domenica 1 novembre 2026

Il Vesuvio nel cuore, il mare negli occhi: la mia visita alla tomba di Luciano De Crescenzo

 



Lo scorso agosto, in un sabato pomeriggio afoso di quelli in cui l’aria sembra quasi fermarsi, ci siamo ritrovati a Furore. Per chi legge i miei scritti o conosce il mio percorso, non è un mistero il profondo legame che mi unisce a Luciano De Crescenzo. Andare lì era un atto dovuto: un omaggio a un maestro, a un punto di riferimento che ha tracciato il mio primo sentiero verso la filosofia, portandomi a intraprendere anche professionalmente l'insegnamento di questa disciplina.

I ricordi, in certi luoghi, tornano a galla con una nitidezza quasi disarmante. Mi è tornato in mente quando, ancora ragazzo, presi carta e penna per scrivergli. Gli confidai un desiderio semplice e profondo: avrei voluto un nonno come lui con cui poter parlare di filosofia. Mio nonno, purtroppo, era segnato dalla malattia e quel dialogo non era possibile. Ho già raccontato questo episodio in un mio libro: non mi aspettavo nulla, eppure, dopo qualche tempo, arrivò un plico inaspettato.

Dentro c’era una sua lettera straordinaria, in cui mi diceva che la mia confessione lo aveva commosso al punto da volerla custodire nel portafoglio. Insieme alla lettera, una copia del suo libro Il Dubbio, con una dedica che porto ancora nel cuore: “A mio nipote Cristian, tuo nonno Luciano De Crescenzo”. In quel gesto c’era già tutta la sua lezione, quella che ho fatto mia: l’idea di una filosofia che non si arrocca nelle torri d’avorio, ma che si fa carne, ascolto, parola fruibile per tutti.

Scendendo tra i viali del piccolo cimitero di Furore, un luogo che custodisce la sepoltura affacciata su una vista mozzafiato della Costiera Amalfitana, l’impatto con la sua cappella è stato rivelatore. Proprio all’ingresso, ad accogliere chiunque arrivi, una scritta sintetizza una vita intera: "Il Vesuvio nel cuore e il mare negli occhi".

Così come è vissuto, così Luciano ha scelto di rimanere nel ricordo. Niente lapidi lugubri o austerità solenne: la sua tomba sembra a tutti gli effetti un piccolo salottino, un ambiente chiaro e intimo che invita alla sosta e alla conversazione. Al centro spiccano un tavolino rotondo con le sedie in ferro bianco, circondato da piante in vaso, piastrelle decorate e un presepe artigianale adagiato a parete, insieme ai suoi libri. Tutto rifiuta l'oscurità della morte per celebrare la vita, l'armonia e la conviviale bellezza dell'incontro.

All’interno della cappella, un cartello recita "No Photo". E così, nel rispetto di quel monito e della volontà della famiglia, scelgo di non mostrare alcuna immagine della tomba: la vera presenza di Luciano non si cattura con un obiettivo, ma con la memoria.

Questa sensazione di presenza viva ci ha accompagnati anche poco dopo. Usciti dal cimitero, ci siamo fermati per caso in un bar della zona, "Da Ruggero", per cercare un po' di ristoro. All'inizio l'accoglienza è stata segnata da un velo di comprensibile perplessità: si intuiva chiaramente che non eravamo del posto e la barista faticava a credere a un'intenzione così insolita, vedendo due ragazzi chiedere informazioni e indicazioni sul cimitero di Furore. Tuttavia, quel primo pensiero diffidente è svanito subito dopo il nostro racconto, sciogliendosi nel calore dell'ascolto. Posando poi lo sguardo sul bancone, ci siamo ritrovati davanti a un'immagine speciale: una foto in bianco e nero di De Crescenzo che lo ritrae sorridente, con una dedica autografa inconfondibile tracciata sul bordo: “Da Ruggero il caffè è tutta un’altra cosa. Luciano De Crescenzo”. Chiacchierando con chi lavorava lì, ci hanno raccontato di quanto lui amasse quel posto e di come si sentisse a casa tra quella gente. Tutto, in quel pomeriggio, sembrava riannodarsi intorno a lui e alla sua straordinaria umanità.

Visitare la tomba di chi è stato un mentore fondamentale assume un significato nuovo, specialmente in queste giornate dedicate alla commemorazione dei defunti. E lì, a custodire quello spazio, sul tavolino è posizionato il celebre tuffatore di Paestum, incorniciato dalla firma di Luciano De Crescenzo: quell'effige diventa il simbolo perfetto e il richiamo più alto a quel passaggio da una dimensione all'altra. È l'occasione per ricordare la sua lezione più grande: che finché c'è spazio per un ricordo, per un dubbio condiviso o per una tazzina di caffè in compagnia, la linea che separa chi non c'è più da chi resta continua a essere sottile e piena di luce.

© Cristian A. Porcino Ferrara