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giovedì 8 giugno 2017

L'elzeviro del filosofo impertinente


Anni fa mi occupai della sessualità dei supereroi. Il libro che conteneva tale saggio non uscì mai in Italia ma fu pubblicato da un editore americano. In alcune librerie newyorkesi circola ancora qualche copia usata del suddetto volume. In quel breve saggio ragionavo in merito alla sessualità di Superman, Batman, Spiderman etc., evidenziandone le numerose contraddizioni. Proprio in questi giorni debutta al cinema il film dedicato alla prima supereroina degna di nota: Wonder Woman. Chi è nato negli anni'80 non può non ricordare il telefilm trasmesso da italia uno con una splendida Lynda Carter nei panni di Wonder Woman. Il film uscito il 1 giugno è già record di incassi al botteghino. La pellicola è diretta da una brava regista, Patty Jenkins (Monster) e la protagonista è interpretata dall'attrice israeliana Gal Gadot (ex soldatessa). Per quanto mi riguarda non andrò a vederlo ma tale interesse generale merita una piccola riflessione. È bene ricordare che Wonder Woman è una creazione di William Moulton Marston, psicologo e fumettista. Egli aveva conosciuto le vere eroine del femminismo come Emmeline Pankhurst e Margaret Sanger e decise di ispirarsi a loro per dare vita ad un personaggio in grado di rappresentare il girl power. Fu così che nel 1941 ideò Diana, una guerriera amazzone nata nell'isola di Themyscira. Tale eroina DC Comics per un determinato periodo di tempo ricoprì un ruolo non secondario, ma negli ultimi anni quasi nessuno si rammentava più di questa interessante figura mitologica. Eppure proprio l'anno scorso l'Onu aveva scelto Wonder Woman per rappresentare i diritti delle donne. Questa scelta di nominarla ambasciatrice provocò disordini e proteste e si raccolsero più di 40 mila firme per bocciare tale idea. Una delle tante motivazioni fu proprio quella legata alla rappresentazione stereotipata della figura femminile. Non possiamo negare che le intenzioni dell'autore erano ben diverse, ma è evidente che Marston ha attribuito alla sua eroina caratteri ben precisi. La Nostra protagonista fu ritratta in abiti succinti, in linea con lo stile delle pin up degli anni' 40. A questo vorrei però obiettare che nei supereroi il fattore sessuale è da sempre presente. Guardate la tuta di Batman degli ultimi film e noterete la meticolosa attenzione con cui si mettono in mostra sia i pettorali dell'eroe sia i gioielli di famiglia di Bruce Wayne. E Superman e Captain America? Identico discorso. Per non parlare degli attori, dei veri sex symbol, chiamati ad interpretare tali personaggi. Dunque il sessismo non riguarda solo Wonder Woman alias Diana Prince, ma anche i suoi colleghi maschi. Le loro figure sono tipicamente caratterizzate e su questo non si discute. Il sesso dei supereroi affascina e mobilita l'attenzione del grande pubblico. L'industria del porno ha attinto a piene mani dai supereroi per realizzare parodie hard con attori in costume. In verità il modo di fare l'amore dei supereroi affascina e allo stesso tempo disorienta il pubblico. Esistono anche soggetti che prediligono fare sesso con il/la proprio/a partner mascherati da supereroi. Nonostante questo rimane ancora un mistero la ginnica sessuale di Clark Kent-Superman ma poco importa. I supereroi si prendono cosi come sono stati creati. Senza ma e senza se. Dopotutto chi vorrebbe mai avere una relazione con un supereroe o una supereroina? Sai che gioia dividerli con il mondo intero! Meglio una noiosissima e stabile relazione fra esseri ordinari ma reali. Non trovate? Se non mi credete ascoltate la bellissima canzone dei Coldplay e The Chainsmokers Something just like this e capirete il senso di ciò che dico.

