.jpg)
Ho appreso della tua scomparsa con incredulità, quasi con la sensazione che un frammento della mia gioventù si fosse improvvisamente spento.
Associo il tuo volto al personaggio che ha segnato una parte importante della mia crescita, Dawson Leary, protagonista di un telefilm che per me non è stato soltanto intrattenimento, ma un vero luogo della memoria in cui rifugiarmi ogni volta che la realtà sembrava smarrire la sua direzione. L’ho amato e seguito per anni con un coinvolgimento che non si è mai affievolito, ritrovandovi ogni volta la stessa emozione, come se quelle storie non smettessero mai di rivelarsi nuove.
Le vicende di quel giovane aspirante regista ci accompagnavano per mano dentro un universo intimo e filosofico, fatto di sogni, fragilità e dilemmi morali. Puntata dopo puntata siamo cresciuti insieme a lui, riconoscendoci nei suoi conflitti, nei suoi ideali e in quei principi che hanno segnato un tempo irripetibile della nostra gioventù.
Ogni generazione custodisce i propri racconti simbolo, narrazioni che diventano coordinate invisibili della memoria collettiva. Esistono luoghi che non appartengono alla geografia reale e che nessuna mappa può indicare: sono spazi interiori che cerchiamo quando il mondo esterno ci ferisce o ci disorienta. Somigliano a quelle linee immaginarie cantate dagli aborigeni australiani e raccontate da Bruce Chatwin ne "Le vie dei canti": percorsi invisibili che non guidano i passi nel mondo fisico, ma orientano il viaggio più profondo della memoria e dell’identità.
In un’epoca in cui la narrazione televisiva sembra talvolta smarrire quella delicatezza e quella profondità morale che un tempo accompagnavano la crescita di intere generazioni, quella storia resta un punto fermo, un ricordo luminoso che continua a parlarci e a guidarci, ricordandoci chi siamo stati e, in parte, chi siamo diventati.
©️ Cristian A. Porcino Ferrara