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domenica 6 dicembre 2015

Sesso, spiritualità e ironia nei libri di Cristian A. Porcino Ferrara. Intervista al filosofo catanese

Due libri in un solo anno. “Pensiero Riflesso” è un saggio divulgativo che parla di filosofia con un’attenzione particolare rivolta verso tutti. Ironia, competenza e passione sono caratteristiche che si riscontrano nella lettura di questo testo definito dalla critica “gioioso”. Mentre in “Tutta colpa del whisky” Cristian A. Porcino Ferrara si affida ai versi poetici e alla prosa per aprire, come uno scrigno, il proprio cuore e intelletto al lettore. E ci riesce con una precisione chirurgica evidenziata dalla terminologia ben precisa e una sensibilità disarmante. Rivive in lui l’impeto di Novalis e la forza espressiva di Thoreau; il tutto sapientamente miscelato da una notevole verve linguistica. Ho incontrato l’autore per una piccola ma significativa chiacchierata su alcuni argomenti da lui sviluppati. L’appuntamento è fissato per le ore 10.00 di una freddosa mattinata novembrina. L’autore arriva con largo anticipo e di comune accordo decidiamo di conversare seduti su una panchina dell’ex monastero dei Benedettini, storica sede della facoltà di Lettere e Filosofia di Catania.

1) Nel capitolo “Filosofia e sessualità”, incluso nel libro “Pensiero Riflesso”, lei insiste sul lato spirituale di ogni essere umano e sulla mortificazione corporea operata dalle religioni. Può spiegarci questo concetto?

«L’uomo contemporaneo è malato di sesso. Non è più in grado di amare e di sperimentare i suoi sentimenti. Ne parla tanto, legge libri porno splatter, lo guarda nei canali preposti e ne fa, però, sempre meno. L’interesse si esaurisce in pochissimo tempo e, di fatto, svilisce la sua natura. Non siamo solo un corpo. Ciò che ho inteso descrivere nel libro consiste proprio nel delineare la liberalizzazione della nostra sessualità. Ciascuno di noi ha diritto di vivere la propria sessualità senza doverne rendere conto a nessun prete, rabbino, imam, monaco buddista, guru, asceta induista o altro pettegolo di turno. Tale liberazione dal condizionamento sessuale legato, in qualche modo, ai dogmi e precetti religiosi non ci ha reso, però, davvero liberi di sperimentarsi e accertarci. Non possiamo mortificare il corpo e le sue esigenze, ma non possiamo nemmeno ignorare le continue istanze del nostro spirito. Corpo e spirito non sono due entità separate. E in tutto questo non c’entra nulla la religione. La mia è una riflessione filosofica sulla sessualità e non un manuale di sessuologia.»

2) Lei in “Pensiero Riflesso” scrive di rifiutare il concetto di peccato. Perché?

«Io mi definisco un soggetto senza peccato perché non accetto l’idea inculcata dalle religioni di essere considerato a priori in errore. Mi sembra una banalizzazione dell’esistere. Ciò che taluni chiamano peccato io lo chiamo, invece, vivere. Si cade in errore e si impara anche da quello che abbiamo sbagliato, ma non esistono colpe che devono essere mondate da qualcuno. Soprattutto non esistono colpe commesse da personaggi mitologici e per di più tramandabili da una generazione all’altra. Sostenere questo è un po’ come pensare che quello che ci accade è colpa di Zeus, Voldemort o la strega Bacheca. Lascio ad altri il privilegio di avvertirsi continuamente come dei “poveri peccatori” da redimere.»


3) In “Tutta colpa del whisky” troviamo la poesia “O-DIO” . Lei sostiene che il termine italiano di odio include, in modo implicito, il lato negativo di ogni espressione religiosa. Perché?

«Esattamente. Nella parola odio è inteso lo stretto legame dell’essere umano con la divinità idealizzata. Attenzione parlo di costruzione ideologica e non del vero legame con la divinità in cui si crede. Tutte le religioni sono state create dagli esseri umani, e di conseguenza sono portatrici di conflitti e delusioni. Ovviamente tutto questo esula dalla concezione personale e individuale di Dio. Io la penso proprio come Albert Einstein. Davanti alle leggi ignote dell’intero universo tutti noi siamo proprio come quel bambino che entra in una biblioteca ricca di volumi scritti in lingue diverse. Si domanda chi ha redatto quei volumi ma non sa chi o perché. Il bambino sospetta che ci sia qualcosa o qualcuno dietro quell’ordine ma non sa decifrarlo o spiegarlo. Il mistero lo affascina e lo spinge alla continua ricerca del significato nascosto. Per quanto mi riguarda non ho ancora trovato tale traduttore universale e mi tengo strettamente privato il mio rapporto e la mia visione di Dio.»

