocinio gli eventi nostrani classificabili come X-Files. Interpellate anche gli agenti Lilly Rush e Scotti Valens di Philadelphia e affidategli i nostri casi irrisolti. Soltanto il personale di 'Cold Case' potrà risolvere i casi più spinosi, anche a distanza di mezzo secolo. Per non sbagliare io inviterei anche Anthony Dinozzo e Gibbs di NCIS. Più sono gli esperti coinvolti e prima risolveremo i nostri drammi nazionali. Per quanto riguarda i problemi in Vaticano affiderei le indagini a Sorella Lotte Albers e a Padre Brown. Con il loro acume e la loro solida fede riusciranno ad appoggiare le politiche di cambiamento di Papa Francesco. Ho sempre avuto un debole per fratello Cadfael, monaco medievale scrupoloso ma giusto. Quasi quasi invio un dispaccio all'abbazia di Shrewsbury per coinvolgerlo nelle indagini. Ovviamente non disdegno l'intuito formidabile della scrittrice Jessica Fletcher. Per quanto mi riguarda contatterei anche i fratelli Sam e Dean Winchester. Loro due si intendono di Supernaturale, e in Italia tutto quello che la giustizia non spiega diventa un fenomeno sovrumano. Rimanendo in ambito legale perché non avvalersi della professionalità di Perry Mason o di Alicia Florrick? Oppure perché non Max Greveey? Io chiedo la verità Vostro Onore, nient'altro che la verità. Lo giuro su Francisca Montenegro!
Per la sanità, invece, inviterei la dottoressa Sydney Hansen direttamente da Providence e il Dr. Andy Brown di Everwood. Affiancherei a loro anche l'equipe di E.R e di Grey's Anatomy. Dopotutto l'ispettore Monk con la sua proverbiale ipocondria potrebbe dare una mano al cinico Dr. House. Servirebbe senz'altro la sfrontatezza di Shawn Spencer e la consulenza speciale di Patrick Jane. E le arti marziali di Walker Texas Ranger?
Con un team così sono pronto a scommettere che tutto procederà per il verso giusto. Nel frattempo mi posiziono in poltrona e assisto ipnotizzato ad una nuova puntata di 'Criminal minds'. Magari tra una pausa e l'altra mi verrà in mente qualche altro salvatore o salvatrice della patria da contattare. Tanto la verità è una scienza catodica, e dunque a cosa servono le prove processuali se non vengono poi confermate dai nostri beniamini televisivi? Prima di incontrare nuovamente Dio per strada come 'Joan of Arcadia' mi gusto una manciata di popcorn.
"Tutti noi abbiamo bisogno di credere in qualcosa: io credo che tra un attimo mi farò una birra" (Homer Simpson).

