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martedì 28 ottobre 2025

A Pier Paolo, il mio cattivo maestro. Cinquant’anni dopo, le sue parole bruciano ancora

 


Caro Pier Paolo,
sono trascorsi cinquant’anni dal tuo barbaro assassinio. Ci sono voluti cinquant’anni e la tua morte violenta perché si riconoscesse la forza della tua denuncia sociale. La nomenclatura umana da te tracciata all'epoca fu osteggiata da ogni parte politica. Rifiutato e considerato un reietto — un paria molto amato all’estero, ma mal visto in patria.
Adesso ogni partito politico ti tira per la giacchetta per portarti dalla propria parte, e mi fa sorridere vederti citato da chi, un tempo, ti additava come il mostro da silenziare. Dopo cinquant’anni sei entrato nei programmi scolastici e sei diventato perfino traccia dell’esame di maturità.
Col senno di poi, si sono accorti che la tua opera era profetica, e che la tua visione — allora definita pessimista e nefasta — è diventata la nostra realtà.
Eppure,  ai tempi del liceo, venni umiliato e deriso da un docente che ti vedeva come un untore: tu, il diverso, colui che rischiava di compromettere la supposta normalità a cui ogni maschio doveva aspirare.
Ti scelsi con consapevolezza come “cattivo maestro” e ti portai a scuola.
Mi chiedo spesso cosa avresti pensato di un’epoca in cui il linguaggio è usato come arma e chi possiede il potere lo impiega per manipolare la verità. [...]
Oggi continuo a leggerti, a interrogarmi, a cercare nelle tue parole e nelle tue immagini quella libertà che ancora ci spaventa.

©️ Cristian A. Porcino Ferrara

lunedì 20 ottobre 2025

Quando la gente non capisce, fabbrica scaffali!


 

Pier Paolo Pasolini diceva: “Quando la gente non capisce, fabbrica scaffali.
E in effetti, aveva ragione.
Capire è un esercizio faticoso. Richiede ascolto, empatia, tempo — e soprattutto la disponibilità a mettere in discussione sé stessi.
Giudicare, invece, è un gesto istintivo, quasi consolatorio: non richiede alcuna fatica e, sui social, “rende” anche di più.
Viviamo in un’epoca in cui l’opinione è diventata moneta di scambio e il pensiero critico un lusso per pochi. Si reagisce, si etichetta, si scomunica: tutto in nome di un’inconsapevole ansia di appartenenza.
Vai a spiegare, allora, ai professionisti del nulla — i de-pensanti di mestiere — che il “Gender” e la “cultura Woke” non esistono come spauracchi ideologici, ma come caricature costruite per alimentare paura e clic.
Heidegger diceva: “Il nulla nulleggia.
E oggi quel nulla prende forma nel linguaggio dell’odio, somministrato quotidianamente sotto forma di pregiudizio, sarcasmo e violenza verbale.
Un nulla che parla tanto, ma non dice nulla.



E intanto, uccide la possibilità stessa di capire. Ben diceva Umberto Eco quando sosteneva: "Avere un nemico è cruciale per definire l'identità di un gruppo, misurare il proprio sistema di valori, dimostrare il proprio valore nell'affrontarlo e rafforzare la coesione sociale. Quando un nemico reale manca, viene costruito per soddisfare questa esigenza".
E così, mentre siamo impegnati a costruire il nemico, gli scaffali si riempiono, uccidendo la possibilità stessa di capire.

©️ Cristian A. Porcino Ferrara

venerdì 4 marzo 2022

Pasolini 100

Le mie lezioni per ricordare il centenario della nascita di un intellettuale scomodo ed immenso: Pier Paolo Pasolini 



lunedì 2 novembre 2020

45 anni senza Pasolini

“Amo ferocemente, disperatamente la vita. E credo che questa ferocia, questa disperazione mi porteranno alla fine. Amo il sole, l'erba, la gioventù. L'amore per la vita è divenuto per me un vizio più micidiale della cocaina. Io divoro la mia esistenza con un appetito insaziabile. Come finirà tutto ciò? Lo ignoro” Pier Paolo Pasolini. PPP venne barbaramente assassinato il 2 novembre 1975. Foto: © Cristian Porcino

