Oggi
ricorre la Giornata Mondiale degli Insegnanti. E io, che da quasi
nove anni cerco di insegnare a stare al mondo prima ancora che sulle
carte, mi chiedo: ma quali auguri?
Poi, arrivati al 5 ottobre, ci mettiamo la giacca buona e facciamo le celebrazioni retoriche.
Se lavori nella scuola statale ti trattano da impiegato del catasto; se poi, come me, lavori nella formazione professionale regionale, entri direttamente nella categoria dei filosofi stoici: perché ci vuole una pazienza senecana per insegnare quando lo stipendio lo vedi dopo sette, otto mesi, o magari dopo un anno intero.
Diceva Cartesio: "Cogito ergo sum", penso dunque sono. Bellissimo. Ma per vivere non basta mica il solo pensiero: ci vuole anche un piatto a tavola e, soprattutto, una piccola "speranzella" per costruire il domani. E questa speranzella andrebbe costruita oggi, non domani.
Diceva pure Socrate che il compito del maestro è la maieutica, cioè far nascere le idee. Oggi invece sembra essere quello del capro espiatorio: qualsiasi cosa non vada, la colpa è della scuola. Siete tutti convinti che il nostro sia il lavoro più bello del mondo, eppure ci pagate come apprendisti e venite in classe a contestare le nostre decisioni.
Allora facciamo un patto di civiltà, come nell'antica Grecia: lasciamo a ciascuno la propria arte.
A voi genitori spetta l'educazione familiare, e noi non veniamo a casa vostra a dirvi come crescere i figli. A noi spetta l'arte della didattica, per la quale abbiamo studiato.
Se
volete davvero festeggiarci, lasciate perdere le parole al miele:
dateci rispetto. Economico, contrattuale e umano.
Cristian
A. Porcino Ferrara
