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martedì 10 gennaio 2017

Omaggio a Zygmunt Bauman


Omaggio a Zygmunt Bauman: "...nella Babele delle odierne identità "liquide", l'evoluzione sociale e sessuale [tende] sempre più verso il pansessualismo [...]. La definizione di "società liquida" è stata coniata dal filosofo e sociologo Zygmunt Bauman per spiegare i fenomeni sociali che si succedono e si deteriorano con così tanta rapidità." Tratto dal libro "Chiedi di lui 2.0 Ancora un viaggio nell'universo musicale di Renato Zero" di D. Tuscano e Porcino Ferrara.

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domenica 8 gennaio 2017

David Bowie e Renato Zero: due icone a confronto


L'"anno orribile" della musica, il 2016, si aprì con la scomparsa di David Bowie. L'anno che si apre ne ricorda oggi la figura. Bowie era uno di quei personaggi di cui rinfrancava conoscere l'esistenza, perché era un genio imprevedibile. Anche quando sbagliava, anche quando gli esperimenti non erano perfettamente fruibili né riusciti. Anzi, proprio per questa volontà di superarsi, nel bene e nel male.
Un amplissimo e interessante excursus sulla sua arte si trova nel libro "Chiedi di lui 2.0 Ancora un viaggio nell'universo musicale di Renato Zero" dove si pone in relazione la sua musica con quella di un amato cantautore nostrano, anch'egli per lungo tempo uno sperimentatore.

giovedì 7 luglio 2016

…E il discorso continua…


Colloquio con Daniela Tuscano e Cristian A. Porcino Ferrara, autori di “Chiedi di lui 2.0 - Ancora un viaggio nell’universo musicale di Renato Zero”

1) Sembra abbiate inventato una formula nuova: il libro si presenta infatti come un romanzo ma ha il rigore d’un saggio. Quanto c'è del vostro percorso parallelamente a Zero?


Daniela e Cristian: «Molto, diremmo. Esistono parecchi libri su Renato Zero ma quello che a noi, interessava raccontare era proprio il percorso individuale di due soggetti cresciuti con la musica di Zero. Siamo rispettivamente una docente di lettere (Daniela) e un filosofo (Cristian) e nel nostro background individuale le canzoni di Renato Zero (e non solo) ci hanno sempre accompagnato. Non sopportiamo chi sostiene di avere la verità in tasca e di conseguenza spaccia le proprie opere come libri-verità sull’artista. Noi ci siamo basati su uno studio certosino e su testimonianze dirette dell’opera e dell’artista, ma a quest’ultimo abbiamo affiancato la nostra sensibilità personale. Crediamo sia questo il segreto per cui il libro è così tanto apprezzato, ed è per questo che ne abbiamo dato alle stampe una nuova edizione».

2) Perché, Cristian, scrivi che è poco condivisibile l’amarezza di sentirsi incompreso, che emerge dall’ultimo brano “Gli anni miei raccontano”?

Cristian: «Se mi guardo intorno non posso affermare, come fece il filosofo Leibniz, che “il nostro è il migliore dei mondi possibili”, ma non posso nemmeno dire il contrario avendo conosciuto solo questo pianeta. Detto questo la musica e l’arrangiamento de “Gli anni miei raccontano” sono interessanti ma il testo della canzone è leggermente sbilanciato. Ad esempio in questo brano il cantautore romano dichiara di voler “rinascere un universo più in là”. Il titolo della canzone rimanda ad un bilancio professionale, ma a onor di logica la sua carriera racconta ben altro, e cioè di esser stato compreso e amato da una moltitudine di persone. Talvolta occorre avere uno spiccato senso della realtà e, a mio parere, in questo brano manca qualcosa; forse la piena consapevolezza di aver costruito una meravigliosa e invidiabile carriera e il desiderio, come disse il filosofo Nicola Abbagnano, di superare “le colonne d’Ercole del nostro io”».

3) Oggi come allora il cantautore professa una profonda fede: la manifesta ancora con spontaneità?

Cristian: «Agostino d’Ippona diceva che “La verità abita nell’interiorità dell’uomo”. Capisco e comprendo il desiderio di Dio che ha accompagnato Renato Zero negli anni, ma la svolta verso una religiosità totalmente in linea con il Vaticano mi lascia perplesso. Non mi riferisco all’attuale pontefice bensì ai suoi predecessori a cui pare Zero sia molto legato, soprattutto a Wojtyla. Ad esempio nel nuovo album “Alt” troviamo “Gesù”, un brano che esprime tutta la sua cattolicità. Questa canzone potrà essere suonata e intonata benissimo dai papaboys alle giornate mondiali della gioventù. Comunque in “Chiedi di lui 2.0” descrivo dettagliatamente questo cambio repentino in materia religiosa e ne illustro i possibili fattori».

Daniela: «Concordo con Cristian. Aggiungo che in Renato è sempre stato presente un certo clericalismo, rafforzatosi negli anni. Vero è pure che oggigiorno, nell’arte occidentale, Dio è il “grande assente”; anzi, il grande tabù. Pochi hanno avuto il coraggio, persino l’impudenza, di parlarne: Pasolini, Guareschi, Testori… e, a livello di musica commerciale, Celentano, Dalla, Giuni Russo, Ron… e, appunto, Renato. Con risultati alterni, talora felici».