Cristian Porcino

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giovedì 1 giugno 2017

L'elzeviro del filosofo impertinente


Iniziamo con una semplice domanda: perché i preti vanno spesso in TV a parlare di sesso?
In ogni programma dedicato all'amore o alla morale sessuale indovinate un po' chi c'è sempre a farfugliare qualcosa? Naturalmente un chierico di santa madre Chiesa! Non solo ciarlano in TV, ma scrivono perfino libri su come vivere una sana e santa sessualità. Ma vi rendete conto? Per statuto sono uomini celibi che fanno voto di castità e poi diventano, tutto ad un tratto, esperti di sessualità!? A me i conti non tornano, non so a voi. Non dimentichiamo che il giovane arcivescovo di Cracovia Karol Wojtyla scrisse nel 1960 un'opera filosofica dal titolo: Amore e responsabilità. Morale sessuale e vita interpersonale. La filosofa e amica di Wojtyla, Anna Teresa Tymieniecka disse: "Ciò che ha scritto (Wojtyla ndr) sull'amore e sul sesso dimostra la sua scarsa conoscenza del tema. Mi sembrava che fosse evidente che non sapeva di cosa stava parlando". Come può un sacerdote sapere quali dinamiche intercorrono tra due innamorati che vivono e sperimentano le gioie del sesso? E non dimentichiamo che la CEI di Ruini-Bagnasco e i papi non smettono mai di ricordarci l'importanza della famiglia e dei figli. Ma se sono così ossessionati dalla famiglia perché non ne hanno creata una tutta loro? Ufficialmente non sono padri carnali ma si fanno chiamare in tal modo per trattarci come figli ed esercitare la loro autorità. A me sembra paradossale questo atteggiamento. Qui non si tratta di essere credenti, agnostici, atei o anticlericali ma di seguire semplicemente la logica. Io non sono padre e d'ora in avanti mi dedicherò a scrivere testi, e a tenere convegni sulla paternità e la gestione dei figli. Sono sicuro che se lo facessi mi sentirei ridicolo e insignificante. Come posso parlare con cognizione di causa di un argomento che non padroneggio?! È arrivato il momento per il Vaticano di occuparsi di fede e non di morale sessuale. Papa Bergoglio è l'unico pontefice a non manifestare quell'ossessione tanto cara ai suoi predecessori per la vita sessuale dei suoi fedeli. Infatti, i più conservatori lo attaccano per questo motivo. Non gli perdonano il suo continuo concentrarsi sul Vangelo e non su argomenti che non spetta a un prete giudicare. Bergoglio ricorda incessantemente ai credenti cristiani che dichiararsi tali significa mettere davvero in pratica le parole di Gesù. Forse questi soggetti trovano imperdonabile un papa che si dedica a portare avanti l'insegnamento evangelico ed è per questo che tentano di scalfire la sua autorità senza alcun successo. Un motivo in più per stimare umanamente questo papa. Lui va avanti per la sua strada senza prestare attenzione a certi individui. Naturalmente io non lo vedo con gli occhi della fede che non ho, e dunque non lo percepisco come "il dolce Cristo in terra" (vedi Santa Caterina da Siena), ma solo come un uomo di pace (e non è mica poco!). Per caso vi siete dimenticati che con Joseph Ratzinger si finiva sempre a parlare di famiglia composta da uomo e donna, il valore dei figli e via discorrendo? Come si dice a Napoli "Dalle 'e dalle se scassano pure e' metalle". Io non dimentico che per la giornata della pace 2013 il papa emerito Benedetto XVI scrisse che le unioni gay erano un vero attentato alla pace! Due persone che si amano metterebbero a repentaglio la pace nel mondo?!!! Io rimango basito e non aggiungo nulla, ma vi consiglio vivamente di leggere le opinioni del teologo Hans Küng sul pontificato ratzingeriano. Nei vari talk show quando si parla di divorzi, anticoncezionali, unioni civili ci trovo sempre un prete, mentre se l'argomento trattato è la pedofilia, la corruzione nessuno, e sottolineo nessuno, si sogna di invitare un sacerdote in trasmissione. Ma se il loro abito li autorizza a parlare di sesso perché non di frode bancarie, ingerenza e tanti altri argomenti? Non si può essere tuttologi a convenienza. Io trovo molto più preoccupante dei chierici che blaterano di sessualità i fedeli che credono ciecamente alle loro parole. Non li sfiora mai il dubbio che quelle frasi non andrebbero prese per oro colato? Se parlano di fede sono delle vere autorità, ma quando parlano d'altro la loro opinione vale quanto la vostra. La loro competenza però non sempre è dimostrata se pensiamo al commento fuori luogo pronunciato da quel vescovo italiano all'indomani della strage di Manchester. Costui ha definito i bambini e gli adolescenti uccisi per mano dei terroristi in tal modo: "Figli miei, siete morti così, quasi senza ragioni come avevate vissuto. Pregherò per voi". Che orrore !!!!
Quando leggiamo certe invettive ricordiamoci che se la gente si allontana sempre più dalla religione è per persone così.
Ovviamente ognuno di noi è libero di scegliere autonomamente a chi e a cosa prestare attenzione. Io certamente non ho tempo da perdere con certi tuttologi dalla doppia morale che vivacchiano nei salotti televisivi.
"L'intelligenza non ha valletti, si serve da sé" (Aldo Busi).