martedì 24 dicembre 2019

“La passione a Natale” di Daniela Tuscano

"Tanti auguri ai fabbricanti di regali pagani! Tanti auguri ai carismatici industriali che producono strenne tutte uguali!
Tanti auguri a chi morirà di rabbia negli ingorghi del traffico e magari cristianamente insulterà o accoltellerà chi abbia osato sorpassarlo... Tanti auguri a chi crederà sul serio che l’orgasmo che l’agiterà – l’ansia di essere presente, di non mancare al rito, di non essere pari al suo dovere di consumatore – sia segno di festa e di gioia!…
Vengano tra noi, a cui non è rimasta
che la speranza di una lotta che dispera:
non c’è più luce di Natale, o di Pasqua.
Tu, sei la luce, ormai, dell’Italia vera
".
Pier Paolo - sempre si scrive - non amava il Natale. E lui stesso rivelava che in questo periodo dell'anno scappava, appena poteva, in "paesi maomettani", come diceva con vezzo desueto. (Eppure fascinosamente ambiguo, polveroso ma autentico. Il fascino del diverso nudo, sfrondato da ipocrisie lessicali.)
Spesso mi domando se, oggi, le sue invettive risuonerebbero ancora così. Se ancora fuggirebbe in quelle contrade, magari proprio nel suo Yemen, non più "maomettane", ma soltanto atroci - altro termine che adoperava spesso -, anch'esse ormai senz'ombra di fede, turbinate da guerre di potere, avidità e miseria. Che non è povertà. E non ha nulla di dignitoso.
E se vi si tuffasse, cosa troverebbe, di doloroso, nel dolore "maomettano"?
Troverebbe... i cristiani; sono loro, adesso, i più poveri fra i poveri.
Troverebbe il Cristo materano a Idlib, Maaloula, Baghdad, nelle luci scure d'una Natività silenziata dal terrorismo; a Gaza, perché pure certi palestinesi sono cristiani, e non possono entrare a Betlemme; e lo troverebbe, più in là, in volti bruni e orientali, di donne soprattutto. Lo troverebbe in Huma Younus, rapita a 14 anni, convertita a forza e costretta a sposare il suo sequestratore; in Leah Sharibu, da due anni schiava sessuale di Boko Haram per aver rifiutato di abiurare; lo troverebbe, comunque, a Damasco, proclamata, fra le bombe, Capitale mondiale del Natale. Che vuol risorgere, e non si arrenderà.
Troverebbe, insomma, radici divelte, perché il cristianesimo è nato lì, e lì pulsa e sanguina; non è opulenza, non colonizzazione, non Occidente.
E ne parlerebbe, e le sue invettive verso le luminarie delle nostre città si leverebbero più alte. Certo si scontrerebbe coi terzomondisti salottieri; con chi oggi strumentalizza quelle sue geremiadi accorate, non per richiamare al senso vero di queste feste, ma per cancellarle definitivamente; farebbe i nomi di Huma, di Leah e degli altri/e, che noi non osiamo menzionare, perché la persecuzione dei cristiani ci lascia indifferenti e fastidiati.
Lo accuserebbero di cripto-cattolicesimo, come del resto fecero anche in vita; di umanitarismo; di sentimentalismo; di passatismo.
Ma lui seguiterebbe a evocare quei nomi, pur angosciato da una divorante solitudine. Pier Paolo proseguiva malgrado lui.
E se fosse costretto a rimanere fra gli ingorghi del "traffico pagano"?
Vedrebbe lo stesso spettacolo di ieri, fulgente e miserando; solo più nevrile; vedrebbe presepi su cui si orina, altri trasformati in osceni simboli identitari. E l'Italia delle pale d'altare completamente cancellata.
Vedrebbe, del resto, presepi sepolti. Nella marea di disoccupati, sottopagati; di operaie anziane che muoiono sotto una pressa; di giovani precocemente appassiti, o alla sfinita ricerca di senso. Li vedrebbe nelle donne assassinate, violate, reificate da un consumismo ancor più aggressivo e patriarcale; li vedrebbe nella cancellazione della madre, simbolica e reale. Negli immigrati mai giunti sulle nostre coste, affogati prima. E li ritroverebbe, forse, in qualche settore di quella Chiesa che un tempo gl'ispirò il Vangelo; non si scandalizzerebbe di trovare la profezia anche fra i dottori di legge, come d'altronde non la escluse Cristo a casa del fariseo. In un Papa inviso ai clericali borghesi, che non parla di sesso, ma di giustizia, povertà, condivisione.
La luce dell'Italia vera non sarebbe più il comunismo. Disperso pure quello nel magma d'un individualismo lasco, tanto esaltato quanto scipito; definitivamente, antropologicamente mutato.
In cosa crederebbe, dunque, oggi Pasolini?
In quello in cui ha sempre creduto: l'atroce umanità. Quella massacrata a Oriente come a Occidente, a Nord come a Sud. Ne vedrebbe un riscatto?
Forse no. Sicuramente no. Ma il fatto stesso di saperla lì, esistente e sconfitta, gli darebbe la disperata, assurda, irresistibile voglia di gettarvisi dentro, e assaporarla, e morirne.