4) Zero e il passato. Un personaggio come lui ancora oggi accresce il suo pubblico grazie a un passato decisivo e importante. Si può dire che questo aspetto, per molti un punto di forza, rappresenti invece, per Zero, il suo tallone d’Achille?

Daniela: «È una domanda molto difficile. Innanzi tutto non giurerei che il pubblico di Zero ultimamente sia cresciuto in maniera esponenziale. Certo, ci sono seguaci di nuova generazione, numerosi, chiassosi anche, soprattutto fedelissimi: al punto da riempire regolarmente stadi e palasport. Il personaggio è poi divenuto familiare, una sua ospitata tv attira sempre un folto pubblico. Ma, attenendosi all’aspetto strettamente musicale, non mi sembra – e magari sbaglio – si stia ripetendo il “miracolo” del decennio 1990-2000, quando applaudire Renato Zero non comportava un’identificazione automatica col “sorcino”. Riguardo al resto, non so cosa dirti: probabilmente sono vere entrambe le cose. Renato è consapevole di dovere la sua fortuna – quella duratura, autentica – a quegli anni lontani ma al tempo stesso non vuol esserne imprigionato. Legittimo, sia chiaro, perfino doveroso, ma parliamoci francamente. Nessun ammiratore di media intelligenza lo vuole costretto in un cliché. Il punto è non dar l’impressione di sminuire o negare il precedente percorso. Il quale è invece esistito e, checché se ne dica, non si può ridurre a mera goliardia o provocazione. Se si lanciano messaggi in tal senso inutile poi sorprendersi di trovare, fra gli attuali supporter di Zero, parecchi alfieri della conservazione. Lo s’è visto anche durante l’ultimo Festival di Sanremo e non può essersi trattato d’un semplice fraintendimento. Un tempo il problema non si sarebbe posto neppure».

5) La rinascita di Zero nel ’91: più un cambiamento voluto o evoluzione naturale dell'artista?

Cristian: «Ogni essere vivente si evolve, e di conseguenza anche una persona che di professione fa l’artista deve necessariamente fare i conti con il proprio vissuto. In una canzone di qualche anno fa Franco Battiato asseriva: “Ma l’uomo non è pietra di tungsteno. E cambia spesso proprietà”. Renato Zero nel 1991 si presentò al pubblico con una grande maturità; un arricchimento interiore che traspariva sia dalla postura ma soprattutto dalla voce. Il re dei sorcini rifletteva sulla vecchiaia e sul significato del declino corporeo di una persona che giunge ad una fase della vita considerata, da molti, come un handicap. Lui era appena quarantenne ma già pronto per un discorso più ampio sulla vita. Direi quindi che la sua è stata proprio un’evoluzione naturale inevitabile. Inoltre non bisogna dimenticare che l’album contenente la canzone presentata nel 1991 a Sanremo s’intitolava “Prometeo”, proprio come uno dei protagonisti della mitologia greca. L’etimologia del nome Prometeo significa proprio “colui che riflette su ciò che ha visto”, e di conseguenza possiamo supporre che Renato Zero si sia riappropriato del suo passato per superarlo e andare avanti. Paradossalmente ha applicato alla sua vita la triade dialettica hegeliana giungendo così ad una sintesi».

Daniela: «Renato visse il suo periodo d’“oscuramento” con molta, forse eccessiva, drammaticità. Probabilmente non riesco a immaginare in tutta la sua portata lo shock provocato dalla perdita di popolarità. Solo che nel suo caso si trattò d’una flessione, non sparì mai dal nostro immaginario. Ignoro naturalmente i retroscena e le tribolazioni di quegli anni. Ma non importa più di tanto. Conta la sua reazione, così emotiva, personalizzata. Cercò di reagire in vari modi: smettere d’essere Zero, un certo Zero, dev’essergli costato parecchio. Occorreva un intervento esterno per calibrare quell’emotività, per parlare di lui meglio di lui. Doveva essere una voce femminile e amica. Renato la trovò in Mariella Nava che per lui compose l’indimenticabile “Spalle al muro”. Il Nostro riuscì così a rappacificarsi, almeno in parte, con quella nuova realtà, guadagnandoci in autorevolezza; ben oltre la cerchia dei fans, come accennavo prima. Ha funzionato per diversi anni».

6) Il cantautore romano è stato spesso eletto, suo malgrado, bandiera della diversità (sessuale ma non solo). Quanto e come questo tema è stato rappresentato nei suoi brani, e quanto Renato Zero è stato in grado di mandare un messaggio chiaro in tal senso?

Cristian
: «Come prima cosa essere eletti a bandiera di qualcosa o qualcuno non è poi così positivo. L’individuo che accetta di essere ridotto ad una semplice etichetta è ridicolo e mortifica la propria individualità. Ciascuno di noi ancor prima di essere eterosessuale o omosessuale è prima di tutto Persona. L’orientamento sentimentale non può identificarci totalmente oscurando la nostra vita e la nostra professionalità. Zero sin dall’inizio ha descritto e rappresentato questa tematica ma poi con il tempo si è allontanato da essa e da tutto ciò che era affine al mondo lgbt. Nei primi lavori e per diversi anni il suo messaggio era quasi intelligibile poi tutto è cambiato, probabilmente, per via di una religiosità che mal si sposava con una società bigotta e ignorante. Tutto sta nella consapevolezza di sé. A tal proposito mi piace ricordare lo scrittore David Foster Wallace che nel 2005 al Kenyon College raccontò una storia di un pesce più vecchio che salutava due pesci ancor giovani chiedendogli com’era l’acqua in cui nuotavano. Ebbene i due pesciolini risposero “Che diavolo è l’acqua?”. I pesci giovani non avevano consapevolezza dell’habitat in cui esistevano. Parafrasando Wallace il valore della nostra vita non sta nella conoscenza ma nella consapevolezza di ciò che è ovvio, e su cui non riflettiamo quasi mai. Questa è, a mio avviso, una chiave di lettura per capire i mutamenti nel tempo di una persona e di conseguenza di un artista. Comunque la questione è molto complessa pertanto consiglio di leggere il nostro libro, e l’apposito capitolo in cui cerco di far luce su tale argomento».

