Criticare le ombre di un mito non significa rinnegare la spinta verso la giustizia, ma liberarla da ogni selettività.
Quando frequentavo l'università, il mio professore di filosofia morale mi chiamava "Che Guevara". Ogni volta che mi incontrava nei corridoi, mi salutava sorridendo: "Che Guevara, quale problema abbiamo oggi?". Per lui ero un combattivo, una persona che non si limitava a rivendicare i propri diritti, ma che spendeva le sue energie prima di tutto per quelli degli altri. All'epoca condividevo quegli ideali senza sfumature e convivevo volentieri con il peso di quell'accostamento, nutrendo un'ammirazione profonda per una figura che vedevo come un simbolo universale di riscatto e giustizia.
Con il tempo, tuttavia, lo studio e la consapevolezza mi hanno posto davanti a una realtà storica scomoda e dolorosa: il Che non ha mai mosso un dito per le persone omosessuali.
Già nei suoi «Diari della motocicletta» emergono appunti emblematici, dove il giudizio sulle persone omosessuali si risolveva in epiteti machisti e battute di disprezzo, perfino verso chi gli aveva mostrato gentilezza e generosità. Con l'avvento della rivoluzione, mentre Fidel Castro spingeva la comunità LGBTQ+ ai margini della società, relegandola nei ghetti e nei campi di lavoro forzato (i famigerati UMAP), non c'è traccia di un solo intervento, di una sola parola o di una presa di posizione da parte di Ernesto Guevara a nostra difesa. Il suo è stato un atteggiamento silente, un'indifferenza complice nei confronti di una persecuzione di Stato.
Se si leggono le pagine di Reinaldo Arenas e le sue testimonianze sul clima di odio e sofferenza che si respirava a Cuba in quegli anni, si comprende tutto il peso di quella repressione — un peso talmente schiacciante che lo stesso Fidel Castro, a distanza di decenni (nel 2010), arrivò a chiedere pubblicamente scusa assumendosi la piena responsabilità di quanto accaduto: «Ci sono stati momenti di grande ingiustizia... Se qualcuno è responsabile, sono io. Non darò la colpa a nessuno». Ma dal "Che" non è mai arrivato un atto critico, un dubbio, un momento in cui abbia alzato la voce per difendere chi veniva discriminato. È certo che è morto troppo presto — caduto in Bolivia nel 1967, ad appena trentanove anni — e non sapremo mai se la maturità gli avrebbe portato un ripensamento o un barlume di autocritica. Tuttavia, la storia si misura sui fatti compiuti e sui silenzi reali, non sulle intenzioni mai nate.
Si dirà, certo, che già nel 1965 Guevara era lontano da Cuba, impegnato nelle guerriglie in Africa prima e in Bolivia poi. Ma essere assente sul piano geografico non significa essere esente dal ruolo politico, etico e carismatico che ricopriva. Chi ha contribuito a fondare una rivoluzione e a plasmarne l'immaginario collettivo risponde anche dell'impronta culturale che lascia.
Ecco perché oggi, quando al Pride vedo manifestanti indossare la maglietta del Che, mi chiedo se sappiano davvero che Guevara non ci ha mica tolto dai campi di lavoro forzato cubani. Anzi, è stato inavvertitamente e suo malgrado l'ideologo di quell'ideale machista del maschio latinoamericano che Castro tentò in ogni modo di incarnare.
Spesso si sente dire che giudicare il passato con le categorie attuali sia una forzatura, ma l'errore sta nel confondere la nascita delle parole con la nascita dei fenomeni. Termini come omofobia, bullismo o femminicidio sono concetti recenti, coniati per agevolare la nostra comprensione del reale, ma i comportamenti che descrivono esistevano già. Non nominare un'ingiustizia non significa che essa non stesse accadendo. Il mio obiettivo non è celebrare un processo retroattivo a un personaggio vissuto in un'epoca diversa dalla nostra e imbevuto della mentalità del suo tempo, ma chiamare le cose con il loro nome.
Scoprire questo lato della storia mi ha lasciato sconcertato. Purtroppo, quando si toccano certi "santini laici", ci si sente quasi in dovere di tacere, come se la stima per le battaglie storiche dovesse per forza tradursi in un'assoluzione cieca e incondizionata. Io credo invece che la vera maturità stia nel saper guardare in faccia le ombre dei propri miti senza fare sconti. La mia stima per quello che Guevara ha rappresentato rimane, ma questo non mi impedisce di riconoscere e criticare il suo silenzio e i suoi pregiudizi.
Gli ideali di giustizia e liberazione del Che continuano a vivere in me, ma oggi so che poterlo criticare è un atto di libertà necessaria: come sosteneva Franco Battiato, emanciparsi dai propri modelli è il primo, inevitabile compito di chiunque voglia davvero evolversi e pensare con la propria testa.
La lezione più grande che ho tratto da questa scoperta è che la lotta per i diritti umani non può essere selettiva. Non ci sono ingiustizie di serie A e ingiustizie di serie B.
Ancora oggi mi porto dentro quella spinta combattiva che il mio professore aveva visto in me, ma con una visione più ampia e libera. So bene che la nostra battaglia è ancora in salita. Ma ricordando le parole di Simone de Beauvoir, la libertà di ciascuno vive solo nella libertà di tutti: ed è per questo che la difesa dei diritti non può mai essere selettiva, né dimenticare le ombre del passato.
© Cristian A. Porcino Ferrara