© Daniela Tuscano

giovedì 2 novembre 2017

Omaggio a Pier Paolo Pasolini


Quarantadue anni senza Pier Paolo Pasolini. Per ricordarlo stralci dell’intervista a Daniela Tuscano e Cristian A. Porcino Ferrara autori del libro “Chiedi di lui 2.0 Ancora un viaggio nell’universo musicale di Renato Zero”
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4) Avete dedicato molta parte della vostra opera alla relazione tra Renato e Pasolini. Non solo nella prima parte della sua carriera, come sarebbe logico supporre, ma anche nella seconda (mi sembra anzi che quella di Cristian sia più corposa). La vicinanza di Pier Paolo alla musica popolare è notoria ma perché nessuno sembra mai accorgersi delle tracce “pasoliniane” in Zero? Al limite si fa un generico accenno alle periferie romane, ma fermi lì. Mentre con De André, Giovanna Marini, De Gregori il discorso cambia notevolmente…

Cristian: «Con Pasolini ho un rapporto speciale e l’ho raccontato anche nel libro. Da ragazzino fui preso di mira da un insegnante che detestava Pier Paolo e lo considerava l’untore, il male assoluto. Nel mio lavoro precedente (“Tutta colpa del whisky” ndr) ho definito Pier Paolo un “maestro dell’esistere”. Pasolini è stato spesso trattato con snobberia, senza tener conto che la sua linfa poetica era alimentata dal popolo, dalla gente comune. In virtù di questo Pasolini può essere considerato un artista pop. Celebri le sue inchieste on the road. Per quanto riguarda Renato Zero all’inizio non fu preso in considerazione perché nelle sue canzoni raccontava le periferie esistenziali, mentre molti cantautori erano più propensi a narrare realtà sociali intrise di ideologie. Oggi però le cose sono sostanzialmente cambiate e Zero è amato e compreso dalla gente».

Daniela: «Le cose sono cambiate ma anche Zero è profondamente cambiato. E onestamente adesso non lo si può più accostare a Pasolini, nemmeno per analogia (non dimentichiamo che lui stesso ne prese le distanze in un’intervista del 2010). Un tempo, però, senza Pier Paolo sarebbe stato difficile comprendere del tutto l’opera di Renato. La scarsa considerazione nei suoi confronti non mi stupisce. La cultura italiana è spocchiosa e, di conseguenza, provinciale. Menzionare De André o Giovanna Marini è considerato un punto d’onore, citare Renato Zero no. Di qui la scarsa attenzione verso un artista che, al contrario, è stato fino a un certo punto il più vicino di tutti al mondo di Pasolini».

5) De André, Zero, Pasolini… Quali legami, quali differenze?

Cristian: «Sicuramente ci sono dei legami e non solo con il mondo pasoliniano, ma in questa sede è quasi impossibile elencarli tutti. In parte mi sono già occupato della tematica culturale nel mio libro “I cantautori e la filosofia da Battiato a Zero”. Lascio dunque la parola a Daniela».

Daniela: «Fabrizio aveva un approccio decisamente più intellettuale, di testa; o meglio, aveva il cuore in testa. Renato esattamente l’opposto. Ma cito solo un esempio. Il 28 novembre scorso, coi miei studenti di Ragioneria, organizzai un incontro [fra i partecipanti lo scrittore Mattia Morretta, ndr] dedicato al poeta nel 40° della morte. Aggregammo ai brani del poeta alcune canzoni, fra cui “Casal de’ pazzi” che venne eseguita dal vivo. Un mio collega, dopo averla ascoltata, ha esclamato: “Però! Più l’ascolto e più mi piace, ha un bel testo ed è musicalmente molto elaborata”. Ma prima di quel giorno non la conosceva nessuno».

6) Posto esista, qual è il disco o il brano più pasoliniano di Renato?

Cristian: «Ma un brano o un album in particolare non saprei indicarlo. Chiaramente il Renato Zero degli esordi è più vicino al mondo pasoliniano di quanto, invece, lo sia adesso. Per carità non so se Zero abbia mai letto Pasolini, ma ne condivideva, certamente molti aspetti, anche in modo inconsapevole. “Quando non sei più di nessuno” uscito nel 1993 in un certo qual modo conteneva tracce di quell’universo lì. Infatti al suo interno si trovava “Casal de’ pazzi”. Anche “Per non essere così” è un brano che mi riporta alla mente il mondo di “Accattone”; oppure “ Pionieri” o “Marciapiedi”».