Daniela: «Lasciando garrire le bandiere altrove, oggi il termine “diversità” per connotare certe condizioni può sembrare, e spesso fortunatamente è, anacronistico. Tuttavia, se serve a complicare la singola realtà, se innesca un processo di drammatizzazione, l’accetto. Di conseguenza sì, in questo senso Renato è stato un “diverso”. Poi, il tempo delle allusioni è finito. Adesso la solidarietà va dimostrata esplicitamente e nelle sedi opportune; e il testimone è passato ad altri».

7) A settembre rivedremo Renato in tv…


Daniela e Cristian
: «Certo, con le registrazioni degli spettacoli veronesi. Poi partirà il tour invernale. Il discorso, in un modo o nell’altro, continua…».

Articolo di Federico Diatz (ZEROlandia, 7/7/2016)
Foto: (Gabriele De Rosa)
Il libro è in vendita su: www.amazon.it e www.lulu.com

mercoledì 4 maggio 2016

Uno Zero… a nudo. Nuovo saggio dedicato al cantautore



(ANDREA LANZA) - Un libro colto e particolareggiato che illustra la carriera e l’umanità di Renato Zero. Ecco l’ultima fatica del tandem Daniela Tuscano-Cristian A. Porcino Ferrara. Chiedi di lui 2.0 (edizioni Lulu) ha la forma di un viaggio avventuroso, esauriente. Persino troppo, forse, per un artista importante per il panorama culturale italiano ma il cui vero talento è talora rimasto sottotraccia. L’opera ha il pregio di illuminare meglio il lettore sulla parabola per molti aspetti imprevedibile dello Zero nazionale. Da emarginato e, forse suo malgrado, rappresentante delle minoranze, Renato si è conquistato un pubblico che – a ripercorrere le pagine del libro, dagli esordi nei sobborghi della Roma alla “ragazzi di vita” ai luccicanti giorni nostri – per molto tempo l’aveva deriso e detestato. Si rimane stupiti dalla multiformità di esperienze maturate da un autore troppo sbrigativamente identificato solo come il Re dei Sorcini mentre è stato forse l’unico davvero rock. Al tempo stesso si prova un po’ di rammarico per quello che sarebbe potuto diventare, al di là dei grandi numeri, se avesse lasciato espandersi del tutto la sua vena iconoclasta senza indulgere alle propensioni conservatrici che, pur esistenti fin dall’inizio, un tempo erano equamente controbilanciate. Ciò emerge anche nell’ultimo album Alt, gradevole e volonteroso nella sua ricerca d’impegno ma con una copertina che richiama un passato provocatore in verità non presente nel disco (e sembra che i recenti servizi su di lui siano tesi quasi ad “aggiustare il tiro” dopo la mancata solidarietà ai diritti civili sul palco di Sanremo). Esistono sì appelli alla tolleranza ma, restando sulle generali, possono essere interpretati - e smentiti - in varie direzioni, dalla disabilità alla emarginazione dei diversi. Comunque, Zero rimane una pietra miliare nel panorama musicale nostrano ed è giusto che un libro lo sottolinei, anche con insistenza. Chiedi di lui 2.0 restituisce Renato Zero al suo pubblico originario, ridisegna la sua ragion d’essere spogliandolo di tutte le sovrastrutture di cui è stato ammantato nel corso degli anni. Ce lo riconsegna nella sua “vera” rivoluzione, “maledetto” senza dimenticarne il lato clownesco e anche moralista, la tensione religiosa, ma lontana da ridicole “santificazioni” così come da sterili filippiche di fans delusi.

martedì 12 aprile 2016

ALT: ORA CHIEDIAMO… DI RENATO! - Nuovo libro e nuovo disco


Comprendere lo Zero di oggi alla luce delle sue radici: questo sembra essere l’intento di Daniela Tuscano e Cristian A.Porcino Ferrara che col nuovo libro Chiedi di lui 2.0 [si acquista online su Lulu e Amazon ndr] non si limitano a ripercorrere – con una puntualità finora sconosciuta e sorprendente – le tappe della carriera artistica e umana del cantautore romano, ma a narrare come lo hanno vissuto e cosa ha rappresentato per la storia e l’immaginario italiano. I nostri autori partono dalle radici e arrivano fino ai giorni nostri colmando un vuoto. Infatti la maggior parte del pubblico tende a cogliere solo alcune parti della sua personalità sfaccettata mentre certe sue scelte, nel bene e nel male, si capiscono solo conoscendo tutto il suo cammino.