Cristian Porcino


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sabato 22 aprile 2017

L'elzeviro del filosofo impertinente


Io sono stato un obiettore di coscienza e lo sono ancora. Quando in Italia il servizio di leva era obbligatorio scelsi subito di avvalermi del servizio civile. Ho sempre ripudiato l'uso delle armi e non volevo sottrarmi a prestare un servizio utile per il mio Paese. Detto ciò non capisco quei medici che si dichiarano obiettori pur lavorando negli ospedali pubblici. Lo trovo inconcepibile. Se il tuo credo o i tuoi ideali non ti permettono determinati atti non vai a lavorare in una struttura pubblica dove transitano quotidianamente milioni di persone con diverse problematiche di salute. Non puoi farlo se poi le tue convinzioni ostacolano la cura effettiva del paziente o il rispetto delle credenze altrui. Io da obiettore di coscienza non vado mica a lavorare in un'armeria né tanto meno ho mai desiderato arruolarmi in un corpo armato! Bisogna essere sempre coerenti con se stessi e con gli altri. Se sei medico e sei contrario all'aborto non presti il tuo lavoro al pronto soccorso, ma ti fai spostare dove il tuo credo non sarà un problema né per te né per il credo di qualcun altro. Il rispetto deve essere reciproco ma non si può filosofeggiare con la vita o la morte dei propri pazienti. Esistono tante strutture religiose dove poter fare il medico nel pieno rispetto delle proprie convinzioni, e con l'appoggio morale di pazienti e personale lavorativo della struttura. Consentire ai medici di appellarsi all'obiezione di coscienza è una vera imprudenza. Le leggi di uno Stato laico devono essere rispettate, e non conta se come singoli individui siamo favorevoli all'interruzione di gravidanza o contrari, o se non accettiamo la legge sul fine vita oppure se crediamo in Gesù, Ganesh o a nessuna divinità. A mio parere l'obiezione di coscienza deve essere disciplinata da una legge che limita i danni ai pazienti. Davanti al malato non si dovrebbe mai anteporre la propria convinzione personale. Ribadisco che la professione medica è un lavoro molto importante perché ai medici affidiamo la nostra vita e la nostra speranza di guarigione. Come scriveva Oliver Sacks: "La storia individuale del malato e l'intera vita del malato non devono mai passare in secondo ordine". L'obiezione di coscienza possiamo esercitarla quando ci riguarda in prima persona, e non invece imponendola ai nostri simili. Tutto ciò che è frutto di sopraffazione non è mai coscienzioso. L'obiezione di coscienza è un diritto del medico ma non di certo della struttura ospedaliera in cui esercita. Se io ripudio le armi non impedisco certamente ad altri di utilizzarle per difenderci come avviene ad esempio con la polizia, i carabinieri, ecc. Non dimentichiamo che l'obiezione di coscienza di alcuni medici talvolta uccide. Le nostre convinzioni devono essere rispettate ma non imposte altrimenti ogni persona, in virtù dello stesso principio, potrà appellarsi alla propria coscienza per non fare più determinate pratiche lavorative e cadremo nell'anarchia più assoluta. Patch Adams ha affermato che: "Divenni un esploratore dei continenti dell'esperienza e del divertimento facendo ricerca nel laboratorio dell'umanità". I medici devono frequentare di più questi laboratori di umanità per imparare anche dal sofferente. Più contagi di umanità e meno imposizioni fra dottori e pazienti. In questo scambio libero e fecondo di umanità ogni singolo soggetto troverà beneficio per la propria coscienza.

Cristian Porcino

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domenica 16 aprile 2017

L'elzeviro del filosofo impertinente


Nel silenzio assordante dei media si consuma un nuovo olocausto. Quest'omocausto viene snobbato dai tg nostrani che ovviamente preferiscono occuparsi degli agnellini adottati, la vendita del Milan ai cinesi, le sfuriate di Morgan e l'isola dei famosi. Durante le celebrazioni pasquali nessuno si è focalizzato sulla tragedia che si compie da diverso tempo nei campi di concentramento ceceni. Le uniche voci fuori dal coro sono state quelle di Amnesty International e di alcune associazioni Lgbt. Questa indifferenza generale mi ripugna profondamente. Ormai abbiamo classificato l'umanità in diverse categorie. Ci sono quelli che vanno salvati a tutti i costi mentre altri possono anche morire, tanto chi se ne frega. È l'evoluzione, bellezza! L'alibi perfetto è far sempre finta di non sapere. L'umanità di questo secolo è diventata medaglia d'oro in questa disciplina olimpionica. Eppure oggi lo sappiamo quello che accade ad Argun ma nessuno di noi si batte per la libertà dei nostri simili. Non riusciamo più ad indignarci perché le emozioni vengono gestite dai mass media e non dalla nostra naturale empatia. C'è un televoto emotivo che ci spinge inconsciamente, e a seconda dei casi, ad accendere e spegnere la nostra sensibilità. Mai un'emozione spontanea! Se le persone vengono seviziate, uccise o torturate perché omosessuali meglio voltarsi dall'altra parte. In una canzone di qualche anno fa Renato Zero diceva: "Nella guerra dei numeri, che speranze hanno i deboli". Ecco, per un mondo che si indigna ad intermittenza un centinaio di persone rapite e torturate sono nulla (sic!). Di queste cento persone, in base al resoconto fornito dalla giornalista Elena Milashina, 50 sono già morte. Scarsi i commenti delle istituzioni italiane. Alcuni esponenti del PD e dei radicali si sono fatti sentire ma altre forze politiche preferiscono il silenzio più assoluto. In fondo la loro omofobia così radicata non disapprova tali crimini contro l'umanità. Ho apprezzato il messaggio pubblico dell'ex premier Matteo Renzi che ha scritto: "Le notizie che arrivano dalla Cecenia lasciano senza parole. Pensare che nel 2017 esistano dei campi di concentramento per uomini "dall'orientamento sessuale non tradizionale o sospetto" fa davvero rabbrividire. Non è un pesce d'aprile ma una drammatica realtà che ci colpisce profondamente.
La dignità e la libertà degli uomini, a prescindere dal proprio orientamento sessuale, non possono essere lese così per nessun motivo e in nessuna parte del mondo.
I campi di concentramento per gay ci riportano al nazismo: tutti dobbiamo far sentire la nostra protesta, il nostro sdegno
".
Non mi meravigliano le sue parole perché al di là degli steccati ideologici, e dalle simpatie (o antipatie) personali, Matteo Renzi è stato l'unico presidente del Consiglio a prodigarsi in Italia per l'approvazione di una legge sulle unioni civili.
Per il resto non ho sentito nessun altro parlare del dramma ceceno. Nemmeno i soliti porporati che mettono il becco in ogni faccenda umana. Tutti zitti e attenti a pregare l'immagine sacra che ricorda costantemente che tutti sono uguali e meritevoli di amore e rispetto. Evidentemente tutti tranne i gay. Una conclusione che sancisce l'involuzione della specie umana, altro che evoluzione mio caro Charles! Non ho sentito una sola parola sui perseguitati per orientamento sessuale. Nessuno si è prodigato per dar voce ad umani che subiscono il martirio sui loro corpi e il loro spirito. Ma a cosa serve la festa di Pasqua se poi il nostro cuore rimane impietrito e indifferente alle sofferenze di altri esseri umani? Non basta confessarsi, andare in Chiesa e fare una donazione per alleggerire la coscienza. Non basta essere gentili con le persone che conosciamo se poi non riteniamo giusto protestare per una palese violazione dei diritti basilari di ogni persona. I perseguitati e gli oppressi sono tutti, e sottolineo tutti, da tutelare e difendere senza distinzioni. Non si creano classifiche di merito sulla pelle dei sofferenti. Chi soffre merita rispetto, conforto e aiuto. Punto.
"La dichiarazione universale dei diritti dell’uomo si applica ai popoli di ogni paese, quale che sia il loro retaggio culturale, perché tutti gli esseri umani hanno una comune aspirazione alla libertà, all’uguaglianza e alla dignità. La democrazia e il rispetto dei diritti umani fondamentali sono importanti per gli africani e per gli asiatici come per gli europei e gli americani" (Dalai Lama). E la Cecenia non fa eccezione. Auspico dunque indagini ufficiali e immediate da chi per legge tutela i diritti umani. Basta con l'omertà, l'indifferenza e l'opportunismo politico. È giunta l'ora di aprirsi alla Verità.