4) Ma non crede che certi ideali religiosi possano essere strumentalizzati da interessi politici?

«Spesso religione e politica si sono rivelati due lati perfetti della stessa medaglia e questo lo aveva ben capito Baruch Spinoza. Però rimango affascinato da tutte le religioni perché in ciascuna confessione esiste il concetto di fondo di anelare al Bene supremo. Ben altro discorso è come lo si raggiunge e, per l’appunto, con quali mezzi. Da filosofo mi astengo dai giudizi di valore. Li lascio ai populisti che popolano i palinsesti televisivi. Mi preme sottolineare che le religioni, e i propri fedeli, dovrebbero frequentarsi di più e concentrarsi maggiormente su quello che li unisce e non solo su quello che li differenzia. Il Dalai Lama, ad esempio, ne ha sposato la causa.»

5) Su quest’ultimo punto mi ha fatto venire in mente il caso Oriana Fallaci da lei trattato in “Tutta colpa del whisky”. Sa che in questo periodo la Fallaci è stata citata nuovamente a sostegno delle tesi anti islamiche? Cosa ne pensa?

«Recentemente Marco Travaglio ha detto che Oriana Fallaci era una grande scrittrice ma una pessima giornalista perché aveva un rapporto soggettivo con la verità. Va bene, tuttavia Fallaci non è mica l’unica a trovarsi in queste condizioni. Almeno lei aveva un talento indiscutibile da narratrice, laddove in tv e nelle redazioni dei giornali si vedono, invece, molti pennivendoli di dubbio talento. Chi cita Oriana Fallaci quasi sicuramente non ha letto le opere della scrittrice fiorentina e ha distorto, volutamente, il pensiero. Dietro certe sue affermazioni non c’è solamente rabbia ma soprattutto scarsa conoscenza della materia trattata. Affermare che ogni musulmano è un terrorista è come dire che ogni cattolico è un pedofilo perché certi preti e cardinali si sono macchiati di tale abominio. Inutile tirare fuori dal cassetto il versetto coranico detto della spada. Anche nella Bibbia troviamo frasi durissime e fraintendibili. Si veda Esodo 21:24-27 oppure Levitico 24:19-20. Chi uccide in nome di Dio è un criminale, punto. Non importa la confessione religiosa dell’assassino o degli assassini. Restano criminali a prescindere dal loro credo. Come ci ricorda costantemente papa Francesco non si può uccidere per conto di Dio. Chi crede in una divinità deve essere testimone di pace. Fortunamente il cattolicesimo ha in Bergoglio non solo un punto di riferimento solido, bensì un vero pellegrino di Pace e di Speranza che si spende quotidianamente per la fratellanza universale. Come vede questo papa è riuscito a conquistare anche un laico come me.»
(A. Milazzo)
Pubblicata su “Vivereoggi"- novembre 2015

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Per “Tutta colpa del whisky”: http://www.amazon.it/Tutta-whisky-Cristian-Porcino-Ferrara/dp/1326274139/ref=sr_1_1?s=books&ie=UTF8&qid=1434013845&sr=1-1&keywords=cristian+porcino

martedì 1 settembre 2015

Rassegna stampa libro “Tutta colpa del whisky” di Cristian A. Porcino Ferrara


- “Quel sapore forte che ci apre la mente”: «Forse è tutta colpa del whisky, la bevanda ricavata dalla distillazione di vari cereali fermentati, con cui ci lasciamo andare nei pensieri aperti della nostra mente per sparare a zero sulla quotidianità di tutti i giorni. La mala politica italiana, i personaggi televisivi, strapagati, che invadono i palinsesti per divertire le nostre serate dalla noia assicurata, e per sottolineare il rispetto che abbiamo, l’uno dell’altro, a scandire un semplice saluto che ha tanto da dire. “Il lei è una forma di cortesia in disuso dal significato non solo formale ma davvero sostanziale”. Ne sa qualcosa Cristian A. Porcino Ferrara, l’autore dell’ultima pubblicazione dal titolo: “Tutta colpa del whisky”, edizione Lulu, maggio 2015. Ferrara lo fa con molta naturalezza nel linguaggio, senza fronzoli che possano distogliere il lettore da una lettura arrabbiata e del tutto autentica, quasi a sottolineare la superficialità di certi individui che ostacolano il nostro percorso di vita. L’autore cerca di enfatizzare, in modo irreligioso, il piffero di Rocco Siffredi, il porno divo tanto osannato dalle donne di tutto il mondo, sventolato sull’Isola dei Famosi come gioiello inconsueto per il genere maschile. Come esprimersi con certi termini considerati offensivi o provocatori. Ci sono altri episodi che possono offendere l’opinione pubblica, atteggiamenti ingiuriosi tali da diventare reati. Il libro inizia con una riflessione interiore a tratti poetica, ricordo di un ragazzino sereno immerso nella libertà dell’amore e della pace, innanzitutto nella salvezza del proprio io. Le piccole imperfezioni del creato “Preziosi scampoli di una umanità in divenire”. Cristian A. Porcino Ferrara, cita anche la grande scrittrice Oriana Fallaci, per tutti l’Oriana. Una donna intelligente, forte, indipendente, ruvida, cinica e antipatica allo stesso tempo. Di lei amava il suo coraggio e la libertà con cui affrontava il suo domani. Lo stesso coraggio che difficilmente troveremo nella donna di tutti i giorni». Antonio Agosta (giornalista), recensione pubblicata su: “Alganews” il 04/07/2015