- Con un libro come il vostro non occorrerebbe sviscerare Alt canzone per canzone. Ma proviamoci lo stesso. Si ha come l’impressione che tutto sia stato detto e oggi si cerchino punti fermi, serenità….

Cristian: «Alt è un album di qualità, in grado di stimolare una riflessione sul mondo circostante. Sicuramente non un capolavoro ma ugualmente interessante. A mio avviso è un disco profondamente cattolico. La terminologia usata da Zero appartiene alla tradizione culturale giudaico-cattolica. Cito solo alcuni esempi: per ben due volte si chiamano in causa le schiere angeliche e non solamente nel brano che s’intitola, per l’appunto, Il cielo è degli angeli ma anche in Gesù (ognuno ha le sue credenze riguardo l’esistenza delle creature celesti, ma consiglierei la lettura illuminante del libro apposito del teologo Helmut Fischer). Si parla di assoluzione in Vi assolverete mai e di farisei, mentre ne Il tuo sorriso si fa riferimento ai trenta denari, cifra pagata a Giuda per il suo tradimento. Poi dopo Padre nostro (1981), Ave Maria (1993), La pace sia con te (1998), Non si fa giorno mai (2003), Immi Ruah (2005), La vita è un dono (2005), Il sole che non vedi (2009) era, forse, l’ora di Gesù. Sette brani, molto ma molto diversi fra loro, che potrebbero formare una messa laica già annunciata diversi anni fa dal re dei sorcini. In Gesù ci sono tutti gli elementi del cattolicesimo: i già citati angeli, l’Arca (di Noè o dell’Allenza?), il verso “La natura hai i suoi limiti!” piacerà molto alla CEI e poi il perdono. Infine il brano Vi assolverete mai ha un finale quasi liturgico. In Chiedi Renato augura di trovare un “Dio nel quale credi” e si citano i “dieci comandamenti”. Dall’ascolto di Alt si evince il legame di Zero con la fede di appartenenza».

Daniela
: «Concordo con Cristian, sia io sia lui abbiamo dedicato molto spazio al cattolicesimo nelle canzoni di Renato. A questo proposito mi vengono in mente certe amare considerazioni di Ron, altro autore dichiaratamente (ma, a mio parere, più discretamente e intimamente) cattolico: in Usa o in Inghilterra nessuno si scandalizza se qualcuno termina un suo concerto invocando la benedizione di Dio sul suo pubblico; qui succederebbe un disastro. D’altro lato è vero che i Paesi anglosassoni, di tradizione protestante, hanno un background profondamente secolarizzato. Nella nostra storia c’è invece l’influenza del Papato che molti avvertono come zavorra. Per questo comporre brani esplicitamente “religiosi” è un rischio che in pochi hanno voluto correre. A questo aggiungiamo la perdita delle nostre radici, di quello che Testori chiamava “il nostro latino”, per cui oggi aver fama d’intelligente significa necessariamente essere antireligiosi e più segnatamente anticattolici. Tutto quanto non ci ha del resto resi più tolleranti e aperti intellettualmente, ma solo più cinici e insensibili: basti pensare alla scarsa sensibilità verso il dramma dei profughi e dei cristiani del Medio Oriente. Zero in questo senso è andato controcorrente, almeno nella prima parte della carriera. E ha fatto bene a “rivendicarlo”. In seguito ha accentuato, in positivo e in negativo, il carattere italiano e, direi, romano della sua religiosità. Certo, il tono declamatorio non manca, benché meno accentuato che nel recente passato, però…».

- Concordate con chi considera Alt il disco più impegnato di Zero?

Cristian/Daniela: «Diremmo che occorre uscire dall’equivoco di fondo a cui Renato, suo malgrado, ha preso parte durante la presentazione del disco. La stampa nazionale dipinge Alt come l’album più impegnato di Zero, quando da 50 anni i suoi dischi raccontano la vita in tutte le sue sfaccettature. Chi sostiene questo non conosce bene il percorso artistico di Zero e lo invitiamo a leggere il nostro libro per rendersene conto!».

- Quali sono i pezzi più riusciti secondo voi?


Cristian: «Le canzoni che secondo me rappresentano meglio l’album sono: In questo misero show, La voce che ti do e Rivoluzione. Il testo della seconda traccia dell’album è un bel ritratto sulla condizione dell’Arte in un paese che non valorizza le sue eccellenze. La voce che ti do è un piccolo capolavoro di testo e musica. Mentre Rivoluzione è più incisiva di Chiedi. È con Rivoluzione che Zero stimola i suoi ascoltatori a scendere in piazza a protestare. Nel singolo di lancio scelto, invece, manca il referente principale a cui l’individuo deve chiedere qualcosa e sembra, più che altro, una sequela di luoghi comuni».