Cristian Porcino

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lunedì 10 aprile 2017

L'elzeviro del filosofo impertinente


Ricordo che un tempo ero affascinato dalla simbologia pasquale, e non mi perdevo nessuna celebrazione religiosa o una pomposa manifestazione pubblica di tipica devozione popolare. Forse perché sono nato il lunedì di Pasqua, oppure perché da ragazzo il mio rapporto con la fede cattolica poteva definirsi davvero intenso. Per anni ho fatto il ministrante e sono stato scelto più volte dai sacerdoti per il rito della lavanda dei piedi del giovedì santo. Ciononostante anche se oggi non sono più credente trovo sempre coinvolgente la celebrazione della morte e resurrezione di Gesù. La Pasqua non è una festa di origine cristiana ma risale all'Antico Testamento. Gli ebrei la celebrano ancora oggi (Pesach) e ricordano la liberazione del popolo eletto dalla schiavitù d'Egitto. In lingua ebraica Pesach significa passaggio. In entrambe le tradizioni si affronta il tema della rinascita e della transizione da una condizione all'altra. Dalla schiavitù alla libertà (Pasqua ebraica), e dalla morte alla resurrezione (Pasqua cristiana). Tranquillizzatevi, non ho alcuna intenzione di propinarVi una mini lezione di catechismo bensì mi preme sottolineare la visione filosofica che si cela dietro la festa di Pasqua. Jiddu Krishnamurti sosteneva che per poter vivere dobbiamo morire e rinascere quotidianamente. Lui si riferiva alla morte dell'io, alla rinuncia dell'ambizione ed egoismo. Morire alle piccole cose per poi approdare ad una nuova nascita e aprirsi alla Conoscenza. Se non ci accostiamo al mondo con lo stupore della prima volta non comprenderemo mai il significato della nostra esistenza. Se le vecchie conoscenze muoiono costantemente in noi ci ritroveremo ogni giorno desiderosi di apprendere nuove realtà. Accumulare ricordi, talvolta astiosi e negativi, significa solamente collezionare ciarpame. Tutto quello che non è in grado di spingerci al cambiamento e all'amore universale non è di nessuna utilità. Anche nei PC, smartphone e iPad di tanto in tanto facciamo un po' di pulizie di file cosiddetti inutili. Non bisogna dimenticare che alla base della filosofia c'è lo stupore per ciò che non conosciamo. Per stupirci dobbiamo essere sempre aperti alle novità, alle diverse prospettive di vita. Non dobbiamo sentirci ancorati ad antiche tradizioni che eternano messaggi validi solo per la società che li formulò secoli fa. Occorrono, invece, occhi nuovi ma soprattutto menti vergini per vedere il lato nascosto della nostra realtà esistenziale. Gesù ha sconfitto i pregiudizi e le falsità che si annidano nel cuore dell'uomo. Egli è morto sulla croce ma è risorto dopo aver piegato la morte. Non importa se crediamo o meno alla verità di fede tramandata dai vangeli, ma conta invece se riusciamo ad annientare in noi la stupidità, la violenza, l'ignoranza per poi rifiorire e dotarci di un pensiero nuovo. Essere, in altre parole, persone nuove. Come scrive Enzo Bianchi: "L’uomo nuovo è un orfano felice. L’eredità non ha per lui alcun interesse sostanziale. Illusioni, favole, saperi inutili, di cui liberarsi in ogni modo". Il mio consiglio per celebrare anche laicamente le imminenti festività pasquali è proprio quello di rinunciare alle ostilità e ai facili moralismi. Riflettiamo sui giudizi insensati che elargiamo con così tanta superficialità, e impariamo che le parole uccidono più delle armi. Certe frasi dette in un momento di rabbia si fissano nella memoria di chi ci sta davanti. Le parole scagliate come pietre non solo restano impresse nella memoria per lungo tempo, ma incidono sulla nostra psiche in modo quasi indelebile. Dunque cogliamo tale occasione per sopprimere la nostra individualità, e abbracciamo idealmente la nostra parentela universale. Celebriamo il passaggio o meglio la fuga dalle gabbie del pregiudizio per approdare ad una vita caratterizzata da empatia e Conoscenza. E ricordiamoci sempre che: "La più alta forma di intelligenza umana è la capacità di osservare senza giudicare" (J. Krishnamurti).