- «Cristian A. Porcino Ferrara, un filosofo senza peli sulla lingua. Si potrà essere d'accordo o non pensarla come lui che poco importa, l'autore di Tutta colpa del Whisky non scende a compromessi con la società e le sue contraddizioni, ipocrisie e falle culturali. Lui vuole essere se stesso, libero e non in vendita. Questo credo sia il messaggio del libro costituito da poesie e prosa. Dare del tu a chiunque diventa per lui una metafora del vivere odierno.
“Il tu è la moneta dei creduloni che vogliono comperarti per due soldi. Hanno infierito sulla mia persona col solo intento di trafugarmi la sacralità del Sapere.“
Porcino Ferrara non accetta l'ipocrisia e trova in Oriana Fallaci la sua musa e a proposito della celebre scrittrice dice:
“Quasi sempre non ero d'accordo con lei, ma leggerla era un vero piacere. Di lei si poteva dire tutto tranne che non era coraggiosa”. Cosa c'entra il whisky? Lo scoprirete leggendo
». Maria Giovanna Farina (filosofa e scrittrice), recensione pubblicata su “L’accento di Socrate” giugno 2015

- “UN "PENSIERO RIFLESSO"... IN UN BICCHIERE DI WHISKY”:
« Filosofia come compagna di vita, come narrazione di se' e non solo del Se', come autobiografia, occasione per raccontarsi, romanzarsi, "poetarsi": questo il filo portante del lavoro di Cristian Porcino, intitolato "Pensiero riflesso". Cioè in vista, confessione scagliata e vibrante, carnale, esplicitata quasi con impudicizia. Urlo di rabbia, anche. Idea non nuova, anzi inserita nel solco della grande tradizione filosofica. Siamo noi contemporanei ad aver confinato la filosofia fra le materie astratte, o forse aride, e in una forma espressiva - quella saggistica - che richiama a un periodare pedante, scolastico e impersonale. Occorre ricordare che per gli antichi era tutto l'opposto? Che Socrate aveva appreso l'arte fra le braccia di Diotima e che i suoi trattati portavano il nome dei suoi allievi? Erano innanzi tutto dialoghi, fra un triclinio e un sospiro di passione. Perché la filosofia è spirito; quindi materia. Rinnova la materia. Non v'è separazione fra i due, ma nobilitazione della seconda grazie alla prima. E per questo Porcino riesce a intessere un inno alla vita malgrado gli schiaffi ricevuti, la considerazione che, in un mondo come l'attuale, il pensiero autentico, composito, "riflesso" (sincero) non solo non è apprezzato ma osteggiato. Si prediligono i tuttologi, che in realtà non dicono nulla, i raccomandati, i salumieri dell'affabulazione. Porcino esordisce con una silloge poetica assai pregevole (a mio parere, la parte migliore del libro) con echi vagamente ungarettiani (da "Sentimento del tempo") dal punto di vista stilistico e tributario, nei contenuti, di Bukowski e Busi. In verità, non ne possiede il disincanto e il cinismo, semmai la dolente passione. Tra le composizioni più riuscite primeggiano "Chi salverà il mondo" e "I maestri dell'esistere" (e tra questi ultimi figurano anche maestre donne, finalmente!), "O-Dio" e la catulliana "Amo e Odio" dove lo scrittore reclama una fede che non ha trovato, ma che gli spetta, in certo senso, di diritto: la fede nell'umano, la speranza. Il discorso prosegue nel suo secondo volume, "Tutta colpa del whisky": in esso Porcino rivendica un sapere "aristocratico" (nel senso etimologico di migliore) che non può essere per la massa, ma per chi riesce a indagarne e apprezzarne la profonda poliedricità (di qui un ironico, ma non troppo, "Elogio del lei" da contrapporre a un tu non più sinonimo di eguaglianza e comunione, ma d'omologazione dozzinale). Un folle, ma non per le folle, come sottolinea in un altro passo. Non è facile uscire dalla spersonalizzazione della società post-consumistica, che dona solo l'illusione di potersi esprimere liberamente, e che invece - lo ha sottolineato di recente Umberto Eco - permette a qualsiasi imbecille di sentirsi un "maître-a-penser". Chi invece orienta la cosiddetta opinione pubblica, e i gusti artistico-letterari, sono sempre roccaforti (fili spinati?) di baroni ben decisi a difendere la loro inespugnabilità. Cristian prova a fendere alcune sane "picconate" col "whisky" del suo sapere, genuino ed entusiasta, col nerbo d'un giovane che malgrado le ferite non è disposto a lasciarsi domare, e spazia dal card. Martini a De Crescenzo ai grandi filosofi orientali - anche in tal senso, la consapevolezza che la Sofia vive pure nell'altra sponda del Mediterraneo, non solo tra le nebbie del Nord o in un malinteso neoclassicismo -. Del resto, Cristian è siciliano: e nessuno sfugge alle proprie radici.» Daniela Tuscano (insegnante e scrittrice), recensione pubblicata su “Il Giornale dell’Etna” agosto 2015