Daniela: «Come è accaduto in varie occasioni i singoli di lancio non si sono rivelati i migliori dell’album (a mo’ di esempio ricordo A braccia aperte, che non si poteva certo considerare il brano più incisivo d’un disco potente come Cattura). Io pure ho apprezzato In questo misero show fin dal primo ascolto. Senza dubbio quella più elaborata e impegnativa resta La voce che ti do e, visto che si è accennato alle assoluzioni, non disprezzo nemmeno Gesù almeno a livello d’intuizione: l’idea suggerita da Renato, di questo Cristo che in fondo rappresenta il nostro anelito a una maggiore umanità, non sarà originalissima ma in questo periodo è utile. Ma, almeno finora, in cima alla mia personale classifica si trova La lista, e non tanto per le spiegazioni fornite da lui; ma perché è vicina alle sue corde e perché da essa emerge un Renato “vecchio”. Sotto certi aspetti potrebbe essere un Tragico samba quarant’anni dopo. Ho l’impressione che soprattutto un brano simile rispecchi una realtà da lui conosciuta pienamente. E mi piace sia “vecchio” – non invecchiato – perché questo è il suo mondo oggi. Renato ha cantato la terza età quando ancora vi era ben lontano; adesso, in epoca di giovanilismi a tutti i costi (mentre, fra l’altro, la popolazione incanutisce sempre più) è salutare mostrarsi coi propri acciacchi e rughe, senza vergognarsene».

- Come giudicate suoni e tematiche?


Cristian: «I suoni sono in linea con un disco che ha il compito di far riflettere l’ascoltatore. Suoni delicati e per certi aspetti meditativi. Le tematiche come accennavo prima sono in prevalenza di derivazione spirituale e predomina l’indignazione per una contemporaneità sempre più edonista e indifferente ai mali del mondo».

Daniela: «Io ho sempre preferito l’essenzialità e i suoni crudi, quindi l’eccesso d’ariosità e d’archi era molto lontano dal mio sentire. Renato era potenzialmente un Frank Zappa ma ha optato molto presto per il pop, e un certo pop. In questo disco però si avverte la necessità di “asciugarsi”, la miscellanea di più stili non è ridondante e ciò è senza dubbio positivo».

(Engy Arlotta) - AlzoZero aprile 2016

venerdì 18 marzo 2016

Renato Zero, Quello che non ha detto, Nuova edizione del libro “Chiedi di lui”, viaggio tra le note dell’artista romano. Incontro con gli autori, Daniela Tuscano e Cristian A. Porcino Ferrara


1) Una nuova edizione di “Chiedi di lui” alla vigilia del nuovo album “Alt”, anche questa godibilissima, ancor più ricca della prima. Ma perché questa scelta?


Cristian e Daniela: «L’idea della nuova edizione è nata l’anno scorso, quindi ben prima dell’annuncio del suo nuovo lavoro. Infatti è uscito prima di “Alt” e non in contemporanea o subito dopo. Abbiamo semplicemente avvertito la necessità di sviluppare altri aspetti che nella prima edizione erano stati solamente abbozzati. “Chiedi di lui 2.0” è sì una nuova edizione, ma al contempo un nuovo libro. Ci sono più di 150 pagine nuove e percorsi del tutto inediti».

2) Di Zero sembra si sappia tutto, in realtà non è così e forse in questo risiede il suo fascino, che ne pensate?

Cristian: «Certamente. In realtà nessuno può sapere tutto di un artista. Ogni libro è un tassello che arricchisce l’immaginario di un artista. Possiamo leggere mille biografie e interviste di quel dato cantante o pittore, ma non scopriremo mai il suo mondo segreto. Quello che tocca a noi scrittori e studiosi è, per l’appunto, analizzare certi aspetti poco conosciuti, anche da un punto di vista semiotico, e studiarli alla luce della logica, della critica e non basarci solo sull’opinione che ne hanno i suoi ammiratori».

Daniela: «Il fascino di Zero risiede proprio nel presentarsi come una sorta di fratello maggiore o amico intimo, uno che ti confida tutto, che è proprio vicino a te. Il coinvolgimento emotivo è totale. Credo che la sua intimità sia molto più variegata, come quella di ognuno di noi. Ma l’artista amplifica e semplifica: l’identificazione scatta automatica specialmente verso personaggi carismatici come lui».

3) Nella prefazione alla nuova edizione leggiamo che Renato proveniva dall’avanguardia e certo questa cosa sorprende: poi si citano sue frequentazioni davvero inaspettate… e si finisce con Parco Lambro. Come mai?

Daniela: «Oggi uno Zero di quel tipo sarebbe inimmaginabile, ma a quei tempi era un passaggio quasi obbligato. In altri contesti, non lo voleva nessuno. Che poi lui si trovasse a suo agio, era un altro paio di maniche. Negli anni Settanta si respirava quell’aria, volenti o nolenti. Peraltro, in ambienti, diciamo così, duri e puri, i suoi primi lavori suscitavano una certa diffidenza dato che si risolvevano nella consueta formula della canzone di tre-quattro minuti. Renato è riuscito a divulgare con l’essenzialità e con una certa facilità di scrittura espressioni artistiche altrimenti riservate a un pubblico di nicchia».

4) Avete dedicato molta parte della vostra opera alla relazione tra Renato e Pasolini. Non solo nella prima parte della sua carriera, come sarebbe logico supporre, ma anche nella seconda (mi sembra anzi che quella di Cristian sia più corposa). La vicinanza di Pier Paolo alla musica popolare è notoria ma perché nessuno sembra mai accorgersi delle tracce “pasoliniane” in Zero? Al limite si fa un generico accenno alle periferie romane, ma fermi lì. Mentre con De André, Giovanna Marini, De Gregori il discorso cambia notevolmente…

Cristian: «Con Pasolini ho un rapporto speciale e l’ho raccontato anche nel libro. Da ragazzino fui preso di mira da un insegnante che detestava Pier Paolo e lo considerava l’untore, il male assoluto. Nel mio lavoro precedente (“Tutta colpa del whisky” ndr) ho definito Pier Paolo un “maestro dell’esistere”. Pasolini è stato spesso trattato con snobberia, senza tener conto che la sua linfa poetica era alimentata dal popolo, dalla gente comune. In virtù di questo Pasolini può essere considerato un artista pop. Celebri le sue inchieste on the road. Per quanto riguarda Renato Zero all’inizio non fu preso in considerazione perché nelle sue canzoni raccontava le periferie esistenziali, mentre molti cantautori erano più propensi a narrare realtà sociali intrise di ideologie. Oggi però le cose sono sostanzialmente cambiate e Zero è amato e compreso dalla gente».