Daniela: «Nemmeno per me esiste un disco “pasoliniano” al cento per cento nella produzione di Renato. Neppure “Zerofobia”, che nella sua metropolitanità esasperata è invece il suo album meno europeo, autenticamente e visceralmente rock. Quindi ben oltre la periferia di Pier Paolo, al limite più confinante con alcuni paesaggi di Testori, che non a caso era e viveva a Milano. Purtroppo oggi l’aggettivo “pasoliniano” è abusato e finisce per significare tutto e niente: qualsiasi situazione scollacciata, qualsiasi canzone con allusioni forti (o circa) viene sbrigativamente definita “pasoliniana”, quando spesso non lo è affatto. Comunque, sono d’accordo con Cristian; forse è proprio in “Artide Antartide” che troviamo affreschi, sia pure un po’ manieristici, capaci di rievocare alcune pellicole di PPP».

Intervista pubblicata su “Eretico & Corsaro” – Marzo 2016. Il libro è in vendita su Amazon

giovedì 15 ottobre 2009

“Pier Paolo Pasolini” di Neil Novello


L’Italia è forse una delle poche nazioni ad essere pervicacemente ancorata alla tradizione accademica e criptica dei trattati letterari scritti per gli addetti ai lavori. In questo paese si disdegnano le opere divulgative e si è pronti a crocifiggere e stigmatizzare coloro i quali ne fanno, invece, un largo uso. Che senso ha spiegare l’opera omnia di un letterato, di un filosofo, etc., in modo tale che questo risulti ancor più ostico alla massa, al volgo. Non bisognerebbe puntare molto sulla considerazione di dare alle stampe un libro che venga osannato da quei vecchi barbuti professori universitari; che hanno smesso da un pezzo di interpretare e di farsi portavoce delle istanze culturali tanto care ai giovani. In America si leggono moltissimi saggi, in Italia no!; questo capita perché a scriverli sono, quasi sempre, gli adepti di una casta; ovvero i tutori del caos ideologico e letterario. Quando alcuni libri di saggistica svettano in classifica oltre alla propaganda pubblicitaria si scopre essere scritti da soggetti che si rivolgono alla gente comune con un linguaggio popolare. Non è vero che chi utilizza una terminologia linguistica carica di paroloni dimostra di saperne di più di chi per comodità del lettore li riduce al minimo e indispensabile. Solo e soltanto se si riuscirà a far capire un saggio di critica letteraria o filosofica, ai nostri studenti, senza che questi maledicano il giorno di aver varcato la soglia della loro università, soltanto allora avrà vinto il Sapere. Dopo questa lunga premessa vorrei dire che il libro di Neil Novello “Pier Paolo Pasolini” edito da Liguori Editore, si colloca nei saggi scritti esclusivamente per gli addetti ai lavori. Ovvero un testo sapientemente scritto, documentato e colto che però allontanano lo studentello delle superiori che vorrebbe accostarsi alla figura di Pier Paolo Pasolini. Pasolini nella sua vita da letterato rifuggì le accademie, gli ambienti austeri e i circoli d’élite perché amava frequentare la gente. Attraverso queste contaminazioni la sua arte poetica e cinematografica riportava il linguaggio della periferia di Roma, quella alle prese con la vita durissima di mignotte e papponi, vedesi “Accattone”. Denunciò aspramente tutte le forme di potere nel suo ultimo ed incompreso film “Salò o le 120 giornate di Sodoma”. I romanzi “Una vita violenta” e “Ragazzi di vita” sono rare testimonianze di una Italia non più presente. Oggi anche la borgata più malandata ha al suo interno giovinetti con tutte le diavolerie tecnologiche e con dei vestiti all’ultima moda. Pasolini non si è limitato a mettere per iscritto le sue innate evocazioni poetiche ma le ha rese immagini oggettive. I suoi film sono straordinarie visioni oniriche della fantasia umana; “Uccellacci e uccellini” su tutti. Lo spirito religioso che egli vedeva nell’uomo è stato palesato nel capolavoro del “Vangelo secondo Matteo”. Pasolini era anche un artista assettato di scoprire cose nuove così come ci ricorda Dacia Maraini in un breve racconto del 2008 e dal titolo “Il poeta-regista e la meravigliosa soprano”; in cui attraverso la narrazione, la scrittrice ci rende partecipi dell’esperienza trascorsa in Africa insieme a Pier Paolo, Moravia e la Callas. Dopo trentaquattro anni dal suo tragico assassinio (2 novembre 1975), la figura di Pier Paolo rimane una delle più amate e stimate dai più giovani. In definitiva il lavoro di Novello ha un pregio importantissimo; ossia la sua partecipazione e coinvolgimento nel cercare di descrivere al meglio un autore che lui deve in qualche modo avere amato. Se si fosse lasciato trasportare un po’ più dalle sue emozioni il libro sarebbe risultato più immediato e di facile lettura. Anche perché Novello è un esperto dell’opera di P. P. Pasolini. Comunque consiglio la lettura del presente libro perché ci fornisce un aspetto completo del Pasolini letterato e regista.


Cristian Porcino