giovedì 22 ottobre 2026

Il sindacato che incassa la tessera e ti abbandona al tuo destino

 


Da docente, per anni mi sono illuso che condividere una visione politica, l'amore per la scuola e la laicità delle tutele bastasse per sentirsi a casa in un sindacato. La realtà della burocrazia ha spazzato via in un istante questa narrazione consolatoria.

Cosa pensare di una struttura che incassa l'iscrizione a fronte di una vertenza complessa, per poi abbandonarti al tuo destino appena sedici giorni dopo? A sentir certi dirigenti riempirsi la bocca di "tutela del lavoratore", viene quasi voglia di invocare per loro un antico frastimu sardo, adattato per l'occasione: «Chi ti possas afocare cun sa cuota mia!», capace di scoperchiare d'impatto l'ipocrisia dei proclami vuoti.

Per giustificare il disimpegno, l'apparato è arrivato a partorire un sofisma perfetto: il sindacato deve "dissociarsi" da ciò che hai fatto prima di iscriverti. È un cortocircuito logico esilarante e tragico insieme: l'idea surreale che ci si debba tesserare preventivamente per tutelarsi dal passato, trasformando il torto che hai subito nella scusa perfetta per negarti aiuto nel presente.

Ma il meglio arriva alla fine. Di fronte al mio recesso e al silenzio tombale dei vertici via PEC, la restituzione della quota è stata subordinata a una richiesta bizzarra: la mia presenza fisica in sede, rifiutando un pulito e tracciabile bonifico. Un moderno, piccino "schiaffo di Anagni" contabile. La classica prova di forza del burocrate che vuole l'inchino nel proprio perimetro prima di restituire il maltolto.

La convergenza di valori non è una cambiale sulla tutela dei propri diritti: scoprirlo sulla propria pelle è un passaggio doloroso, ma è la premessa per ogni vera liberazione.


© Cristian A. Porcino Ferrara