Daniela: «Le cose sono cambiate ma anche Zero è profondamente cambiato. E onestamente adesso non lo si può più accostare a Pasolini, nemmeno per analogia (non dimentichiamo che lui stesso ne prese le distanze in un’intervista del 2010). Un tempo, però, senza Pier Paolo sarebbe stato difficile comprendere del tutto l’opera di Renato. La scarsa considerazione nei suoi confronti non mi stupisce. La cultura italiana è spocchiosa e, di conseguenza, provinciale. Menzionare De André o Giovanna Marini è considerato un punto d’onore, citare Renato Zero no. Di qui la scarsa attenzione verso un artista che, al contrario, è stato fino a un certo punto il più vicino di tutti al mondo di Pasolini».

5) De André, Zero, Pasolini… Quali legami, quali differenze?

Cristia
n: «Sicuramente ci sono dei legami e non solo con il mondo pasoliniano, ma in questa sede è quasi impossibile elencarli tutti. In parte mi sono già occupato della tematica culturale nel mio libro “I cantautori e la filosofia da Battiato a Zero”. Lascio dunque la parola a Daniela».

Daniela: «Fabrizio aveva un approccio decisamente più intellettuale, di testa; o meglio, aveva il cuore in testa. Renato esattamente l’opposto. Ma cito solo un esempio. Il 28 novembre scorso, coi miei studenti di Ragioneria, organizzai un incontro [fra i partecipanti lo scrittore Mattia Morretta, ndr] dedicato al poeta nel 40° della morte. Aggregammo ai brani del poeta alcune canzoni, fra cui “Casal de’ pazzi” che venne eseguita dal vivo. Un mio collega, dopo averla ascoltata, ha esclamato: “Però! Più l’ascolto e più mi piace, ha un bel testo ed è musicalmente molto elaborata”. Ma prima di quel giorno non la conosceva nessuno».

6) Posto esista, qual è il disco o il brano più pasoliniano di Renato?

Cristian: «Ma un brano o un album in particolare non saprei indicarlo. Chiaramente il Renato Zero degli esordi è più vicino al mondo pasoliniano di quanto, invece, lo sia adesso. Per carità non so se Zero abbia mai letto Pasolini, ma ne condivideva, certamente molti aspetti, anche in modo inconsapevole. “Quando non sei più di nessuno” uscito nel 1993 in un certo qual modo conteneva tracce di quell’universo lì. Infatti al suo interno si trovava “Casal de’ pazzi”. Anche “Per non essere così” è un brano che mi riporta alla mente il mondo di “Accattone”; oppure “ Pionieri” o “Marciapiedi”».

Daniela: «Nemmeno per me esiste un disco “pasoliniano” al cento per cento nella produzione di Renato. Neppure “Zerofobia”, che nella sua metropolitanità esasperata è invece il suo album meno europeo, autenticamente e visceralmente rock. Quindi ben oltre la periferia di Pier Paolo, al limite più confinante con alcuni paesaggi di Testori, che non a caso era e viveva a Milano. Purtroppo oggi l’aggettivo “pasoliniano” è abusato e finisce per significare tutto e niente: qualsiasi situazione scollacciata, qualsiasi canzone con allusioni forti (o circa) viene sbrigativamente definita “pasoliniana”, quando spesso non lo è affatto. Comunque, sono d’accordo con Cristian; forse è proprio in “Artide Antartide” che troviamo affreschi, sia pure un po’ manieristici, capaci di rievocare alcune pellicole di PPP».

7) Un altro artista che ha molto in comune con Pier Paolo è Massimo Ranieri, di cui sta per uscire il film “La Macchinazione”. Anche in tal caso: quali le affinità tra Pasolini, Massimo e Renato? E tra i due cantanti?

Cristian: «Considero Massimo Ranieri uno degli artisti italiani più completi in assoluto. Ha una voce spettacolare e carisma da vendere. La sua presenza in un film o show televisivo è sinonimo di garanzia. Inoltre Ranieri è un eccellente attore di teatro e proprio qualche anno fa ho avuto modo di apprezzarlo dal vivo nello spettacolo “Viviani Varietà”. Con Pasolini Ranieri ha in comune l’aspetto. La sua somiglianza con Pier Paolo è davvero impressionante. Massimo e Renato sono stati, e lo sono ancora, degli istrioni. Devoti alla loro arte si sono cimentati in diversi ruoli e campi artistici. Non a caso la celebre canzone di Charles Aznavour, “L’istrione”, è stata cantata in coppia da Ranieri e Zero durante la trasmissione televisiva TGZDM. Sono certo che “La Macchinazione” renderà il giusto merito a Pier Paolo, sicuramente più del film di Abel Ferrara.»