Il libro è in vendita su amazon

mercoledì 8 maggio 2013

“Il mio cuore è più stanco della mia voce” di Oriana Fallaci

(“Il mio cuore è più stanco della mia voce” di Oriana Fallaci, Rizzoli, pp. 206, € 15,00). Il libro raccoglie alcuni discorsi tenuti da Oriana Fallaci tra gli anni’ 70 e ’80 a New York, Massachusetts, Argentina, ecc. Scrittrice di successo alquanto criticata per i suoi reportage di guerra e per il contenuto dei suoi libri, Oriana Fallaci non ha mai smesso di far parlare di sé. Le conferenze tenute dalla scrittrice toscana si riferiscono al periodo successivo alla pubblicazione del suo romanzo “Un uomo” dedicato al poeta ed eroe greco Alekos Panagulis. Nelle sue lezioni in giro per il mondo non smise mai di ripetere ai ragazzi presenti agli incontri, l’importanza dell’impegno civile, il coraggio per le proprie idee e l’amore per la libertà. Anche se a tratti ripetitivo, il libro è una testimonianza importante per cogliere e comprendere qualcosa in più della personalità della reporter scomparsa nel 2006. “Il giornalismo deve esistere non per soddisfare banali curiosità, non per alimentare il pettegolezzo o per divertire: deve esistere per aiutare le persone a trovare o mantenere la propria dignità, per combattere la propria ignoranza, per difendere sé stessi”. Una lezione di vero giornalismo impartita dalla voce più autorevole della letteratura italiana. Assolutamente consigliato. Cristian Porcino © Riproduzione riservata

sabato 25 aprile 2009

“Oriana Fallaci – Morirò in piedi” di Riccardo Nencini


Poche scrittrici hanno saputo caratterizzare la storia letteraria e culturale di un paese come ha fatto Oriana Fallaci. Di sicuro non sempre si poteva essere d’accordo con il suo pensiero, ma bisogna riconoscerLe che fu sempre coerente con i propri ideali.
“Oriana Fallaci morirò in piedi” di Riccardo Nencini per Edizioni Polistampa raccoglie un dialogo privato intercorso fra l’autore del saggio e la stessa Fallaci avvenuto qualche mese prima della sua morte. Il ritratto che ne viene fuori non ci stupisce più di tanto, perché ci ricorda la Fallaci di sempre, idealista e pragmatica, pungente e ironica anche quando “l’alieno” (il cancro!), le procurava sofferenze indicibili. Dallo scritto di Nencini apprendiamo che Oriana Fallaci consapevole della sua imminente scomparsa desiderava mettere a punto le ultime scartoffie burocratiche nonché prendere delle decisioni su un manoscritto non ancora ultimato, che verrà poi pubblicato postumo col titolo ”Un cappello pieno di ciliegie”. Oriana Fallaci nelle confidenze all’amico Nencini non tralascia di parlare di un occidente sempre più affaticato dalla minaccia pressante del terrorismo islamico. Il fantasma dell’ “Eurabia” aleggia nelle pagine dello scritto in questione senza protrarsi in sterili polemiche. Tali riflessioni possono essere percepite come le afflizioni di una donna che giunta alla fine della propria esistenza sente l’esigenza di rivolgere il proprio affetto ad un continente culturale in cui ha vissuto e maturato le sue avventure di scrittrice.
Riccardo Nencini nel breve saggio “Oriana Fallaci Morirò in piedi” consegna un ritratto fedele e deciso di una scrittrice italiana che spesso è stata accusata per le proprie idee e che ha dovuto subire persino un processo per aver offeso l’altrui religione. Di sicuro la Fallaci verrà ricordata ancor prima che per le sue pagine “arrabbiate”, per gli ottimi reportage di guerra e per le pagine di libri quali: “Lettera a un bambino mai nato”, “Insciallah”, “Un uomo”ecc.


Cristian Porcino