Cristian Porcino

® Riproduzione riservata

domenica 4 marzo 2012

“Un’altra vita per Shlomo. Intervista all’autore”



Il nuovo libro di Cristian Porcino “Un’altra vita” racconta la vita di Shlomo, un giovane ebreo ortodosso che dovrà fare i conti con la mentalità chiusa e bigotta dei propri genitori e della comunità in cui risiede. Una lettura entusiasmante e coraggiosa che dichiara apertamente, e senza tanti giri di parole che l’amore non ha etichette. Porcino smaschera il voyerismo di facciata che sembra tanto arrovellare i perbenisti dell’ultima ora. Il tema dell’omossessualità è affrontato dall’autore con delicatezza e con spirito filosofico. La narrazione prosegue con tanti episodi suggestivi e densi di liricità in una cornice scenografica accattivante come quella di New York City. Per saperne di più su questo e su altri lavori da lui pubblicati, ho intervistato l’autore che ha gentilmente risposto ad alcune domande.

1) Il suo primo romanzo “Un’altra vita” affronta un tema molto importante come il legame fra religione e sessualità. Perché questa scelta?

«Dunque la scelta è stata dettata dalla spiegazione forse più ovvia. Determinate religioni, se non quasi tutte, hanno mortificato l’aspetto sessuale degli esseri umani. Le loro dottrine hanno sempre incoraggiato il rapporto sessuale solamente in vista della procreazione. Così quando si è dovuto affrontare l’omosessualità, come nel caso del protagonista del romanzo, l’atteggiamneto più comune è stato quello di emarginare ed espungere dal nucleo comunitario d’appartenenza chi, con il proprio comportamento, poteva minare le solide basi tramandate nei secoli da vecchie tradizioni religiose, e superstizioni infarcite da misticismo. La scelta pertanto era, a mio parere, più che doverosa».

2) Cosa l’ha spinta a scrivere una storia come quella di Shlomo?

«La storia di Shlomo nasce diversi anni fa. Purtroppo avevo sempre rimandato l’appuntamento a data da destinarsi, fino a quando non è giunto il momento giusto per fissarla su un foglio di carta. Viviamo, ahimè, in un contesto storico dove l’omofobia appare un fattore ben radicato e mascherato dalla parola “tolleranza”. Dietro questo concetto si può annidare un atto di razzismo ben congegnato. Persino i rappresentati religiosi utilizzano spesso simili parole. Dichiarando pubblicamente di essere tolleranti allo stesso tempo prendano le dovute distanze dal problema. In altre parole è come dire “ti rispetto ma non avvicinarti. Resta al tuo posto”. Questo è un vero controsenso».

3) Perché si è affidato ancora una volta all’autopubblicazione?

«Di editori onesti e coraggiosi in giro ne vedo pochi. Quando scoprono che non sei diposto ad acquistare le copie del libro o a partecipare economicante alle spese di stampa spariscono nel nulla. Francamente non capisco chi snobba così tanto l’autopubblicazione. A dire il vero è molto più nobile investire su se stessi editandosi le opere, piuttosto che partecipare e incrementare le floride finanze di certi tipografi che si spacciano per editori. Anche come critico letterario non stabilisco mai a priori quali libri recensire o no. Prima leggo e poi mi faccio un’idea. Negli ultimi cinque anni ho letto diversi libri autopubblicati davvero interessanti che sono arrivati all’attenzione di alcuni critici grazie alla costanza dei loro autori. Quindi è giunta l’ora di togliere i paraocchi e accantonare questi sterili pregiudizi».