Daniela: «Aspetto con impazienza il film di Massimo. È un attore molto espressivo. Con Pasolini sarà costretto a diventare espressionista, considerato che, poi, ha dovuto interpretare l’ultimo, e più fosco, capitolo della sua vita. Ecco, somiglianza a parte, per la carnale spontaneità accosto Massimo al Pasolini “friulano”, così goloso della vita, ma anche così ottimisticamente ingenuo e aurorale. Qui invece l’artista napoletano ha dovuto asciugarsi, riporre in un angolo la sua dirompenza meridionale per calarsi nel vuoto dell’uomo incupito, solo, sperduto, dirozzato. Quale che sia il risultato finale, ho fiducia comunque nella buona riuscita dell’opera anche perché l’uomo è umile, sa imparare. In questo è diverso da Renato, che Pier Paolo l’ha spesso subito, sentendoselo gravare sulle spalle in modo talora insopportabile. Poi ha voluto liberarsene. Adesso, Zero somiglia di più a un dispensatore di saggi consigli e sembra aver cancellato la parte nera – “dark”, direi – della sua arte e forse della sua esistenza».

8) Anche Paolo Bonacelli, altro attore pasoliniano (pensiamo a “Salò”) ha lavorato con Renato sia in “Ciao Nì” sia in “Tutti Gli Zeri Del Mondo” [film del ’79 e spettacolo monografico in quattro puntate andato in onda nel 2000, ndr]… Un caso?

Daniela: «Non ne ho la più pallida idea… Può trattarsi, com’è accaduto per “Calore”, d’intertestualità; non va dimenticato che in Bonacelli c’è anche molto Fellini, quell’atmosfera estatica, grottesca e saporosa capace di stendere sulle realtà più sordide un velo d’innocenza fatata».

9) Entrambi ricordate la parentela con Mario Tronti e alcune posizioni di Pasolini contro l’aborto e il divorzio che gli suscitarono fraintendimenti da parte dei settori della sinistra e, al tempo stesso, l’elogio della destra clericale e conservatrice…

Cristian: «Nonostante la parentela con Mario Tronti Renato Zero ha cercato di tenersi ben alla larga dalle correnti politiche. Purtroppo molte frange estremiste di destra amano le sue canzoni e le strumentalizzano per fomentare sentimenti di intolleranza e omofobia».

Daniela: «Tronti appartiene all’antica scuola marxista. È uno spirito immaginifico, con saldi principi morali. Per questo non sorprende la sua opposizione, condivisa da molti intellettuali della sinistra storica, alla tecnocrazia capitalista che trasforma i corpi in merce (utero in affitto oggi, aborto ieri). Pasolini venne strumentalizzato come oggi viene strumentalizzato Zero; fatte le debite proporzioni, sia chiaro. Ma quest’ultimo ha lanciato messaggi più ambigui».

10) Alcuni brani di Renato sono rimasti un po’ in sordina; altri vengono continuamente riproposti. Perché?

Daniela: «Bisognerebbe chiederlo a lui… Certo non è facile operare una selezione dopo 50 anni di carriera e non sta a me suggerire le scalette per i prossimi concerti! Non nascondo, però, che preferirei ascoltare canzoni come, appunto, “Casal de’ pazzi” al posto di altre, magari di maggior impatto, ma meno indicative della ricchezza dell’arte di Renato. Però, lo ripeto, si tratta di scelte molto personali sulle quali non mi pronuncio».

11) A proposito di scelte, cosa ne pensate della copertina di “Alt”? Parrebbe un ritorno a quelle atmosfere “dark” cui ci si riferiva poc’anzi…

Cristian: «La copertina di “Alt” ha un gusto vintage. A me ricorda molto gli anni’80 e in special modo alcuni video dei Pet Shop Boys o di Freddie Mercury e i Village people. Con quel look da Visitors sembra proprio omaggiare quel decennio lì».

Daniela: «Non lo so. Senza dubbio, se voleva scioccare, c’è riuscito. Tutto sta a vedere se rispecchia davvero il contenuto dell’album. A me rievoca certo situazionismo di “Voyeur”, ma le ultime prove, anche i due singoli, non sembrano andare in questa direzione. È pur vero che, a volte, i brani di lancio non esprimono appieno lo “spirito” dell’album. Penso per esempio a “A braccia aperte”: non si può certo dire che fosse il brano più riuscito, né quello più significativo d’un lavoro elaborato come “Cattura”».

12) E le critiche a Madonna?

Cristian: «Zero ha ammesso di non amare Madonna e di non stimarla affatto. Eppure i due artisti rappresentano una tipologia di musica che si concentra anche sull’aspetto visivo della performance musicale. Sull’immagine hanno costruito entrambi una carriera quindi non si capisce da quale pulpito parta la predica o in questo caso la critica di Zero».

13) L’esperienza poco riuscita di TGZDM dimostra che Zero “non è un mito transgenerazionale”, come si legge nel libro; molti, oggi, sarebbero pronti a giurare di sì.

Cristian: «Io non parlerei di esperienza poco riuscita. I programmi televisivi si misurano, ahimé, con i dati Auditel e non con la qualità degli stessi. Detto questo il Renato Zero di TGZDM non era il Renato di oggi. Nel senso che adesso il suo pubblico è enormemente cresciuto ed è diventato un cantante per famiglie. All’epoca manteneva ancora un po’ di quel sano distacco e non temeva la cosiddetta “emarginazione” della maggioranza».