Cristian Porcino

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lunedì 27 marzo 2017

L'elzeviro del filosofo impertinente


Ed Sheeran torna a distanza di tre anni con un nuovo album ÷ (Divide). È evidente che il rosso di Halifax, classe 1991, ha una passione segreta per le operazioni aritmetiche. Il primo album si intitolava + (2011), il secondo x (2014) e il terzo ÷ (2017). Il cantautore britannico dopo essersi preso una pausa dagli studi di registrazione ha viaggiato in lungo e il largo, ed ha trovato l'amore e la voglia di comporre nuove canzoni. Divide è un disco ineccepibile che alterna a varie ballad pezzi che oscillano tra il folk, rock, blues e il rap d'autore. Un viaggio sonoro intorno alle tradizioni musicali di tutto il mondo. Per comporre il nuovo album ha deciso di fare un viaggio introspettivo alla ricerca delle proprie origini. I suoi ricordi d'infanzia e adolescenza si fanno strada in Castle on the hill, Shape of you è già un classico mentre Supermarket flowers è dedicata alla nonna scomparsa mentre incideva il disco. Il riff di chitarra di Eraser, il pezzo iniziale, è una vera gioia per le orecchie.
L'album è una dichiarazione d'amore alla fidanzata Cherry Seaborn, sua compagna di classe ai tempi del liceo e per cui aveva una cotta. Sheeran accantona la malinconia poetica di X per far posto ad un romanticismo fin troppo smielato come in Perfect. Sheeran ha 26 anni ed è l'uomo dei record se consideriamo oltre le copie vendute anche le visualizzazioni dei suoi video. Si sa, le delusioni d'amore per quanto dolorose sono una vera manna dal cielo per gli artisti. Non è un mistero che le opere migliori vengono sempre create in un momento emotivamente instabile. Solamente qualche anno fa l'artista inglese affogava i suoi problemi nella birra, mentre adesso canta l'amore e il desiderio di paternità. Mi congratulo con Sheeran per questo cambiamento positivo. Divide è riuscito a scalare le vette delle classifiche su iTunes e Spotify in pochissime ore. Questa voglia di ricominciare lo si percepisce in tutto il disco. In altre parole Divide è un disco scanzonato, riflessivo, equilibrato ed ebbro di gioia. Un buon ritorno ma soprattutto un disco destinato a non deludere le aspettative dei suoi ammiratori.

Cristian Porcino

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