4) Il romanzo è ambientato a New York. Come mai questa scelta?

«Trascorro diversi periodi dell’anno a New York ed è una città a me molto cara. E poi la storia di Shlomo si sposa bene con le immagini della grande mela. Inoltre in quelle occasioni ho avuto modo di osservare da vicino le comunità ebraiche ortodosse in cui ho ambientato la prima parte del libro ».

5) In “La solitudine non va mai in vacanza” (Photocity Edition) ha trattato tematiche piuttosto delicate come le morti sul posto di lavoro, la solitudine e l’ambizione di chi punta troppo in alto come ad esempio il cardinal Thomas Wolsey personaggio storico cinquecentesco della corte dei Tudor. Perché ha puntato su problematiche più ricercate anziché ripiegare nei soliti racconti d’amore?

«Si, in effetti, me lo chiedo anch’io. A parte la battuta, penso che scrivere solamente o principalmente d’amore sia una scelta oltre che scontata, poca fantasiosa. Di solito quando non si sa cosa scrivere si progetta una classica storia d’amore, piena di tradimenti e riavvicinamenti. La letteratura ci ha fornito negli anni validi esempi di opere che sapevano coniugare il sentimento con altro. “Il dolore del giovane Werther”, ad esempio, ci parla della passione che consuma il protagonista ma anche della sua propensione a nascondersi dietro le proprie sensazioni. Nel mio libro ho affrontato diverse problematiche come le morti bianche perché credo che questo sia più importante di una storia trita e ritrita che fa rima con amoruccio e tesoruccio. Per i Tudor invece ho una vera e propria predilezione. Leggo e mi documento da diversi anni sul quel periodo storico. Thomas Wolsey pur essendo una figura di prim’ordine all’interno della corta di Enrico VIII è stato quasi dimenticato dalla storiografia contemporanea. Con il passare del tempo Wolsey è diventato una comparsa di scarso valore».

6) In uno dei racconti de “La solitudine non va mai in vacanza” lei sembra richiamare la tragica scomparsa di Yara. Si è per caso ispirato alla tragedia della piccola di Brembate?

«Sono in tanti ad avermi fatto notare questa cosa. Il caso di Yara mi ha colpito molto e in qualche modo ho tratto ispirazione dalla sua triste vicenda. Però il mio racconto parla di una ragazzina americana Alice che si fida ciecamente di un adulto che con inganno tenta di ucciderla. Di storie come quella di Yara purtroppo ce ne sono tantissime nel mondo, e quasi sempre sono tutt’oggi dei delitti tragicamente irrisolti».


7) Nel saggio “Michael Jackson un uomo oltre lo specchio” giunto già alla seconda edizione, lei fa riferimento alla personalità del daimon interiore elaborata da James Hillman. Ci spieghi meglio?

«Nella sua opera più importante “Il codice dell’anima” Hillman postula l’esistenza all’interno dei nostri corpi di una sorta di daimon interiore che ci guida verso il nostro cammino e realizzazione personale. Nel caso dell’ artista la cosa si fa ancora più interessante. Data la personalità creativa che osserviamo e ammiriamo si fa sempre più presente la scissione fra la loro vera personalità e quella della voce interiore che sul palco si manifesta a 360 gradi. Ecco analizzando la figura complessa di Michael Jackson ho messo in luce determinati aspetti».


8) Proggetti per il futuro?

«Ne ho diversi, ma non le posso dire nulla. Tutto è ancora in fase di progettazione».

Veronica Di Stefano


© Riproduzione riservata

martedì 14 febbraio 2012

"Un'altra vita" di Cristian Porcino


Shlomo è un giovane ebreo ortodosso cacciato dalla sua comunità perché gay. Shlomo dovrà ricominciare a vivere lontano dalla sua famiglia e dalle sue tradizioni affrontando varie peripezie. Un romanzo che guida il lettore verso una riflessione ad ampio spettro su religione e sessualità.


Dati Tecnici del libro:
“Un’altra vita” di Cristian Porcino
Pag: 95
€ 14,00

In vendita su: www. lulu.com, www.amazon.com, www.amazon.co.uk, www.amazon.it