Daniela: «Ho sempre sostenuto che Renato, proveniente dal teatro, non ha i “tempi” televisivi. Ciò premesso, se da un lato concordo con Cristian, dall’altro quell’one-man-show mi ha dato un’idea d’incompiutezza. E non solo per i superospiti negati a Zero. Talora ho avuto davvero la percezione di “vorrei ma non posso”. Quella trasmissione ha tentato di conciliare messaggi importanti, anche forti, e un’immagine sostanzialmente ancora trasgressiva, con la paciosità familiare e familista della prima rete Rai. Un’operazione praticamente impossibile, o impossibile a uno come Renato, che più cerca di “addomesticarsi”, più suscita perplessità».

14) Cristian, come spieghi l’affinità con Jackson e la freddezza con Bowie dopo la morte? E perché, secondo te, Renato è più affine a Elton John?

Cristian: «All’interno del libro troverete diversi capitoli incentrati sul confronto Jackson-Zero e Bowie - Renato. Le reazioni sono diverse perché con il Re del Pop Zero non si è mai sentito in competizione, mentre con Bowie ha subìto, nel tempo, diversi paragoni. Detto ciò la freddezza con cui ha trattato la scomparsa di David Bowie è inaccettabile e leggendo il libro capirete perché. Con Elton sono molte le cose che lo accomunano. Look, brio, comportamenti in scena, etc. Ovviamente Michael, David e Elton sono musicisti mentre Renato no. Comunque nel testo si discute delle sue affinità con questi grandi artisti e non di scopiazzamenti inesistenti. Sia chiaro!»

15) L’ammirazione del cantante per Wojtyla non può essere spiegata anche dal fatto che il papa polacco era stato un grande attore?

Cristian: «Ovviamente. Renato Zero ha portato in scena la maschera teatrale e frequentato il mondo della recitazione. Wojtyla è riuscito ad arrivare alle masse grazie proprio al suo trascorso di attore. Giovanni Paolo II nel suo libro “Alzatevi, Andiamo!” ricordava l’importanza formativa del teatro. Anche il pontefice descritto da Nanni Moretti in “Habemus Papam” dice alla psicologa che il suo lavoro è recitare. Senza offesa per nessuno ma Zero ha sempre avuto delle smanie di grandezza tipiche di un artista e Wojtyla è stato il papa più massmediatico di sempre. Non a caso subito dopo la sua elezione alla soglia di Pietro la Marvel, la casa editrice dei supereroi, gli dedicò un fumetto. La fede con lui è diventata spettacolo. Nacquero le messe di massa celebrate da una vera pop(e) star del Sacro».

16) Forse è vero che il travestito di “Mi vendo” non sarebbe mai andato a un Pride ma resta che le sue canzoni ai Pride ancora oggi sono eseguite. Come si spiega?

Daniela: «Perché nessuno meglio di lui ha saputo ritrarre non solo un’epoca ma uno stato d’animo, un vissuto. Chi c’era in quegli anni non può negarlo».

17) “Che lo si voglia ammettere oppure no Renato Zero, come ho già ricordato diverse volte, ha favorito la discussione sull’omosessualità in una nazione ancorata ancora a retrivi pregiudizi di matrice cattolica… Chi lo nega è solamente in malafede, oppure vuole ricondurre tutto ad una strategia di marketing improntata dal cantante per ingannare il suo pubblico e raggiungere facilmente il successo”. Cristian, queste frasi insieme con la matrice cattolica sembrerebbero smentire la posizione di Zero come un papa laico e così la copertina del nuovo album. Oppure no?

Cristian: «Al legame tra Renato Zero e la fede ho dedicato un intero capitolo. Ormai non è un mistero per nessuno che Zero, in più di un’occasione, si è allineato alle direttive del Vaticano. Zero è un cantante e da lui non mi aspetto nulla in materia di religione. Utilizzerà la sua arte per esprimere la sua spiritualità. Io da filosofo non credente non mi trovo nelle sue riflessioni attuali ma questo riguarda piuttosto me e non lui. Anche alla tematica dell’omosessualità nella canzone italiana ho dedicato un capitolo. Forse per non sminuire i concetti è meglio rimandare alla lettura degli stessi».

18) È stato riportato anche un siparietto frivolo (gossip). Perché questa scelta?

Cristian: «Ci è sembrata una scelta interessante per avvicinarci anche ad un pubblico meno propenso allo studio serio e serioso di un artista. È La gente ama il gossip ed è stato accontentato. Chiaramente più che pettegolezzi sono, per l’appunto, delle parentesi frivole in cui si narra di amicizie, di spettacoli televisivi che dovranno, forse, concretizzarsi, etc.»

Daniela: «Io ho cercato di evitarlo il più possibile, perché lo detesto e non sto nemmeno a scomodare Proust e il valore psicologico che dava al pettegolezzo. Per carità, si parla di artisti pop, fa parte del loro mondo (benché non sia inevitabile). Il punto è che però Renato ha deciso di servirsene in passato e lo sta facendo ancora in questi ultimi tempi. È una scelta professionale pure quella e noi ne abbiamo preso atto».

(Donatella Tinari) – Pubblicata su “Eretico & Corsaro” – Marzo 2016